La comicità del SI’

Qualcuno ha affermato che il fronte del NO avrebbe già esaurito tutte le sue “cartucce”, metafora da cacciatori che, quindi, rifuggo doppiamente: per prima cosa perché non è vero...

Qualcuno ha affermato che il fronte del NO avrebbe già esaurito tutte le sue “cartucce”, metafora da cacciatori che, quindi, rifuggo doppiamente: per prima cosa perché non è vero che le argomentazioni da contrapporre al SI’ siano esaurite; in secondo luogo perché i proiettili non mi vanno a genio e, pertanto, abbandono al suo destino una affermazione di tal fatta.
Mancano due mesi esatti, meno due giorni, al referendum costituzionale e dalle colonne di tutti i giornali si leggono le dichiarazioni di Renzi che deve mostrare un certo indebolimento fisico, mentale per provare a muovere a pietà gli indecisi mostrando il suo titanico sforzo contro questa coalizione globale del male che gli sta tutta intorno.
Da Silvio Berlusconi ha ereditato anche la sindrome dell’accerchiamento e il conseguente sviluppo della patologia commiseratrice che ricorda molto Calimero, il quale, però, qualche ragione l’aveva quando affermava: “E’ un’ingiustizia… Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e nero!”.
Il presidente del consiglio è grande, energico, forte e ogni giorno ottiene appoggi propagandistici che dovrebbero invece tonificarlo. L’ultimo di questi è quello di Roberto Benigni che, nel giro di pochi mesi, ha cambiato campo ben tre volte: prima a favore della riforma, poi contro la riforma e, da ieri, nuovamente in sostegno del SI’.
Assolutamente legittimo cambiare idea: un esercizio fin troppo umano e, per questo, scadente spesso nella viziologia di uno storico ritorno al trasformismo di crispiana memoria o, molto più semplicemente, di un ritorno all’abbandono dell’etica di campo che aveva contraddistinto tutta la cosiddetta “prima Repubblica” e che venne abbandonata con Tangentopoli. I cambi di casacca, di colore e di banco in Parlamento si fecero sempre più frequenti, tanto da rappresentare alla fine una consuetudine consolidata.
Ma Roberto Benigni ha aggiunto tutto un corollario di affermazioni che sono prive di connessione con i temi della riforma costituzionale: se vince il NO – ha affermato il comico – sarà peggio della Brexit.
Va bene provare a confondere le acque e ad intorbidire quel poco di chiarezza che si sta cercando di dare al dibattito definendone i confini di merito, quindi i contenuti complicati da spiegare all’interezza del popolo, ma associare lo status quo attuale (quello che rimarrebbe in caso di vittoria del NO) con una rivoluzione di rapporti con l’Unione Europea come avvenuto nel Regno Unito con il referendum sull’uscita dalla UE medesima, è estremizzare un po’ troppo il concetto di metafora ed anche quello di paragone.
Non c’è nulla che possa avvicinare i temi della riforma renziana con quelli della Brexit.
Se, poi, quella di Benigni era una semplice battuta da comico, allora occorre dire che è stata una delle peggiori battute della sua carriera.
Roberto Benigni non è, però, solo un comico: è un cineasta, un intellettuale profondo, un acuto osservatore tanto del passato quanto del presente. Ha letto in televisione, sulla rete ammiraglia della Rai, e ha commentato tanto molti canti della Commedia del padre Dante quanto i primi dodici articoli della Costituzione della Repubblica Italiana.
E ha elogiato la Carta fondamentale del diritto e della convivenza popolare italiana: la più bella costituzione del mondo. Forse. Sicuramente è uno dei testi scritti con una associazione tra semplicità, chiarezza e determinazione politica senza infingimenti, senza interpretazioni di sorta.
La riscrittura dei 47 articoli toccati dalla riforma di Maria Elena Boschi e Matteo Renzi la potrebbe far diventare la Costituzione più incomprensibile non tanto dall’universo mondo ma dalla più ristretta cerchia dei veri esperti della materia: i costituzionalisti.
Benigni ammette: “E’ un po’ pasticciata, ma meglio di niente”. E’ lo stesso concetto, espresso con altre parole, che ho ascoltato su La 7 da un deputato del PD: “Si fanno trenta metri di passi invece di cinquanta, ma questo ho dovuto scegliere: o i trenta metri o niente”. Se i trenta metri sono fatti per poi sfracellarsi al suolo, allora tanto vale restare fermi.
L’apocalisse evocata dai sostenitori del SI’ come Benigni, nel caso vinca il NO, è già presente tra noi. Ciò che vivete oggi è lo stato costituzionale che rimarrebbe nel caso prevalessero i voti negativi alla riforma. Vi è forse caduto addosso un meteorite? Direi di no. Quindi, dalla vittoria del NO si potrebbe ripartire per discutere, ad esempio, una legge elettorale proporzionale dopo ventiquattro anni di utilizzo della rappresentanza e della delega popolare a fini esclusivamente personal-partitici, in spregio al sacrosanto principio, questo sì costituzionale, del valore eguale del voto per tutti i cittadini.
Invece, con il maggioritario, declinato in diverse leggi e secondo i cambiamenti dei rapporti di forza tra le coalizioni createsi dopo l’abolizione della proporzionale pura nel 1992, si è cercata una pace sociale e una stabilità politica che accontentasse il mercato e la finanza.
Il periodo ventennale del berlusconismo è figlio di queste riforme malate di protagonismo personale e di tutela dei peggiori sporchi affari protetti da istituzioni che avrebbero dovuto invece, dopo la “Milano da bere” e il craxismo, ritornare all’antica ispirazione costituente del 1948: una repubblica come espressione del bene comune.
Tutto invece s’è capovolto ancora una volta e, fino ad oggi, fino alla concretizzazione del governo cercato e voluto dalla Banca Centrale Europea e rappresentato da Matteo Renzi, il privato ha utilizzato il pubblico per proteggersi dalle crisi economiche e dalle bolle speculative d’oltre oceano.
Ecco, il NO, se può sovvertire qualcosa e sconvolgere altro, lo può fare in questo senso: nello stravolgere i piani di chi ancora cerca sicurezza per i propri profitti a scapito dei ceti più deboli, impoverendo la democrazia, la possibilità di eleggere il Senato della Repubblica, di raccogliere firme per proposte di legge popolari, di accedere quindi a spazi di partecipazione che oggi sono ancora garantiti e che la vittoria del SI’ cancellerebbe senza se e senza ma.
La satira di Benigni non funziona più: quando si mette al servizio del potere diventa sempre meno satira e sempre più sostegno di chi dovrebbe invece criticare. Anche quando condivide, anche quando è d’accordo. Oppure tacere. Per evitare di essere, anche involontariamente, il contrario di ciò che per una vita ha voluto sembrare, provare ad essere in tv, nelle sale cinematografiche e negli spazi di interpretazione tanto delle terzine dantesche quanto dei commi della Costituzione.
Il potere del comico finisce qui. Il comico del potere invece comincia proprio da questa linea di confine. E di fine.

MARCO SFERINI

6 ottobre 2016

foto tratta da Pixabay

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