Tutto cambi perché tutto cambi davvero

Lo sconvolgimento politico italiano rappresenta benissimo lo smarrimento della popolazione davanti ad una domanda di giustizia sociale che non ha trovano nessuna concretizzazione a livello nazionale e nemmeno in...

Lo sconvolgimento politico italiano rappresenta benissimo lo smarrimento della popolazione davanti ad una domanda di giustizia sociale che non ha trovano nessuna concretizzazione a livello nazionale e nemmeno in molte realtà locali della penisola.

Alla base di ogni considerazione che si può fare sui flussi elettorali, non interpretando ma recependo gli studi dell’Istituto Cattaneo, vi è la divaricazione sempre più ampia tra esigenze pratiche, quotidiane e interpretazione di queste da parte di un insieme politico che non può per un verso e che non riesce per l’altro verso a farsene interprete.

L’impotenza è quella di una sinistra comunista ormai marginale, senza alcun mordente verso i ceti più deboli e disagiati, che non è tanto impossibilitata a farsi sentire – seppure penalizzata dall’esclusione dai grandi canali di comunicazione mediatica – quanto si trova invece nella condizione di non essere distinguibile come alternativa rispetto all’aggrovigliamento governativo nazionale che vede la schizofrenia politica all’eccesso: a Palazzo Chigi PD e PDL governano insieme, nella capitale Marino e Alemanno vanno al ballottaggio l’uno contro l’altro.

E tra paradossi ed eccessi, anche la buona proposta politica di Sandro Medici, la sua energica campagna elettorale fatta generosamente da tantissime compagne e compagni con mezzi limitatissimi, si perde in mezzo al malumore, allo scontento popolare, al qualunquismo che questa volta scavalca anche Grillo a destra. E lo scavalca non andando a votare, facendo di Roma la città dove l’astensionismo primeggia e terrorizza chi ancora incrocia i ferri per arrivare tra quindici giorni al secondo turno che deciderà il nuovo inquilino del Campidoglio.

Metà Roma non è andata alle urne. Già questo dato, di per sé, visto che riguarda la città più importante d’Italia, è terrificante e simboleggia – prima ancora di darci una analisi del voto – la crisi della delega e la malattia che la democrazia vive forse senza rendersene perfettamente conto.

Il non-voto è una chiarissima espressione politica non propria ormai più solamente degli anarchici e degli antiparlamentaristi. E’ prima di tutto un sentimento di rabbia, di protesta e anche di proposta, pur non sembrandolo.

Non andando nemmeno a votare il re del “tutti a casa”, il comico divenuto politico, i cittadini hanno veramente oltrepassato lo schema dato da Grillo. Si potrebbe dire che hanno superato il maestro e che si sono convinti che nemmeno un movimento supposto tale e suppostamente “anti-casta”, “anti-sistema” è utile allo scopo di dare un segnale forte alla farsa italiana di una politica a cui nessuno riesce più a credere veramente.

Le frasi del dopo-voto romano sono addirittura oscene nel vero senso della parola: sono fuori da ogni scena di decenza, sono frasi sconce, insultanti. Da Alemanno che attribuisce al derby Roma-Lazio la scarsa partecipazione invece che alla sua disastrosa politica cittadina, antisociale, antisolidale, tutta imperniata sull’affarismo e sul tristemente noto scandalo che l’ha coinvolto in una parentopoli tutta capitolina, fino ad Epifani che ridimensiona il disastro beandosi del fatto che il PD va al ballottaggio nei più grandi comuni e sembra conquistare voti.

Se si osservano i dati dell’Istituto Cattaneo, ci si può accorgere di come PD e PDL perdono voti e invece un 9% di consensi in più li ottengono Sinistra Ecologia Libertà e Rifondazione Comunista nel complessivo calcolo nazionale rispetto alle precedenti amministrative.

Si possono intrecciare appunto i numeri, fare confronti e nuovi confronti ancora, ma il dato è controverso e controvertibile: chi perde voti sembra tenere, chi ne acquista invece sembra perdere e sonoramente.

A parte Sel che si avvantaggia della sua linea di riproposizione della coalizione “Italia Bene Comune” anche per Roma capitale, in molte altre realtà il partito di Vendola scivola e regge bene solo insieme a Rifondazione Comunista. Eclatante il caso di Imperia dove la lista “Imperia Bene Comune” formata appunto da SEL e PRC arriva a prendere l’11% dei consensi e ottiene due consiglieri comunali.

Nella terra ormai ex di Scajola, il movimento grillino perde ben 4 voti su 5 rispetto alle politiche e sembra sparire; il PDL viene sconfitto da un Partito Democratico che candida esponenti ex forzitalioti e che viene comunque votato.
La complessità del “fenomeno Italia” è, sociologicamente parlando, unica e irriproducibile. Non si può paragonare a nessun schema di sviluppo politico in Europa e forse nemmeno del mondo.

Mentre, per certi versi, Spagna e Francia possono confrontarsi (entrambe hanno forze comuniste, socialiste, conservatrici e di destra), in Italia manca una forza socialista degna di questo nome, quindi una forza di sinistra moderata. Manca una forza di sinistra di alternativa e manca una destra liberale.

Le anomalie si chiamano: PD e PDL. E il fatto che queste due grandi formazioni politiche governino insieme il Paese, è l’ultimo tassello di un percorso che si è realizzato con coscienza, approfittando delle difficoltà di chi voleva mettere confini un po’ più distinti tra centrodestra e centrosinistra, ostacolando quella riunificazione del blocco borghese nei palazzi istituzionali così da cercare la rappresentanza dell’imprenditoria come elemento cardine per differenziarsi dall’avversario in quanto a tutela dei capitali e del lavoro insieme. L’operazione Bersani è appunto fallita e il prosieguo appare tutto in salita per un Partito Democratico che forse oggi respira e prende fiato da questa tornata elettorale, ma che è destinato prima o poi – sic stantibus rebus – a fare i conti nuovamente col bipolarismo e con una legge elettorale che, a quanto pare, viene conservata piuttosto che messa in discussione. L’estate ci dirà meglio in merito, visto che il presidente del Consiglio Enrico Letta ha dichiarato di voler risolvere la questione entro agosto.

E veniamo a noi, alla sinistra comunista, a Rifondazione Comunista.

Abbiamo anche troppo a lungo spinto sull’accanimento politico terapeutico. Abbiamo avuto una ennesima conferma che non c’è più alcuna spinta propulsiva per Rifondazione Comunista, per i Comunisti Italiani, per la sinistra diffusa nel suo insieme.

Non si chiude una storia, ma se ne apre una nuova. Rifondazione non può morire violentata in una esistenza vegetativa che non può che macchiarne la bella storia ultraventennale.

Rilanciare Rifondazione può anche essere un obiettivo realizzabile. Ma rilanciarla davvero.

E rilanciarla davvero vuol dire ripensarsi e riproporre il binomio dimenticato “autonomia e unità”. Ma una autonomia che non sia un postulato vuoto, visto che essendo impossibile una unità con un centrosinistra inesistente e con un Partito Democratico irrecuperabile nel dialogo sulle riforme di struttura sociali, del lavoro, economiche in generale, è anche impossibile decidere di dirsi autonomi senza esserlo.

Se vogliamo ritrovare la natura della sinistra in Italia, dobbiamo essere tra quelli che ricostruiscano un tessuto di valori da portare avanti senza più compromessi con quella che si vorrebbe chiamare ancora sinistra e che invece è una compromissione permanente col centro e ora addirittura con le peggiori destre d’Europa.

La sinistra avanza se si mostra anche “unita”, ma soprattutto nuovamente “diversa” da tutti gli altri soggetti politici in campo. Tornare ad essere diversi vuol dire riaffermare ancora una volta un primato, una peculiarità che può essere solo dei comunisti, perché per i comunisti è naturale che lo sia: ogni altra forza politica accetta le politiche economiche di questa società liberista. Qualcuna tenta di temperarle, di governare i processi anarchici del mercato.

Non possiamo accettare tutto questo e dobbiamo tornare a parlare un linguaggio semplice ma allo stesso tempo complesso, perché dobbiamo riaprire la contraddizione tra capitale e lavoro e per fare questo occorre che come primo obiettivo si metta la scelta politica di una linea sindacale per un Partito Comunista.

Non è più possibile mantenere in vita il caleidoscopio di colori sindacali che ci sono in Rifondazione. E’ stato un errore gravissimo non aver mai scelto di sostenere un unico sindacato.

La manifestazione nazionale della FIOM ci parla in questo senso: ci dice che la categoria dei metalmeccanici è pronta a resistere ma che non può rimanere sola e che deve avere una sponda politica perché altrimenti sarà costretta lei stessa a trasformarsi da sindacato in partito. Invece la FIOM può prestare i suoi uomini migliori alla politica ma non potrà mai e non dovrà mai diventare un soggetto politico. Perderebbe la sua forza, la sua capacità di condizionamento delle linee e delle piattaforme all’interno della CGIL.

Rifondazione Comunista se vuole essere utile in questa fase alla ricostruzione di un campo della sinistra deve rivoltarsi come un calzino, azzerando anche le sue regole, riscrivendo il suo statuto, adeguandolo alla scarna figura che oggi è questo nostro Partito su tutti i territori.

Può riacquistare forza e deve farlo, ma non per prolungare – lo ripeto – un’agonia inutile, ma per mettersi al servizio di un progetto e di un soggetto più grande rispetto ai confini delle nostre linee ideali. Quella Sinistra Italiana che io continuo a scrivere a lettere iniziali maiuscole sperando che diventi, prima o poi, la nuova soggettività antiliberista di questa Italia. Un luogo dove i comunisti restino organizzati in un partito ma non siano più marginali come lo sono invece oggi.

MARCO SFERINI

29 maggio 2013

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