La crisi di una democrazia dimenticata

Ho atteso alcuni giorni prima di scrivere alcuni commenti sulla recente tornata di ballottaggi riguardo le elezioni amministrative e nel bel mezzo, ancora, del voto siciliano seppure con aluni...

Ho atteso alcuni giorni prima di scrivere alcuni commenti sulla recente tornata di ballottaggi riguardo le elezioni amministrative e nel bel mezzo, ancora, del voto siciliano seppure con aluni risultati già certi.

Che la vittoria elettorale sia del residuo centrosinistra nei vari ambiti locali è del tutto evidente: il dato è omogeneo su tutto il territorio nazionale. Così come omogeneo è il tracollo di Grillo che addirittura in Sicilia viene escluso da tutti i ballottaggi ed ingressi nei comuni tranne Ragusa, passando dal 30% delle politiche al 3% attuale. Una bella sberla per un movimento che pretendeva di essere il prologo della rivoluzione italiana, aprire il Parlamento come “una scatoletta di tonno” e figurare come l’ultimo baluardo prima della rivolta civile.

La causa di questa rivolta civile contro il voto – terzo dato importante è infatti quello della percentuale di astensionismo mai registrata così alta – che ha portato solo 45 romani su 100 a recarsi alle urne è forse anche uno degli elementi del tracollo grillino, ma fondamentalmente ciò che domina più di tutto è l’incertezza promossa da una crescente disaffezione nei confronti della delega istituzionale.

In poche parole, i cittadini non credono più che spostando il loro voto anche su un movimento apparentemente “rivoluzionario” come quello di Grillo si possano modificare i penosi standard di vita cui oggi sono costretti a sottostare e con i quali devono fare i conti le generazioni meno protette, più precarizzate e il cui futuro è nebulosissimo.

La vittoria del centrosinistra residuale è quindi una vittoria di Pirro: scimmiottando una nota pubblicità televisiva, si potrebbe dire che a chi ha vinto “piace vincere facile”.

Dei 45 romani che hanno votato al secondo turno di ballottaggio il 64% ha votato Marino e il 36% Alemanno. Quindi il sindaco di Roma, della capitale d’Italia, della più importante città del Paese, viene eletto con meno del consenso di 29 romani su 100.

Il deperimento della democrazia comincia da qui, anzi si alimenta ulteriormente con questa fase sociale, politica, economica ed elettorale in cui il primo cittadino della Capitale ha la fiducia solamente di 3 cittadini scarsi su 10.

Non è un mandato che dovrebbe essere considerato degno della parola “democrazia”, quindi di una investitura veramente di maggioranza. La parola “maggioranza” scompare dalla scena politica e si governa con numeri posticci, con la minoranza dei voti della minoranza di chi ha votato.

La vera rivolta è quindi il distacco dall’esercizio del voto, dalla partecipazione, dal coinvolgimento nella scena politica. Pochissimi hanno fiducia nelle istituzioni dopo decenni di penosi scenari in cui la vita dei palazzi del governo si è mostrata corrotta, incapace di gestire la Repubblica e, soprattutto, indolente e passiva verso la preoccupazione necessaria di badare all’interesse pubblico mentre era tutta protesa alla cautela e al mettere al riparo da inchieste giudiziarie e di altro ordine di singoli interessi del tutto privati.

La privatizzazione, anche in questo senso, della gestione dello Stato e l’irrisolta grande questione dei conflitti di interessi ha prodotto tutto questo.

Ha sorretto bene il tutto anche il cambiamento delle leggi elettorali scritte pro domo propria, rendendo ingestibile lo strumento parlamentare, senza pensare con semplicità, ritornando all’unico metodo elettivo veramente democratico: una testa un voto. O come direbbe ipocritamente Beppe Grillo (visto che chi dissente viene immediatamente cacciato dal movimento): “uno vale uno”.

Il ritorno alla legge elettorale proporzionale pura è l’unica soluzione per costringere le forze politiche a riconoscersi per quello che sono, ad abbandonare le larghe intese, le tentazioni di polarizzazione e a costruire là, nel Parlamento, la maggioranza giusta per reggere per cinque anni l’azione di un esecutivo.

Invece di fare tutto questo, si sceglie la via dei “saggi”, una via incostituzionale, visto che per cambiare la costituzione esiste già l’articolo 138 e che dovrebbero essere i parlamentari a discutere di tutto questo e non fantomatiche improvvisate commissioni di 15, 35 e poi 40 persone individuate come sapienti e capaci di proporre al governo una piattaforma di riforme da elaborare e poi definire come ringiovanimento della parte tecnica della Costituzione. Ma la legge elettorale, comunque, non è oggetto di revisione.

Perché? Domanda lecita. Risposta semplice: perché non la vogliono cambiare sapendo che ci vince ha, con questa legge, rischi di ingovernabilità tra Camera e Senato, ma anche un pigliatutto alla Camera con l’alto premio di maggioranza di cui si dispone.

Le larghe intese, del resto, sono lì a confermare tutto questo e ci parlano più di quanto non pensiamo: le larghe intese ci dicono che oggi Confindustria e le altre associazioni del padronato possono rivolgersi al governo sapendo di parlare ad uno schieramento trasversale, che dovrebbe essere avversario l’uno rispetto all’altro, che è unito secondo l’impostazione richiesta dall’Europa di Mario Draghi e che gestisce la fase economica secondo i dettami della Banca Centrale Europea.

In tutto questo quadro di tinte fosche e comunque ben definite, la sinistra è un fantasma che vaga per le lande solidarie del Paese e che non viene richiesta più che percepita.

Non c’è “domanda” di sinistra da parte della popolazione. C’è il voto considerato utile perché ancora sotto il ricatto dello sconfiggere il peggio votando il “meno peggio” e c’è l’impossibilità di rompere il bipolarismo che momentaneamente è congelato nel frigorifero delle larghe intese di Enrico Letta ed Angelino Alfano.

La sinistra non fa parte di questa vita politica, ne è esclusa, emarginata. Eppure di sinistra ci sarebbe un gran bisogno, perché le forze politiche che governano non guardano minimamente a fare gli interessi della povera gente, dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, dei pensionati. La destrutturazione dello stato-sociale è il capro espiatorio che la borghesia riunita nel blocco politico che siede a Palazzo Chigi mette di nuovo a disposizione del sacrificio sull’altare del mercato che richiede riforme per gestire una crisi da lui stesso provocata.

Ovunque leggo e sento mille proposte: l’unità dei comunisti, il rilancio delle attuali formazioni esistenti, federazioni e confederazioni, apertura ai movimenti, convergenze con Sel e il PD, e via discorrendo.

Non credo che nessuna di queste proposte sia valida se non è supportata da dati concreti, da confronti reali con quello in cui viviamo, con i rapporti di forza con cui siamo costretti a misurarci.

Di certo, per ora, c’è il depauperamento sociale, la crisi della democrazia rappresentativa, la vittoria di Pirro del PD ovunque in Italia (che comunque vittoria resta, e su questo occorre riflettere: soprattutto sul fatto che i migliori risultati elettorali – quindi di consenso – Rifondazione Comunista li ottiene se è in alleanza o con Sel o nel centrosinistra residuale d’oggi), il tracollo della inconsistenza territoriale e di proposta dei Cinquestelle e il mantenimento in vita di un governo che si sente più forte da una parte e debole dall’altra: del resto il PDL accetta la sconfitta e ammette che il centrodestra è in crisi per una pressoché totale di candidati credibili, di programmi altrettanto credibili.

Il 19 giugno, del resto, è attesa la sentenza sul processo Ruby e gridare al colpo di Stato della magistratura se Berlusconi verrà condannato sarà il leit motiv di quelle ore future. Potrebbe cadere il governo? Lo ritengo improbabile, ma non tutto il male viene per nuocere e, probabilmente, staccare la spina a questo esecutivo di larghe intese sarebbe il miglior servizio che proprio il governo stesso potrebbe rendere al Paese.

MARCO SFERINI

12 giugno 2013

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