Simone Biles e la bellissima ginnastica dell’anima

E’ notte fonda, mentre a Tokyo no. Le parole di Simone Biles riecheggiano su Rai 2 più volte. Non sono le solite dichiarazioni di prammatica, a commento di questa...

E’ notte fonda, mentre a Tokyo no. Le parole di Simone Biles riecheggiano su Rai 2 più volte. Non sono le solite dichiarazioni di prammatica, a commento di questa o quella gara in cui si è brillato o da cui invece si esce mestamente. Sono parole forti: richiamano l’intima sfera personale di chi decide di dire la verità, di non offrire alla platea dei giornali, delle televisioni e della rete una scusa.

La fuoriclasse della ginnastica, simbolo di una invincibilità che le deriva da straordinarie prove a Rio 2016, ammette quella straordinaria debolezza tutta umana che ridimensiona la perfezione a ricerca della stessa. Riporta entro un contesto di fallibilità l’aura di necessaria grandezza che si vorrebbe poter attribuire a qualunque sportivo. Come se, appena saliti in pedana, calati nella vasca di una piscina o dall’alto di un trampolino, si dovesse per forza stupire, esaltare, andare oltre l’umano. Per forza, appunto. Non spontaneamente.

La magia delle evoluzioni e dei movimenti ginnici, che disegnano nell’aria straordinarie geometrie invisibili, è uno spettacolo degno di essere paragonato al più bello dei quadri, al più trionfale dei monumenti per estetica classica, per ammirazione verso il genio umano. Ma questa magia riesce se si è presenti a sé stessi, se – come ci ha ricordato Simone Biles – e se non si hanno quei “demoni nella testa” che istigano alla distrazione, alla mancanza di una serenità che, proprio per un’artista, deve avere il lampo dell’intuizione: tanto nella pennellata su una tale, quanto nella ginnastica artistica.

Ci vuole tanto coraggio per potersi esprimere come ha fatto Simone Biles, davanti al mondo intero, dicendo a tutte e a tutti che si deve, ogni tanto, pensare alla propria salute fisica e mentale e che non si può sempre fare ciò che l’intero globo si aspetta da te. Ci vuole coraggio e anche molto amore per lo sport, nel legare la propria storia personale a quella della propria squadra: non volendole nuocere nella competizione olimpica. E andando ad una conferenza stampa.

Un gesto che ha tutta la potenza di un “coming out“, che questa volta non riguarda l’amore e la sessualità, che questa volta riguarda una sfera altrettanto intima, ma più fragile ancora: quella ancestrale, quella inconscia che lancia messaggi tramite disagi e che, quindi, è antesignana dei sentimenti e dei rapporti umani.

A 24 anni, con tanta fama di fuoriclasse, di eccezione positiva, di campionessa indiscussa, Simone avrebbe potuto egoisticamente subordinare gli interessi collettivi di squadra ai suoi disagi: nascondendo questi ultimi, celandoli e magari cercando soluzioni alternative nell’immediato: qualche rimedio medico repentino. Qualche stimolante per vincere l’ansia, per allontanare le insicurezze.

Invece ha fatto una scelta che è sempre più rara nel mondo dove conta solo il raggiungimento di qualunque podio: ha scelto di andare controcorrente e di mostrare fragilità, debolezza e, per questo, ha scelto di evidenziare un altro tipo di forza e di dare un bellissimo messaggio di speranza per tanti che ogni giorno affrontano disagi simili e non hanno il coraggio di affrontarli perché paiono appunto “demoni“, ombre giganti che si stagliano sui muri di casa propria, che ti seguono come angeli malefici e che ti paiono nemici imperturbabili.

Invece i nostri disagi sono i nostri migliori alleati e angeli custodi: ci parlano sempre, ci dicono che qualcosa nella nostra vita non va. Non importa se non riusciamo a superare gli ostacoli che percepiamo proprio grazie ai disagi. Il lavoro di trasformazione di sé stessi è senza soluzione di continuità.

Chi biasima chi si lamenta di una condizione annosa che lo tormenta, una fobia, un’ansia, una nevrosi o una ossessione che sia, pensando che si stia semplicemente facendo l’ennesimo capriccio, non sa riconoscere la particolarità singolare che vive in ognuno di noi. Tutti, nessuno escluso, e per primo chi ci giudica e ci punta il dito contro, anche se benevolmente, se fatto «…perché ti voglio bene» (è la frase ricorrente, quella più gettonata in questi casi).

Il coraggio di Simone Biles sta tutto qui: nell’aver affrontato tanti sguardi, tante dita puntate contro, ma anche tanti sguardi gentili, di voglia di comprendere. In tutti i sensi: prendere con sé quella difficoltà di una atleta straordinaria e provare a capire, allo stesso tempo, la sua decisione che, proprio per il contrasto enorme con una passione di vita, non deve essere stata affatto facile da accettare prima con sé stessa e poi da riportare al cannibalismo mediatico.

Anche questa è una piccola rivoluzione che possiamo compiere ogni giorno: rinunciare alla consuetudine, scavalcando le forche caudine dell’opinione pubblica e riaffermando sé stessi in tutto e per tutto proprio evitando ogni slancio egoistico, ma senza divenire umili. L’umiltà è un concetto falsamente positivo, proprio come la tolleranza. Essere umili non significa essere buoni, ma soltanto accondiscendenti. Divenire umili per essere accettati da altri è negarsi dei diritti fondamentali per poter vivere pienamente la vita, che è già così tanto difficile da affrontare.

Tollerare è in linea questa falsa positività. Ripetiamolo ancora una volta: tollerare non è condividere; nemmeno si avvicina a quell’altra espressione di ipocrita benevolenza che è l'”accettazione”. Tollerare non è, tanto più, essere solidali. Ma l’esatto opposto. La solidarietà ci pone sullo stesso identico piano di chi è davanti a noi. La tolleranza ci mette uno, due, tre gradini più in su, in una disposizione di giudizio e pregiudizio. L’accettare, idem.

C’è molto da imparare dal coraggio di Simone Biles. Molto, davvero.

MARCO SFERINI

28 luglio 2021

foto: screenshot tv

categorie
Marco Sferini

altri articoli