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Esteri

Sei palestinesi uccisi nei Territori occupati

È di cinque uccisi e oltre 200 feriti il bilancio delle vittime del fuoco israeliano lungo le linee di demarcazione tra Gaza e Israele. La Marcia del Ritorno, iniziata il 30 marzo scorso, non accenna a fermarsi, spinta dalle condizioni – ogni giorno più invivibili – in cui versa la Striscia.

Anche stavolta le vittime sono giovanissime: Khalid Mahmoud Abed al-Nabi, 27 anni; Ahmad Saeed Abu Lebdeh, 22; Nassar Abu Taim, 22; Ayesh Shaath, 23; Jaber Abu Hamisa, 25. Tre di loro sono stati colpiti a Khan Younis, estremo sud della Striscia; il quarto a Jabaliya, a nord. E l’ultimo ad al-Burej, nel centro di Gaza. Perché gli accampamenti del ritorno sono ovunque, lungo tutto il «confine» con Israele.

Il bilancio degli uccisi negli ultimi sette mesi sale così a 217, 22.897 i feriti secondo l’Onu: uno stillicidio, un’offensiva a bassa intensità che ha effetti disastrosi sul sistema sanitario e sulla tenuta sociale dell’enclave palestinese sotto assedio da oltre 11 anni. L’esercito israeliano, anche ieri, ha detto di aver risposto ai quasi 20mila manifestanti con «mezzi di dispersione». Quelli che organizzazioni internazionali e Onu chiamano uso sproporzionato della forza.

Nelle stesse ore nel villaggio di al al-Mazra’a al-Gharbiyya, in Cisgiordania, l’esercito reprimeva nel sangue una protesta contro il muro: otto feriti e un ucciso, Othman Ahmad Ladadweh, di 33 anni, ex prigioniero politico.

Intanto il premier israeliano Netanyahu tornava da una visita a sorpresa in Oman (paese con cui ufficialmente Israele non ha rapporti) accompagnato dal capo del Mossad Cohen. Altro esempio lampante dei buoni rapporti che intercorrono – ormai alla luce del sole – tra lo Stato ebraico e i paesi del Golfo. Tel Aviv pare mandare un messaggio, alla luce del caso Khashoggi: Israele non guarda solo a Riyadh.

CHIARA CRUCIATI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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