Quattro volte Orbán, opposizione stracciata

La strategia della paura accesa dal governo e il confuso mix degli sfidanti fa trionfare ancora il premier. Putin si congratula. «Abbiamo vinto anche a livello internazionale contro il globalismo, Soros e Zelensky. Il Fidesz è il futuro dell’Europa. Prima l’Ungheria!»
Viktor Orbán

I sondaggi descrivevano un testa a testa fra forze governative e Uniti per l’Ungheria, ma la vittoria delle prime è stata ben più netta del previsto e ha lasciato nello sconforto i sostenitori del blocco di opposizione.

Un verdetto chiaro: Orbán ha vinto per la quarta volta consecutiva e ha dichiarato trionfante: «Abbiamo vinto contro tutti». Un successo sul fronte interno contro l’alleanza a sei guidata dal conservatore cattolico Péter Márki-Zay e su quello esterno, tiene a precisare il leader arancione.

«Questa nostra quarta vittoria consecutiva è la più importante – ha detto – perché abbiamo conquistato il potere contro un’opposizione che si era alleata». E ancora: «Si sono alleati tutti e noi abbiamo vinto lo stesso».

Va bene che tempo fa il premier aveva riconosciuto che sarebbero state elezioni più difficili del solito, ma senza mostrare dubbi su una nuova affermazione del suo partito. Sarà stata ostentazione di sicurezza, atteggiamento tattico, fatto sta che Orbán ha prevalso anche stavolta.

«Abbiamo vinto anche a livello internazionale contro il globalismo, contro Soros, contro i media mainstream europei e anche contro il presidente ucraino», ha dichiarato con soddisfazione a commento di quella che vede come una vittoria anche al di fuori dei confini nazionali, e aggiunto: «Il Fidesz rappresenta una forza conservatrice patriottica e cristiana. È il futuro dell’Europa. Prima l’Ungheria!».

Due formule a effetto che ricordano, soprattutto la prima, quel «l’Ungheria cristiana sarà un esempio per tutta l’Europa», da lui pronunciato diversi anni fa. Il tema della guerra in Ucraina ha avuto un ruolo importante nella campagna elettorale e ha visto il governo alimentare le paure della gente.

Orbán ha vestito i panni dell’«uomo di pace», del leader impegnato a tenere il suo paese lontano dal conflitto e adevitare che siano gli ungheresi a pagarne il prezzo. Alla vigilia del voto il presidente Zelensky ha accusato il premier danubiano di mancare di onestà: «Forse l’ha persa da qualche parte nei suoi rapporti con Mosca», ha “ipotizzato” e sottolineato con riprovazione il fatto che Orbán sia «l’unico in Europa a sostenere apertamente Putin».

Il vincitore di queste elezioni ha giocato ancora una volta la carta della paura popolare e della sicurezza da lui garantita e fatto in modo che l’opposizione venisse percepita dagli elettori come parte politica intenzionata a trascinare il paese in guerra autorizzando il passaggio di armi in Ucraina attraverso il suo territorio. Opzione che, invece, è stata respinta dall’esecutivo.

Ma se Zelensky deplora il fatto che da tempo Budapest sostiene la politica russa in Ucraina, Putin si congratula con Orbán per il successo elettorale. L’ha fatto con un telegramma in cui, secondo l’agenzia RIA Novosti, si è detto fiducioso che lo sviluppo della partnership in atto tra i due paesi risponda totalmente agli interessi dei popoli russo e ungherese.

E l’opposizione che dice? Márki-Zay ha riconosciuto la sconfitta e pronunciato parole amare: «In un sistema ingiusto e disonesto come questo non potevamo fare di più», ha detto.

Suo compito era rappresentare l’istanza di cambiamento portata avanti da un’alleanza variegata che ha messo insieme, con “qualche” difficoltà, socialisti, verdi, liberali, centristi e Jobbik. Partito, quest’ultimo, nato come radicale di destra, ultranazionalista, antisemita e anti-rom che da qualche tempo a questa parte vuol farsi percepire come forza politica conservatrice sì, nazionalista sì, ma moderata.

Di fatto, la coalizione si è mostrata meno unita di quanto suggerirebbe il suo nome e ha espresso a fatica un candidato comune alle presidenziali. Ora c’è da chiedersi quale sarà il suo futuro. Ha perso e ottenuto meno voti di quel che prevedeva.

Che fine hanno fatto quelli mancanti? Si parla di una certa disaffezione nei suoi confronti da parte di elettori che le avrebbero fatto mancare appoggio proprio nel momento del dunque.

Si parla anche di brogli, di irregolarità, l’opposizione e i suoi sostenitori se la prendono con il meccanismo elettorale voluto dal governo, con quel sistema proporzionale che assicura al Fidesz una maggioranza di due terzi col 40% dei consensi espressi nelle urne.

Detto questo, Orbán è un osso duro; fin troppo, evidentemente, anche per un ampio cartello elettorale creato per dar luogo a una svolta che in fin dei conti appariva per lo meno ardua, a dispetto dei sondaggi. Così risulta che l’opposizione ha prevalso a Budapest, Szeged, e in certe zone di Pécs, per il resto ha avuto la meglio il colore arancione.

Ora Uniti per l’Ungheria può giusto consolarsi del fatto che il referendum sulla legge cosiddetta anti-Lgbtq sia risultato nullo per mancanza di quorum. Non abbastanza perché l’opposizione possa sentirsi meno dolorante.

Tra le note negative, l’ingresso in parlamento con sette seggi del partito di estrema destra Mi Hazánk Mozgalom (Movimento della Nostra Patria) fondato nel 2018, che rende ancora più negativo il bilancio del voto.

MASSIMO CONGIU

da il manifesto.it

foto: screenshot

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