Per una battaglia culturale contro riduzionisti e negazionisti

Il tentativo dei riduzionisti e dei negazionisti del Covid-19 va nella direzione di stabilire, molto astrattamente e senza nessuna cultura istituzional-sociale al seguito, che esisterebbe una sorta di Stato...

Il tentativo dei riduzionisti e dei negazionisti del Covid-19 va nella direzione di stabilire, molto astrattamente e senza nessuna cultura istituzional-sociale al seguito, che esisterebbe una sorta di Stato sanitario, di “dittatura” altrimenti detta tale, che si imporrebbe sullo Stato vero e proprio e che, quindi, pretenderebbe di dominare la vita di noi tutti attraverso la somministrazione dei vaccini.

Non serve essere lettori di riviste scientifiche come “Nature” per rendersi conto che le strampalate e bislacche affermazioni del cosiddetto “popolo no-vax” sono vere e proprie scempiaggini, poiché sono prima di tutto affermazioni singolari, slegate fra loro a seconda di chi le pronuncia, associate ad altre teorie complottiste che spaziano dal “terrapiattismo” fino alla potenza distruttiva del 5G, transitando per le scie chimiche degli aerei e per le follie della setta internettiana di QAnon e quel “Deep State” che viene reclamizzato dai moderni predicatori della verità assoluta come il governo oscuro del mondo.

Qui siamo ben oltre la critica scientifica verso l’ordine mondiale dettato dalla globalizzazione capitalistica, che ha le sue fondamenta nel marxismo e nello sviluppo degli studi che hanno percorso tutto il secolo novecentesco per adeguare alla trasformazione dei tempi (in senso tanto cronologico quanto materiale del concetto) la disarticolazione della contraddizione massima di una economia basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.

E’ noto che esistono organizzazioni ufficiali che gestiscono a livello mondiale le crisi del sistema del profitto e delle merci: dal Fondo Monetario Internazionale alla Banca Mondiale, anzitutto; dalle varie banche centrali interstatali – come la BCE – a quelle di carattere quasi continentale come la National Reserve.

Si sa che gruppi di potere, formati dai grandi paperoni del pianeta, si riuniscono periodicamente per gestire al meglio gli interessi che derivano dai privilegi di classe che detengono e che intendono mantenere: il gruppo Bilderberg ne è la manifestazione più conosciuta. Centotrenta rappresentanti di banche, grandi industrie e apparati politici che si riuniscono con cadenza annuale e si accordano su come gestire le crisi internazionali cui il grande capitale va incontro periodicamente e cui non può sfuggire.

Le enormi diseguaglianze prodotte dal capitalismo generano le sue crisi ciciliche e ne fanno una antisocietà instabile che deve nutrirsi della natura complessiva del pianeta per poter sopravvivere a tutto discapito della quasi totalità del resto dell’umanità, di tutto il mondo animale e vegetale. Tutto questo è noto e non vi è certamente bisogno dei riduzionisti o negazionisti del Covid-19, attuale forma presa dalla galassia variegata dei complottisti, per affermarne la presenza entro il sistema economico in cui ci troviamo a sopravvivere.

La novità, semmai, riguarda l’utilizzo che proprio il capitalismo fa di questi fenomeni di vera e propria ignoranza cosciente, presupponente nei confronti della scienza, della storia, della filosofia, del pensiero pensato e tradotto in tanti tentativi di studio dell’esistenza nel corso dei millenni. Una parte di questi “no-mask” e “no-vax” fa parte e viene strumentalizzata abilmente da settori dell’estrema destra sovranista e neofascista che ha capito di trovarsi davanti ad una riedizione del ventre molle di una società impoverita e per questo sperduta, impaurita e disperata.

In questa disperazione trovano agevolmente spazio gli avversari non solo della scienza e dei fatti storici, ma quelli della democrazia repubblicana, della Costituzione e della storia sociale e civile dell’Italia del dopoguerra.

Una parte dei riduzionisti e dei negazionisti dell’oggi si rifà poi, come tecnica, a quella usata da chi affermava (e prova ad affermare ancora odiernamente) che in fondo i nazisti erano sì un po’ rigidi nella messa in essere delle loro idee razziali, ma che in fondo era stato il tifo a sterminare gli ebrei, gli omosessuali, i rom, sinti, caminanti, i deportati politici e quelli religiosi, gli apolidi e i cosiddetti “asociali“.

Insomma, se la “soluzione finale del problema ebraico” l’aveva in fondo sottratta a Hitler e Himmler la potenza del tifo nelle baracche dei campi di concentramento e di sterminio, sovrastando la potente dittatura del Führer, se ne deduce che qualunque altra impossibilità storica o attualistica è concretizzabile. Basta ipotizzarla e fare di una illazione una ripetizione, così tanto goebbelsiana, da renderla ben più convincente di qualunque evidenza scientifica dimostrata in laboratorio.

Se il metodo storico da un lato e quello scientifico dall’altro cessano di avere considerazione presso una buona parte dell’opinione pubblica, il primo problema che abbiamo non è rispondere a dei cretini che vanno in piazza dicendo che il Covid-19 non esiste e che qualcuno vuole impiantarci nel corpo, con i vaccini o in altro modo, dei microchip che verranno attivati per controllarci e per surriscaldarci e farci morire…

Il primo problema che abbiamo è riportare la cultura di questo nostro Paese (e di tanti altri paesi nel mondo) ad un livello tale da considerare certamente l’aspetto critico determinato dalla internità di ogni studio nel sistema capitalistico e, pertanto, soggetto ai condizionamenti economici che ne derivano; ma, prima di tutto, da considerare fondamentale e incontestabile la costruzione della narrazione storica sulla base dei fatti storici stessi, addivenendo ad essi tramite tutte le fonti riscontrabili, le prove ancora oggi visibili e palpabili dai documenti rimasti, cartacei, sonori e visivi.

Parimenti occorre ridare alla scienza il ruolo che le spetta e che, troppe volte, il capitalismo ha mortificato con il bisogno concorrenziale, con la corsa alla sperimentazione finalizzata non all’aumento della conoscenza condivisa, per uno sviluppo sociale, veramente umano: la teorizzazione che si fa studio e che finisce con il concretizzare le ipotesi con tesi non affidate ad un banale empirismo ma ad una verifica costante, pratica. Vera perché dimostrabile non una sola volta, ma ripetutamente e universalmente.

Le immagini delle inchieste televisive nei reparti Covid, sul disastro sanitario frutto di lustri di disinvestimento delle risorse pubbliche in un settore chiave della vita di tutti i cittadini, sono un’oggettività incontestabile. Molti di noi hanno amici, parenti, semplici conoscenti che sono stati infettati dal virus: alcuni l’hanno superato non senza difficoltà, altri hanno perso questa battaglia.

E non basta affrancarsi dal negazionismo divenendo riduzionista, affermando che, va bene, sì, il virus esiste, fa dei morti, ma in fondo si muore di più per il fumo da sigaretta o di cancro o per incidenti stradali. Questi raffronti sono veri e propri vuoti pneumatici della mente che deve trovare un presuntuoso alibi per non ammettere la realtà cruda, crudele e tremenda che ci pervade tutti e che non ci dà tregua.

Cosa c’è, dunque, alla base del riduzionismo, del negazionismo e del complottismo? Molta poca voglia di approfondire la meravigliosa complessità (letteralmente, dal latino “complexus“: “comprendere, abbracciare“) della nostra vita che non può essere spiegata soltanto letterariamente o matematicamente, storicamente o filosoficamente, scientificamente o poeticamente. Tutto si sincretizza in una dinamica materialistico-dialettica che ha dell’eccezionale e che lega suoni a parole, espressioni e concetti a cose e persone e di cui il più delle volte non ci domandiamo nemmeno la genesi e l’origine remota.

Perché parliamo di “malattie” o di “vaccini“; perché se ci riferiamo ad un “medico” lo definiamo tale e non piuttosto “tavolo“? Non è una mera questione semantica o etimologica, ma è quel tipo di ritorno alla cultura che dovremmo adottare per ricominciare tutte e tutti ad abituarci a non dare nulla per scontato, per il solo fatto di aver ereditato in noi quanto era prima di noi. E’ un anelito alla conoscenza, quella così detta dal latino tardo antico: “cognoscentia” che ha la sua radice in quel “gnoos” (“intelletto”) che sta al centro del nostro essere persone di “spirito” e di “corpo“, di materia propriamente detta. 

Una scolarizzazione di massa deve trovare spazio tra generazioni che rischiano di essere catturate dalle semplicistiche soluzioni della mera osservazione di ciò che avviene: non basta guardare pensando così di aver visto. Nessuno, ancora nella metà dell’800 sapeva cosa fossero germi, batteri, virus.

I micro organismi non erano visibili: ma se una cosa non si vede, non è affatto detto che non vi sia, che non esista. Vale tanto per ciò che si può scrutare al microscopio quanto per ciò che si può scorgere invece con potenti telescopi. Vale pure per l’aria, per il vento: c’è, ma chi l’ha mai visto? Lo si percepisce, se ne sente il movimento. Lo descriviamo con tratti di matita che fanno immaginare la furia dell’elemento eolico, come qualcosa che è sempre in movimento e che ci sferza, ci percuote col gelo o con la brezza invece di una bella, calda primavera.

La scienza differisce dalle teorie complottiste proprio perché può spiegare, perché sa spiegare ciò che può affermare come certo e dimostrabile. Ciò prescinde dalle influenze del mercato, dei grandi gruppi economici e del sistema capitalistico, perché varrebbe anche – e soprattutto – in una società che abbia superato lo sfruttamento dell’essere umano su sé stesso e su tutto il resto del pianeta.

Coltivare la grande saggezza del dubbio, padre della verità scientifica, per una conoscenza inferenziale e non certo per alimentare teorie la cui dimostrazione è affidata all’invenzione egocentrica di numerosi santoni moderni di religioni antiscientifiche che vorrebbero condizionare le masse. Questo deve essere il compito della scuola pubblica e di tutti gli organi di informazione, differenziando i tipi di comunicazione, per regalare meno alibi possibili ai complottisti: nessuno deve essere costretto ad istruirsi, perché l’amore per il sapere è spontaneità.

Ma non può nemmeno considerarsi civile una società che ridicolizza metodo storico e metodo scientifico, sostituendoli con pensieri che, per presunzione di ignoranza, insultano persino il tomismo. Diceva uno dei padri della nostra Repubblica, Luigi Einaudi, a riguardo della formazione delle leggi che per fare delle buone norme, bisogna «Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare».

E’ un trittico metodologico che può fare da bussola ai maestri del sapere per ridare all’oggettività il posto che le spetta nell’aiutarci a vivere secondo scienza, coscienza e rispetto reciproco.

MARCO SFERINI

18 dicembre 2020

Foto di Jeyaratnam Caniceus da Pixabay

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