Mi chiederanno, un giorno, dell’11 settembre…

Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro I bombardamenti americani hanno distrutto tutto: c’è un deserto nel deserto. Non c’è più nulla che si possa...

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

I bombardamenti americani hanno distrutto tutto: c’è un deserto nel deserto. Non c’è più nulla che si possa chiamare casa, che io possa chiamare casa. La polvere gira per vie che sono segnate soltanto dal perimetro delle rovine: mattoni impastati con la paglia, come al tempo della schiavitù ebraica in Egitto. Non c’è nessun Mosè che venga a liberarci. Quelli che esportano la democrazia? Per ora ci hanno dato solo fame su altra fame, sete su altra sete, polvere su polvere e bombe a grappolo. Qua e là qualche bambino le scambia per cibo lanciato dagli aerei, forse per un gioco… E quando le tocchi… Booom… Sei fortunato se ti rimane la parte superiore del corpo.

I Buddha di Bamyian li hanno minati i talebani, le nostre città le hanno rase al suolo gli americani. Le Torri gemelle le hanno distrutte quelli di Al Qaeda, i palazzi dai piani alti di Kabul, molto più bassi, hanno fatto la stessa fine. Il mio paese è un puntino di memoria su una carta geografica dove l’Afghanistan rischia di essere cancellato per sempre…

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Sono rimasto completamente solo a guardarmi intorno: non vedo più mia madre, mio padre, i miei fratelli e le mie sorelle. Non so niente di loro. Non so cosa sia accaduto. Li cerco da giorni, dalla nostra città ai villaggi vicini. Ma trovo solamente qualche cane randagio, qualche pattuglia americana che batte le strade e si inerpica per vallate dove si nascondono i combattenti, dove se ci metti piede devi per forza rimanere. Non puoi più andartene: diventi così un amico di un terrore e un nemico dei “liberatori“. Se vi sia una scelta lo devo ancora capire. Per ora cammino, sopravvivo ora per ora, come fanno tutti i profughi in tutte le guerre.

Forse la mia famiglia sarà in qualche ospedale. Forse da Emergency. Devo provare ad arrivarci. Ogni passo che faccio è una incognita. Essere nel cuore di una guerra, in un mondo in guerra, è come trovarsi nell’occhio di un ciclone, nel punto più violento di una tempesta in mare, dove tutti i confini sono saltati, dove non c’è linea d’orizzonte, dove non c’è nessun faro che ti indichi la via, dove uno scoglio può comparire all’improvviso.

Gli occhi mi bruciano, la pelle si è seccata. Non piove da settimane e pare di stare in un deserto africano. Anche l’ombra hanno distrutto, buttando giù palazzi, case e piccoli tuguri… Sono un profugo? Cosa sono in questa terra che era il mio paese e che oggi mi sembra un altro pianeta…?

Ma nel cuore
nessuna croce manca

Non li trovo. Non sono da nessuna parte. Mio padre, mia madre, le mie sorelle e i miei fratelli. I loro volti, le loro voci posso solo ricordarli. Per fortuna ancora molto bene. Mi aggrappo a sguardi che non vedo, a voci che non sento. Immagino di parlare con loro. Lo faccio mentre cammino senza fermarmi. Ma sono anche tanto stanco. Devo riposarmi. Se mi addormento è peggio, però…

Gli incubi mi devastano la mente: mi sveglio sudato, anche se di notte fa freddo. Ricordo sempre cosa ho sognato: sono urla, sono strade buie con bagliori lontani, scintille nel cielo che cadono a terra. C’è tanta solitudine in quelle immagini. Non vedo i miei amici, non vedo nessun familiare. Vedo la gente spaventata, vedo visi che guardano in alto, orecchie che si allargano per ascoltare meglio il rombo dei motori… degli aerei… delle jeep, di ogni cosa che si muova e abbia una stella bianca.

Sognavo la mia ragazza prima, sognavo me stesso. Adesso non faccio che vedere chi non ho mai conosciuto, chi non ho mai amato e che mi è oggi caro. Sento la sofferenza totale, come la guerra che non ha confini qui, che arriva ovunque e che ti stana anche se non sei un talebano, se non sei di Al Qaeda, se non sei altro che un povero contadino inerme.

C’è tutto un popolo nei miei sogni, c’è tutta la gente che non ho mai conosciuto e che oggi mi appartiene.

È il mio cuore
il paese più straziato

Troverò chi ho perduto. Se la guerra mi lascerà in pace. Già… la pace. Non ce n’è traccia alcuna. Né in me, né fuori di me. Mi chiederanno cosa ho provato l’11 settembre, un giorno. Oggi non so ancora cosa potrò rispondere. Ma una cosa la so: non c’era la libertà prima e non c’è la libertà adesso. Per questo non ci potrà essere nemmeno domani.

(GIUSEPPE UNGARETTI)
(UN CONTADINO AFGHANO)
(MARCO SFERINI)

11 settembre 2021, alle vittime di ogni terrore, di ogni terrorismo, di ogni imperialismo

foto tratta da Wikipedia

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Marco Sferini

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