La scelta di vivere o sopravvivere in tempo di pandemia

I giuristi latini dicevano che dove c’è necessità non c’è legge: manca la possibilità di ricavare nuove norme

L’ottimismo da «magnifiche sorti e progressive» con il quale la pandemia che ci sta investendo, per molti sarebbe addirittura da considerare come una grande «opportunità», che produrrebbe una sorta di plusvalore politico nel nostro stare insieme non malgrado, ma persino grazie alla separazione sociale, insinua con sempre più insistenza un parametro apparentemente simile a quello della vita umana, ma in realtà diversissimo da questa: la sopravvivenza. Una sorta di vita su stessa, senza più aggettivi e forme.

Tuttavia, tentare di separare tale componente pura della vita dalla «vita-umana», che è dire vita politica, non fa ottenere una vita allo stato puro, cioè un’umanità politica senza il fardello del corpo, o viceversa un corpo senza il fardello dell’umanità politica, come invece è implicito nell’idea di sopravvivenza. Del resto, per quanto elementare rispetto a organismi più complessi, neanche quella del virus Corona è una vita senza forme, non contagiata da impurità.

Mentre ci proteggiamo giustamente dal contagio, teniamo presente simultaneamente di proteggerci anche dalla stessa protezione, dall’idea che di quest’ultima non se ne possa e debba avere mai abbastanza. Facciamo che la distanza rimanga una misura prossemica ambivalente dello spazio-tempo. Così ci invitano a fare anche le Dieci riflessioni sulla distanza di Carlo Ginzburg, riedite nell’edizione ampliata di Occhiacci di legno. Insomma, che la distanza non diventi soltanto un mezzo per separare chi è esposto all’infezione da chi ha il privilegio di essere protetto.

L’eterogenesi dei fini più subdola è quella che si ottiene attraverso l’eterogenesi dei mezzi. In tal senso, vanno prese le distanze dai fautori di screening di massa che, nella fase post-epidemica, dovrebbero distanziare gli abili a riprendere il lavoro, perché avrebbero sviluppato immunità al virus, da chi invece non potrà lavorare perché non immunizzato.

Forse i due elementi più sintomatici che possono allertarci se in questa situazione siamo ancora dal lato della vita umana o se invece stiamo scivolando in quello della sopravvivenza, sono la morte e il lavoro. Alla domanda a Primo Levi su quanto frequente gli fosse pensare alla morte quando era nel campo di sterminio, la sua risposta raggelante era che al campo di sterminio gli internati non pensavano mai alla morte. Non c’era tempo per pensare alla morte, perché tutti erano impegnati a sopravvivere. Se tutti, davvero tutti ci occupassimo solo della sopravvivenza, allora non avrebbe più senso occuparsi della vita (e della morte). La sopravvivenza non può essere pensata, ma solo agita nella necessità, la quale nulla ha a che fare neanche con lo stato di eccezione.

I giuristi latini dicevano che dove c’è necessità non c’è legge, cioè non c’è possibilità di estrarre esempi che possano darci un sapere da cui ricavare nuove norme, abitudini di vita, modi di lavorare – figuriamoci insegnamenti per più sviluppate o eccezionali forme politiche, come invece alcuni declamano. Ricavare forzatamente una conoscenza da ciò che siamo obbligati a fare e non fare, come accade in questo momento, vale poco per il futuro. Il boomerang della smentita è più vicino di quanto si creda. In Europa, vedi Ungheria, dove la pandemia ha offerto davvero un’occasione per rendere normale uno stato da tempo in eccezione.
Il futuro è il tempo che non c’è – ancora. E questo è particolarmente vero adesso, in questo stato di necessità differentemente calibrato fra i paesi del pianeta e le classi sociali.

Si pensi ai moderni schiavi che continuano a sgobbare sui campi delle nostre campagne per produrre beni di prima «necessità», o a quelli che sfrecciano in bici sulle strade delle nostre città per distribuire pasti comandati «a distanza», o al personale medico sanitario costretto a lavorare in condizioni non adeguatamente protette. Vogliamo considerare anche questa loro condizione come un’«opportunità» per il futuro?

Quanti altri futuri immaginari e ideologici dobbiamo ancora sopra-vivere prima di non poterne più della retorica capitale dei sacrifici, dell’opportunità, dell’occasione di cui in questi anni di neo-liberismo ci siamo già abbondantemente riempiti le bocche e, altrettanto abbondantemente dimenticati? Se davvero dobbiamo utilizzare la misura della distanza per proteggerci, cominciamo ad applicarla da ora, per rendere più protetti fisicamente e economicamente tutti coloro che oggi sono chiamati più esplicitamente che mai a rischiare di barattare il lavoro con la morte. Cominciamo a garantire a queste persone la qualifica di vita umana da adesso, invece di promettergli magnificenze future in cambio della loro sopravvivenza eroica.

Il futuro non esiste – ancora. Quello che possiamo fare in questo presente in stato di necessità è richiamare l’apparente paradosso di analizzare il passato, che è l’unico tempo che esiste. Così sosteneva Benjamin nelle sue Tesi sul concetto di storia. Il passato è tutto ciò che abbiamo in questo opaco momento di cui a malapena si può fare cronaca, ma non già storia o peggio profezia. Tuttavia, il vento di tempesta che ci sospinge al futuro che non vediamo tenta la nostra cecità alla visione – mistica, o meglio mistificatoria – di un tempo necessariamente migliore, perché figlio della grande opportunità che ora sopra-viviamo. Un futuro in cui, abolito il sapere del passato, da capo, non ci sarà più tempo per chiedersi «da chi siamo stati attesi» (Benjamin).

MARCO PACIONI

da il manifesto.it

Foto di fernando zhiminaicela da Pixabay

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