Il lavoratore è utile al Paese, l’imprenditore è utile a sé stesso

Il dibattito di queste ore verte tutto sulla necessità confindustriale della “riapertura” delle fabbriche che svolgerebbero un “lavoro necessario” (che nulla ha a che vedere con l’elaborazione marxiana del...

Il dibattito di queste ore verte tutto sulla necessità confindustriale della “riapertura” delle fabbriche che svolgerebbero un “lavoro necessario” (che nulla ha a che vedere con l’elaborazione marxiana del “lavoro socialmente necessario” per la produzione di una merce). Mi riporta alla mente il concetto che i nazisti avevano di “lavoratore necessario“: utile allo sforzo bellico, ma non certo utile alla Germania che avrebbe voluto la pace e che se ne stava silente sotto il terrore inasprito dagli apparati repressivi del Terzo Reich mediante la Gestapo e le altre forze di polizia locali.

Al Nord, dove l’epidemia impazza ancora, timidi segnali di decrescita dei ricoverati in terapia intensiva e di contagi fanno alzare la voce grossa agli imprenditori (…ché se li chiamo troppe volte “padroni” poi qualcuno storce il naso…). Una voce che non intende tenere in considerazione gli scienziati quando affermano che non è il momento per le riaperture, mentre, con una spregiudicatezza veramente immorale, alcuni rappresentanti delle categorie dell’impresa affermano che “la fabbrica è il luogo più sicuro dal contagio da Coronvirus“.

Verrebbe da rispondere di petto, anzi di pancia: allora andate voi a lavorare in fabbrica e lasciate gli operai a dirigerla. Invertiamo i ruoli e vediamo se, ribaltando i ruoli, il livello di sicurezza per gli imprenditori e i loro amministratori delegati è sempre lo stesso.

Questi moderni padroni, che non si sono mai trovati davanti ad una inaspettata crisi economica generata non dalla lotta di classe bensì dalla lotta della natura nel ristabilire un equilibrio laddove viene costantemente vilipesa, violata e distrutta, vedono avvicinarsi non la “caduta tendenziale del saggio di profitto” (quella era dovuta all’investimento che il padrone faceva sul capitale costante – ossia i macchinari in primis e le materie prime poi – rispetto al capitale variabile – ossia il salario -, a tutto discapito del secondo e che, comunque, nel lungo periodo avrebbe prodotto effetti negativi, come strategia industriale, proprio sulla percentuale del profitto fatto), bensì il crollo del cosiddetto “sistema-Paese“.

Che cos’è tradotto nel linguaggio confindustriale? E’ quello scudo pubblico che pretendono di avere lor signori nel mentre portano avanti i loro privatissimi interessi accumulando ingenti ricchezze, cercando sempre nuove defiscalizzazioni e quindi limitando al massimo il “rischio di impresa” grazie alle garanzie pubbliche. Qui sta gran parte della necessaria ipocrisia che il capitalismo deve assumere come caratteristica economica trasferita al processo politico e sociale: far pagare le proprie disgrazie a tutti, mentre godere in beata solitudine i propri successi sempre e solo ottenuti grazie allo sfruttamento dei lavoratori.

Allora bisogna porsi una domanda seria: ma il “rischio di impresa” esiste per davvero? A ben vedere, no. Esiste soltanto se immaginiamo una scissione risolutiva tra struttura economica padronale e sovrastruttura politico-amministrativa, si suppone, frutto della delega a suffragio universale frutto del voto popolare. Siccome la partita è sempre truccata, perché si svolge dentro il sistema controllato dalla classe dominante, la classe che non domina niente se non le proprie disgrazie, deve iniziare a considerare il fatto che tramite le regole stabilite dai padroni non riuscirà mai a raggiungere quel potere politico che oggi loro hanno e controllano, più o meno direttamente o indirettamente, tramite i loro riferimenti governativi.

Non è il “motore del Paese” che rischia di spegnersi se non riaprono le fabbriche del triangolo industriale del Nord (quello fra l’altro che potrebbe essere definito anche il “triangolo della morte“, vista l’alta concentrazione di casi di Coronavirus), ma solo il motore dei profitti dei padroni.

Questo è bene ricordarlo sempre, perché bisogna tradurre il linguaggio classista degli imprenditori e farlo scendere dal piano eufemistico a quello realistico.

Già in tempi “normali” i lavoratori muoiono ogni giorno anche senza virus. Se alle normali mancanze di sicurezza nei posti di lavoro aggiungiamo le mancanze che vi saranno (intanto ci si “autocertifica“… mentre si ipotizzano anche decertificazioni antimafia come se fossero inutili orpelli…) in presenza del Covid-19, non solo saranno state inutili le misure di contenimento, ma saremo innanzi ad una vera e propria strage voluta soltanto per obbedire alle regole del mercato, della produttività.

Le aziende potrebbero anche fermarsi molto più di un mese e i padroni potrebbero pagare ai lavoratori molto di quel salario che gli hanno sempre rubato facendoli lavorare, quindi sfruttandoli a pieno ritmo, con contratti vergognosi, al limite dello schiavismo; utilizzando l’alternanza scuola-lavoro in molti casi e prendendo incentivi dallo Stato come se non ci fosse un domani, lamentando sempre il “rischio di impresa”, connaturato al sistema che loro stessi sono e perpetuano.

Ma davvero se si fermano i profitti dei confindustriali, dei padroni, si ferma il Paese?

Il Paese si ferma a causa della tanta evasione fiscale accumulata nel tempo, ai capitali scudati all’estero, alle defiscalizzazioni cercate ad ogni finanziaria, alla concertazione che si è sostituita (complice anche il cedimento sindacale) alla contrattazione nel corso di decenni che hanno distrutto le categorie lavorative, i contratti collettivi nazionali, precarizzando il lavoro, parcellizzandolo, mentre i padroni si arricchivano sempre più.

No, non si ferma il Paese se si fermano i profitti per alcuni mesi. Si deve tutelare la salute delle lavoratrici e dei lavoratori e smetterla di ritenere prioritario l’interesse della classe imprenditoriale.

Non sono loro a creare la ricchezza dell’Italia, ma lo sono tutti i salariati, le partite IVA, i precari e il grande terribile mondo del lavoro sommerso che è senza alcuna tutela, privo di qualunque riconoscimento.

Di tutto questo la sinistra comunista deve accorgersi e deve unirsi su queste basi per “riconvertire” sé stessa nella produzione di un nuovo movimento di classe che percepisca proprio ora, in questa drammatica fase di sopravvivenza tangibile, resa evidente dalla quarantena, dalla pandemia che dilaga e che, per pochi giorni di discesa del numero dei positivi, si vorrebbe già minimizzare in nome del “progresso della nazione“.

Dobbiamo diventare consapevoli di un ruolo attuale che può diventare storico se sapremo coglierne le contraddizioni e forzare su queste per svergognare il potere imprenditoriale, la contesa continentale su quale Stato debba salvarsi a discapito degli altri, nella lotta di classe tra paesi ricchi e paesi poveri.

Tornare alla “normalità” non deve voler dire tornare alle ragioni antisociali, al mercato di qualunque cosa inanimata o vivente per sentirci “evoluti“, “moderni” e magari pure “progressisti“. Ritornare al recente passato è stabilire solo una breve tregua tra l’attacco della Natura di oggi e quello che certamente verrà nuovamente riproposto dalla rottura del grande equilibrio se continueremo ad abusare di noi stessi, degli animali e dell’intero ecosistema.

A chi conviene riaprire? Cui prodest? Solo agli imprenditori. Non al Paese.

MARCO SFERINI

9 aprile 2020

Foto di Orna Wachman da Pixabay

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