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Lo stiletto

Il Villaggio vero

Oggi molti giornali si lagnano, nell’esaltare la figura di Paolo Villaggio, di aver scoperto con lui sì di essere un popolo di ruffiani, di profittatori, di arrampicatori sociali: un brutto popolo, in sostanza.
Se ne dolgono da un lato e rimproverano in alcuni altri casi il comico genovese di aver enfatizzato troppo uno stereotipo.
Io penso invece che Paolo Villaggio non abbia enfatizzato nulla: ovviamente la sua comicità è satira, come nel caso di Fantozzi, e, in quanto tale, deve esagerare le sembianze riconoscibili delle storture che viviamo in prima persona e che già vivevamo dagli anni ’70.
Ma Fantozzi non è enfasi e nemmeno stereotipizzazione: è quell’insieme di turbolenze sociali che si rispecchiano nell’individuo e che ne fanno a volte un buon cittadino vessato dalla pubblica amministrazione, dal padrone, dall’etera Dea della Sfortuna; altre volte ne viene fuori l’immagine della rabbia, della voglia di rivolta, di riscatto.
Quando si candidò come indipendente nelle fila di Democrazia Proletaria, Villaggio parlò del giorno in cui andò a trovare i comunisti libertari (molto poco capiti e troppo spesso visti come un residuo di una sinistra impossibile per cambiare le cose) e li definì come una “setta di protocristiani” che facevano politica in una sede non borghesemente arredata come tante altre sedi della sinistra in Italia. Ma dignitosamente ed evidentemente povera.
L’Italia degli ultimi gli è sempre stata accanto e lui ha fatto lo stesso mettendo davanti a tutta l’Italia la vergogna di un sistema che riduce l’uomo a spettatore della propria vita gestita da altri.
Fantozzi è passivo nel vivere: subisce e quando prova a reagire viene sconfitto. Sempre. Ma ha scatti d’orgoglio, sa ciò che è giusto individualmente e socialmente. Da solo non ha la forza per emanciparsi, per rovesciare la Megaditta.
Paolo Villaggio ci lascia un patrimonio culturale non da poco: capire la lotta di classe ridendo, senza analisi economiche, senza strategie politiche di piccolo, medio o lungo corso.
La fotografia che rimane oggi è uguale a quella fatta negli anni ’70: l’uomo spersonalizzato, ridotto ingranaggio della macchina a cui difficilmente si sfugge in solitaria fuga.
Addio, caro Paolo. Semplicemente, umanamente: grazie.

(m.s.)

foto tratta da Flickr (Associazione Amici di Piero Chiara) su licenza Creative Commons

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