Il superamento del bipolarismo e la miseria della politica italiana

Ammettiamolo: generalizzare è quasi sempre un errore. Si rasenta persino il ridicolo – ammesso che se ne abbia il senso – quando si estende all’universo mondo un fatto particolare,...

Ammettiamolo: generalizzare è quasi sempre un errore. Si rasenta persino il ridicolo – ammesso che se ne abbia il senso – quando si estende all’universo mondo un fatto particolare, una determinata peculiarità singolare, che sia una idea, una qualità, una virtù oppure un difetto più o meno conclamato.

Per cui, dire che la politica italiana è veramente ben poca cosa se si guarda alle trovate giullaresche salviniane sulla scoperta di un pacifismo che fa a pugni con la veemenza leghista di sempre, è farle torto anzitempo, con un apriorismo che non merita. Eppure, a ben vedere, è difficile potersi esercitare in un mantra da autoconvincimento, nel ripetersi la frase: «Oltre la Lega c’è di più» se si passa in rassegna il resto delle forze politiche parlamentari, sia di maggioranza sia di opposizione.

Le destre sono alla ricerca di sé stesse, in attesa che si presenti l’opportunità di prendersi il governo del Paese: una possibilità che l’asse PD-Cinquestelle gli sta lasciando aperta sostenendo una guerra in cui l’Italia non doveva entrare nemmeno per procura, attuando politiche di sfoltimento dei diritti sociali, non investendo nulla nella tutela dei beni comuni, nel rilancio culturale, nella scuola pubblica e non recuperando nemmeno terreno sul piano pensionistico e sanitario.

Le destre sono alla ricerca di sé stesse e lo fanno stando in parte al governo con il resto della maggioranza di unità nazionale, ed in parte all’opposizione in una solitudine dorata che ha fatto di Fratelli d’Italia la novità politica del momento, surclassando il salvinismo in declino e, tuttavia, niente affatto passato.

La divisione è più tattica che strategica, perché alla strategia risponde una compattezza programmatica sui vecchi valori che rispondono ad un liberismo tratteggiato da un sociale del tutto apparente, propagandistico e volto a consolidare il trasversalismo dei consensi elettorali.

Alla tattica rimangono le pseudo-riforme sulla giustizia, affidate a cinque quesiti referendari che piacciono solamente a quei partiti che hanno a che fare con le procure da lungo tempo e che vorrebbero cambiare la durezza (o la correttezza) di certe norme spacciando il tutto per una estensione del garantismo a tutti i cittadini, nel pieno rispetto della Costituzione.

Così, il 12 giugno, la prova del voto è più che altro un tentativo di rivalsa di un centrodestra salviniano-forzitaliota-renziano con la Meloni pronta a capitalizzare l’ennesima sconfitta leghista, il PD completamente smarrito nel marasma delle correnti interne e i Cinquestelle nettamente contrari.

Oltre la Lega c’è di più? L’assunto iniziale merita un interrogativo a questo punto, perché non esiste un confronto tra posizioni politiche degne di questo nome.

Si va a tentoni, aspettando il primo inciampo altrui e, nel ribattere, per la gloria dei social e della canea indegna di qualunquismo e populismo dilaganti, si fermenta amaramente in un pressapochismo che non può essere l’humus da cui nasca una seria proposta programmatica e organizzativa per il cambiamento delle condizioni miserevoli di larga parte della popolazione.

Per troppo tempo abbiamo introitato la logica bipolare, di una falsa e arbitraria alternanza tra un centrosinistra mutevole e cangiante a seconda delle brevi stagioni dettate dal trasformismo italico, ed un centrodestra altrettanto camaleontico ma più disinvolto nel presentarsi come unitario alle competizioni elettorali, frazionandosi immediatamente dopo sia sul piano parlamentare sia su quello delle declinazioni di un potere che ha perso da tempo l’uniformità, la linearità discendente tra centro e autonomie, tra nazionale e locale.

Il bipolarismo è entrato in crisi già da parecchio tempo.

Non esiste un solo fattore scatenante a cui attribuire questa torsione involutiva, sebbene i fattori scatenanti dell’ennesima mutazione genetica di una zoppicante democrazia sempre più apparente sono molteplici: la comparsa dell’anomalo bicefalo democratico, quella del populismo pentastellato, il rampantismo renziano che ha soppiantato la seppure non originale simbiosi tra DS e Popolari, oltrepassando le ragioni fondatrici del PD e poi, ancora, il venir meno del tripartito di destra che, con l’ascesa sovranista ha surclassato il liberalismo cialtronesco del mondo parallelo berlusconiano.

Le fasi della vita politica italiana si sono succedute, dunque, verso una fuoriuscita dallo schema bipolare proposto e imposto dalle leggi elettorali, chirurgicamente pretese dalle forze politiche in disgrazia prima e da quelle in stato di grazia elettorale poi. Il ventennio berlusconiano, fatte salve le brevi parentesi del centrosinistra prodiano, ha tuttavia retto grazie a questo architrave: il centro ricostituito attorno a Forza Italia e, ai lati, le destre e le forze ex socialiste a fare da bilanciamento, da contrappeso e da supporto alle maggioranze create dal Cavaliere.

Ma il potere logora, soprattutto chi lo ha. Così il bipolarismo è entrato in crisi insieme ai suoi stessi sostenitori più accesi: la sua evidente inedia ha accelerato il decorso nel momento in cui la destra tripartita si è separata per scegliere l’avventura sovranista del leghismo salvinista di governo.

Il Conte I fa da linea demarcatrice, ma non scopre nulla di nuovo nell’assemblaggio tra l’ex puritanesimo politico pentastellato, esclusivista ed elevato ad una morale superiore, e il vecchio armamentario di un Carroccio restaurato per l’occassione con la proposta neonazi-onalista.

Sta di fatto che lo schema bipolare entra in crisi definitivamente con quel patto, con quel contratto di governo: una simbiosi opportunista che, infatti, si lacera in men che non si dica. Ed i tentativi di ricomposizione di una maggioranza di governo, poiché non sono fatti su un orizzonte programmatico (ed anche ideale) ma solo per evitare il ricorso alle urne, resistono soltanto per l’emergenza innescata dalla marea della Covid-19.

La pochezza della politica italiana, come se ne evince, va ben oltre il solo spettacolino salviniano sui viaggi ad Est, nel brutto mezzo della guerra.

La cosiddetta “fine delle ideologie” non basta come giustificazione per la povertà ideale, culturale e soprattutto di classe dirigente, di progetti riformatori della scena parlamentare e governativa dell’oggi. Le criticità ormai riguardano un intero apparato statale maltrattato in decenni di privatizzazioni che hanno soffocato la funzione prima della Repubblica: la tutela degli interessi pubblici, la salvaguardia dei beni comuni.

Tranne poche formazioni politiche di minoranza, esterne al grande carrozzone draghiano, il resto degli emicicli parlamentari è uniforme nella condivisione dell’orizzonte liberista sul terreno economico e, quindi, apertamente antisociale.

Ciò rende ancora più lontane le istituzioni dalle problematiche quotidiane, dirimenti e sempre più impellenti di larghe fasce di popolazione che sono precipitate nell’indigenza già prima della pandemia e della guerra e che, oggi, non hanno alcuna speranza di sentirsi al sicuro grazie ai 200 euro una tantum che Draghi ha promesso per il prossimo mese di luglio.

La miseria della politica italiana non è solo un precipitare verticale delle analisi e delle interpretazioni di una società per cui ogni forza politica dovrebbe avere una chiara disposizione a lavorare nel senso dell’interesse comune; questa povertà intellettivo-organizzativa si accompagna ad un degrado morale che investe tutti gli ambiti della Repubblica.

Nessun potere dello Stato è ormai al sicuro dal degrado che gli tocca subire o che, invece, complice alimenta e sostiene insieme alle istituzioni di una Unione europea tutta finanziaria e niente diritti sociali.

La difficoltà sta nel non riuscire ad individuare una volontà politica e sociale che riesca ad avere un progetto condiviso, che si rifaccia a grandi idee e ideali del passato, innovando il tutto con un pragmatismo che non sia sinonimo di compromissione ma, tutt’al più, di compromesso e che, quindi, saldi le differenze, rimetta al centro la questione lavoro e ne faccia il perno attorno a cui far ruotare ogni pratica di liberazione.

La fine del bipolarismo italiano, se non accettata passivamente dalla sinistra di alternativa, può essere una occasione per riproporre un progressismo radicale e riformatore al tempo stesso. Ma per ottenere tutto ciò, è necessaria una sorta di catarsi palingenetica, una messa in discussione di tutte le nostre certezze (dis)organizzative, riconoscendoci come soggetti ancora attivi proprio nel cambiamento. Un cambiamento che per primi dobbiamo attuare su noi stessi.

MARCO SFERINI

28 maggio 2022

Foto di antonio filigno

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