Il neo-riformismo delle buone intenzioni di Piketty

In questi ultimi trent’anni, diciamo a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, con l’avvento del berlusconismo, della massificazione televisiva, della condivisione immediata di opinioni sempre più indirettamente espresse attraverso...
Thomas Piketty

In questi ultimi trent’anni, diciamo a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, con l’avvento del berlusconismo, della massificazione televisiva, della condivisione immediata di opinioni sempre più indirettamente espresse attraverso mezzi di comunicazioni che costringono all’estrema sintesi (fatta eccezione per Facebook), il livello culturale del Paese è drammaticamente precipitato verso un piano inclinato. Sembra non vi sia appiglio per recuperare qualche metro e risalire la china.

La cosiddetta “morte delle ideologie” proviene da quegli anni di turbolenza politica, di presunta “rivoluzione italiana“: la fine dei grandi partiti di massa si era trascinata appresso (o ne era stata trascinata…) la consunzione delle visioni fra loro alternative di una società ricca tanto di profitti privati quanto di disuguaglianze pubbliche. C’è chi ancora oggi considera che tutto ciò abbia rappresentato per l’Italia un bene e non sia stato invece il prosieguo di una stagione di personalismi politici intrecciati ad affari economici di ampio rilievo e che, oggettivamente, nel prevalere mettevano immediatamente da parte ogni anche più timido richiamo al ruolo sociale delle istituzioni repubblicane.

Fino almeno al 2005, seppur in mezzo a mille contraddizioni, la sinistra comunista ha avuto il ruolo di rappresentanza dello sdegno sociale, delle rivendicazioni dei bisogni di una buona parte del mondo del lavoro. Rifondazione Comunista è stata, fin dalla sua nascita nel 1991, punto di riferimento per chi voleva conservare una critica “senza se e senza ma” al sistema delle merci e dei profitti e al contempo provare ad incidere nel grande calderone elettorale per evitare l’avanzata delle destre che tra le loro fila contavano di tutto e di più: secessionisti in stretto rapporto con gruppi neonazisti europei di varia natura, ex socialisti craxiani, ex democristiani, massoni, personaggi legati all’eversione nera degli anni di piombo e persino fautori del ritorno della monarchia.

Poi, la già presente crisi delle ideologie legate alla pratica di vita quotidiana, s’è acuita con l’avanzare di una nuova critica: quella che abbiamo sentito definire giustamente “antipolitica“. Almeno nell’interpretazione classica del “pensare” e del “fare” politica, quindi dell’agire per gestire la Repubblica e attuarne pienamente i fondamenti costituzionali. Tutte chimere, si dirà. Quando mai la Costituzione è stata per davvero pienamente messa in essere in ogni ambito di vita popolare? Mai. Ma ciò vale un po’ per tutte le grandi fonti del diritto, i punti di partenza da cui diramano tutte le particolari norme che dovrebbero garantire l’uguaglianza del cittadino innanzi tanto alla Legge quanto al resto della comunità in cui vive.

Una Costituzione nata proprio dalla sintesi di diametralmente opposte concezioni tanto del pubblico quanto del privato entro la cornice di una nuova forma statale nata con il referendum istituzionale del 1946. Sono passati ormai 74 anni da quel giugno in cui l’Italia divenne una Repubblica e dove, come ha ben detto Franca Valeri in questi giorni in una bellissima intervista fattale dal Corriere della Sera, “…tutto pareva possibile” dopo la fine della guerra, la morte di Mussolini e Hitler e la rinascita del Paese grazie alle forze sociali e politiche antifasciste.

Se ancora una trentina di anni fa erano due i perni di discussione pubblica nel Paese (la politica e il calcio), oggi è molto difficile trovare grandi ambiti dove si scontrano le opinioni: il dibattito politico non manca, indubbiamente, ma è frammentato, privo di filoni interpretativi che prendano ispirazione da idee precise, da nuovi “significanti“, definiti dall’accettazione o meno – ad esempio – dello “stato di cose presente“, del capitalismo come regime economico dominante nel più globale dei significati, universalmente compreso ad ogni latitudine e longitudine.

Raramente quando si interviene in una discussione politica si usano le categorie interpretative del sociale (e dell’antisociale) che abbiamo conosciuto ancora pochi decenni fa nella pratica istituzionale: non vi sono comunisti che si confrontano con socialisti o democristiani. Non vi sono nemmeno missini che si affiancano ai liberali su determinate lotte conservatrici. Nemmeno vi sono repubblicani e socialdemocratici che fanno da ago della bilancia in qualche alleanza pentapartito di vecchio modello.

Adesso, data la velocità delle comunicazioni, l’isterica rappresentazione delle proprie opinioni attraverso l’impersonalità dei “social network“, le grandi diatribe dialettiche sui fondamentali della nostra società (e delle società generalmente intese, tanto dal punto di analisi storico quanto da quello sociologico) sono ridotte a scaramucce tanto di breve quanto di insulsa qualità.

Circa un mese fa, giornali e testate di Internet facevano uscire le prime recensioni di un libro che merita di essere letto. Con pazienza, va detto subito. Nel suo ultimo lavoro che supera abbondantemente la soglia psicologica delle 1.000 pagine, espressione della fatica ormai espressa dallo scrittore quanto di quella futura del lettore, l’economista Thomas Piketty affronta proprio la questione cui qui abbiamo fatto (in confronto) brevemente cenno.

Capitale e ideologia” ha un sottotitolo: “Ogni comunità ha bisogno di giustificare le proprie disuguaglianze“. Abile fraseologia che induce all’interpretazione di quanto si potrà trovare nel testo che si fa forza anche della parola “Capitale“, riportando alla mente più o meno di tutti il “Das Kapital” di Karl Marx.

Probabilmente prima di leggere Piketty, andrebbe letto Marx che – è bene precisarlo sempre – non è una lettura facile, soprattutto se si decide di seguirne lo sviluppo filosofico prima e materialistico poi iniziando dalla gioventù del giovane hegeliano ribelle, passando per la nascita del “Manifesto del Partito comunista” e approdando, attraverso una lunga serie di opuscoli e di trattazioni polemiche che il Moro produce con una bulimia da scrittura che non conosce eguali, all’analisi meticolosa, scientifica del sistema di produzione capitalistico.

Tuttavia Piketty va letto. Con pazienza, certo. Ma del resto ogni testo che fa uno sforzo per proporre una visione rinnovata dei tempi merita una attenzione speciale. Non fosse altro come premio da parte del lettore all’esercizio di ricerca e di analisi messa in campo dallo scrittore, studioso ed economista.

Che se ne condividano o meno le conclusioni (ammesso che veramente si possano trarre del tutto e non rimanga qualche zona d’ombra, quindi un utilissimo dubbio che fomenta nuova spinta critica), il confronto dialettico deve tornare di moda. La cultura deve tornare di moda ed essere “affascinante“, proprio come in un defilè, per rimettere in moto – su questo con Piketty mi trovo perfettamente d’accordo – il necessario ritorno alla pratica della formazione delle idee condivise: le ideologie. Sono il “sentire comune“, la percezione che diviene partigianeria e lotta.

Quella “morte delle ideologie” cui si faceva cenno all’inizio, elemento fondante di una nuova stagione tanto politica quanto sociale ed economica, nuova linea di sviluppo del moderno liberismo, è avversata anche da Piketty che si augura un superamento del capitalismo attraverso l’abolizione del giustificazionismo delle disuguaglianze ma anche mediante un percorso sovrastrutturale (quindi politico) che si piega al riformismo e che include – ipse dixit – una fase transitoria in cui si limiti anche il diritto di voto.

Le buone intenzioni del professore per un “nuovo socialismo” ci sono tutte: dal riconoscimento del danno fatto dai tempi dell’Ancien Regime fino ad oggi dall'”irrigidimento” del sistema dell’ereditarietà della proprietà, segnatamente di quella per l’appunto privata, fino alla teorizzazione di una progressività fiscale che aiuti i moderni sfruttati ad uscire dall’indigenza divenendo, al contempo, coscienti del proprio stato tramite non la semplice osservazione degli accadimenti ma tramite la riorganizzazione sociale.

Poi, però, dal grande spettro storico di analisi della perpetuazione delle autoconsolatorie giustificazioni sulle diseguaglianze sociali che i popoli si sono dati, Piketty arriva – anche in interviste concesse in merito al suo ultimo lavoro – a precisare una serie di contraddizioni che sono difficilmente riconducibili a quanto poche righe sopra espresso.

Dice: “La disuguaglianza non è economica o tecnologica: è ideologica e politica. In altre parole, il mercato e la concorrenza, i profitti e i salari, il capitale e il debito, i lavoratori qualificati e non qualificati, i cittadini e gli stranieri, i paradisi fiscali e la competitività non esistono in quanto tali. Sono costruzioni sociali e storiche che dipendono interamente dal sistema giuridico, fiscale, educativo e politico che abbiamo scelto di istituire e dalle categorie a cui facciamo riferimento.” (da Aggiornamenti sociali.it).

Primo: la disuguaglianza è economica, quindi sociale. Poi è anche politica e ideologica, poiché solo dopo aver soddisfatto i propri bisogni materiali – ci insegna Marx – possiamo dissertare politicamente, sociologicamente e anche ideologicamente del come cambiare lo stato pauperistico di cose in cui viviamo.

Secondo: il sistema di produzione capitalistico sarebbe dipendente dal diritto, dalla fiscalità, dall’educazione e dalla politica. Tutte sovrastrutture che condizionerebbero la struttura economica. Non si capisce come. Non viene, e non può del resto venire spiegato…

E’ indubbio che i rapporti di forza che si stabiliscono fra le classi siano “anche” ideologici e intellettuali. Ma sono prima di tutto rapporti economici. Piketty riforma il marxismo? Sembrerebbe invece stravolgerlo, tentando di rovesciare la dipendenza tra sovrastruttura e struttura.

Non si esce dalle disuguaglianze antisociali proponendo la centralità delle ideologie come motore della storia umana. Nemmeno come elemento condizionante e dirimente. Purtroppo, che lo si voglia o no, la coscienza di ognuno di noi è fondamentalmente segnata dal nostro “essere sociale“, quindi non è possibile alcuna ideologia di liberazione dal capitalismo se non tramite la possibilità di ognuno di noi di avere tempo e modo di formularla sempre dopo aver soddisfatto i bisogni primari.

Su questo punto, che nel libro è peraltro dirimente, centrale e attorno al quale ruota un’intera analisi molto complessa ma molto facilmente espressa, comprensibile anche a chi non mastica alcunché di economia e di politica, Piketty fa ruotare anche un altro assioma che, invece, è condivisibile come punto di principio per il recupero di una dialettica sociale (quasi di stampo hegeliano, finalizzando il tutto oltre che alla comprensione degli opposti e del loro compenetrarsi anche alla ricerca di un piano di sostenibilità dello sviluppo), e che si richiama al sottotitolo di copertina del libro: “Ogni società deve giustificare le sue disuguaglianze: è necessario trovarne le ragioni, perché in caso contrario è tutto l’edificio politico e sociale che rischia di crollare“.

I comunisti vanno dicendo ormai da secoli che il sistema di produzione capitalistico genera di per sé, per sua intrinseca natura (non una astrazione ma un dato oggettivo, di fatto, riscontrabile scientificamente, matematicamente…), ogni ingiustizia che viviamo e a cui sopravviviamo in questo mondo. La lotta fra le classi – chi possiede i mezzi di produzione e chi invece solo la propria “forza-lavoro” da vendere come merce all’imprenditore per poter guadagnarsi da vivere – rimane un dato oggettivo, ma pare sfuggire ancora a troppi economisti liberali (per non parlare poi di quelli ciecamente e fuoriosamente liberisti e sovranisti).

La “giustificazione” che Piketty richiama per una accettazione sociale e una ristabilizzazione dell’asse di equilibrio del modello diseguale, dello sviluppo ineguale e della altrettanto diversificata distribuzione delle ricchezze prodotte nel regime della proprietà privata dei mezzi di produzione stessi, è il punto di partenza di ogni riformismo. Una analisi che mette a nudo le contraddizioni intellettuali umani ma che si infrange sulla barriera del capovolgimento dello schema marxiano sull’interpretazione del corso storico, degli eventi secolari, della lotta fra le classi.

Pur volendo superare il capitalismo, pur avendo buone intenzioni, senza volerlo – per l’appunto – Piketty finisce per essere un riformista che condanna i riformismi e un rivoluzionario che non può proporre una rivoluzione che abbia inizio soltanto o principalmente da un mutamento percettivo, ideologico-idealistico degli esseri umani.

Sia che si tratti di un riformismo involontario o meno, il punto di caduta rimane: la contraddizione è evidente. L’economista che cerca il modo di ridurre (non di annullare e superare) le disuguaglianze sociali che lui individua come generate più dal mondo “delle idee” rispetto a quello “della materialità“.

Si finisce così per prendere in considerazione non il capovolgimento del sistema capitalistico, il suo rovesciamento e superamento, ma soltanto la sua più corretta gestione mediante una politica accomodante tanto verso le esigenze dei padroni dei centri di produzione e delle grandi fortune che ne derivano e il mondo degli sfruttati, dei salariati (che sono quasi 3 milardi su questo pianeta): impiegati od operai che siano; precari o disoccupati di medio o lungo corso.

Piketty nella sua ultima opera richiama la necessità di una politica fiscale più equa e attribuisce la crescita dei sovranismi proprio alla mancanza di una visione ideologica che provi a coniugare mercato e lavoro, capitale e ideologie. Ideologie che rinascano sulla base della simbiosi tra lo sviluppo istituzionale democratico e quello economico seguendo linee liberali e non più ferocemente liberiste.

E’ uno studio interessante quello di Piketty: non risolve il problema della contraddizione massima, del capitalismo, perché non lo vuole affrontare; ma ci segnala delle criticità che vengono avvertite anche dalla classe dominante degli imprenditori: soprattutto con la pandemia del Covid-19, le fasi acute di una crisi economica irrefrenabile si sono manifestate abbondantemente e hanno costretto anche i più riottosi ad ammettere che, se non ci si vuole trovare davanti ad una rivoluzione delle classi sfruttate, dei poveri, dei più deboli socialmente parlando, allora si deve mettere mano al portafoglio e dare ad intendere che un po’ di ossigeno c’è ancora. Ma non basterà per tutti e nemmeno per sempre.

Confindustria richiama alla responsabilità le maestranze, i sindacati e redarguisce il governo: altro che riformismo alla Piketty! Bisogna spingere il piede ancora di più sull’acceleratore produttivo e intensificare i ritmi, facendosi sostenere dallo Stato per il momento, evitando di impiegare grandi capitali in situazioni di rischio come quella in cui ci troviamo.

Del resto, quando si parla di licenziamenti, si pensa sempre e soltanto ai lavoratori. Chi mai potrà licenziare un padrone? E’ da questo punto che gli economisti liberali dovrebbero partire per spiegarci come è possibile mettere nella stessa frase la parola uguaglianza con la parola capitalismo. Nessun liberalismo-democratico, per quanto aspiri alla giustizia sociale e alla libertà civile, può risolvere l’enigma. Non c’è soluzione.

L’unica soluzione è lo stravolgimento totale del sistema, il suo rovesciamento: iniziando dall’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione.

MARCO SFERINI

30 giugno 2020

foto tratta da Wikimedia Commons

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