I dieci giorni che sconvolsero il mondo

Una decina di giorni per cambiare il mondo. E’ capitato ai francesi nel 1789 ed ai russi nel 1917. Dieci diventa il numero perfetto per le rivoluzioni, per quei...
1920, Lenin (con accanto Lev Trotkij) alla tribuna

Una decina di giorni per cambiare il mondo. E’ capitato ai francesi nel 1789 ed ai russi nel 1917. Dieci diventa il numero perfetto per le rivoluzioni, per quei capovolgimenti della realtà che vorrebbero poter scrivere una storia nuova dei paesi in cui avvampano e diffondersi, universalizzarsi, mettendo l’imperativo categorico del “mai più!” a una serie di ingiustizie accumulatesi in secoli di sfruttamento dei popoli.

Dieci giorni per sconvolgere il mondo, per rivoltarlo come un calzino, per mostrare e dimostrare anche ai più increduli che nulla è predestinato dalla sorte, da un dio o dai governi ad essere immutabile e che – come aveva scritto abbondantemente Marx – tutto si tiene in un continuo rapporto dialettico tra elementi, individui, essere viventi e natura.

L’imperturbabilità granitica di un sistema economico e sociale è un dogma laico, benedetto comunque da tante religioni, che deve essere proposto alle masse per tacitarle, per farle sopravvivere in una condizione di accettazione delle loro sofferenze come “normali“, addirittura “naturali” e, di conseguenza, ritenere la quotidianità delle ingiustizie un’accidente ineliminabile. Tutt’al più limitabile, riformabile, contenibile, ma che nessuno osi pensare che si può davvero vivere in quello che abbiamo imparato modernamente a chiamare “un altro mondo possibile“.

John Reed se ne rende conto ben presto, quando a 23 anni soltanto va a fare la cronaca degli avvenimenti rivoluzionari messicani. Si accompagna ai soldati contadini di Pancho Villa, li segue su sentieri polverosi; vive con loro e ne sperimenta tutta la vita aspra, ricca soltanto di privazioni e di umiliazioni da parte di una classe dirigente borghese e padronale che intende arricchirsi sempre di più, competere con le economie nord-americane e fare affari d’oro con un’Europa alle soglie della fibrillazione bellica mondiale.

Il giovane giornalista statunitense conosce così la sua prima rivoluzione: la racconta in “Il Messico insorge” e sorprende il suo stile: ricco di particolari, non tralascia assolutamente nulla e, a volte, si perde persino lungamente nelle descrizioni minuziose tanto degli uomini e delle donne che incontra quanto degli ambienti che visita. Riporta con cautela le opinioni politiche da cui – lo dichiara come preambolo dei suoi scritti più volte – è influenzato e che non intende rifuggire: sceglie da che parte stare ma riferisce ai lettori con una deontologia professionale che permette la formazione delle proprie opinioni sulla base di un racconto prevalentemente cronachistico.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale tutto cambia: tocca immergersi in combattimenti dove l’ardore e la passione per la giustizia sociale si spengono nel nome della lotta tra i popoli, fatta fare dai governi che, a loro volta, obbediscono agli interessi dei grandi, nascenti gruppi industriali dell’epoca. Reed vede andare in pezzi la nobiltà di una lotta sociale che aveva potuto tastare con mano nel Messico ribelle. Qui, nel Vecchio continente, si combatte per nazionalismi, per la supremazia di una nazione su un’altra e non per liberare i contadini e gli operai dal servaggio imposto loro dalla classe borghese.

Il suo essere un giorno il “comunista americano” (o semplicemente “l’americano“) gli attirerà gli strali di una parte importante dell’intellighenzia a stelle e strisce, incapace, non fosse altro che per l’autoctonia comprensibile e per una accondiscendente compiacevolezza nei confronti del grande potere economico statunitense, di scorgere ciò che vi era e vi sarebbe stato di buono oltre la guerra europea, in quella Rivoluzione d’Ottobre che avrebbe perforato con il suo cuneo rosso il cerchio bianco dell’imperialismo nascente e del futuro coloniale di interi continenti.

I liberal e i radical americani, pur non ignorando le storture antisociali del capitalismo e la progressività esponenziale delle sue ingiustizie, non possono abbracciare – come invece farà Reed – il processo rivoluzionario bolscevico: ne sono lontani geopoliticamente in tutti i sensi. Geograficamente, appunto, e politicamente.

Reed ha sulle sue spalle, e non dietro di sé, tutto il dramma della miseria messicana all’ombra dei governi di Diaz e Carranza. S’è reso conto che il riformismo non paga, non può pagare e dare da mangiare alle classi proletarie ridotte alla fame, perché deve mantenere un equilibrio in favore della borghesia.

Quando inizia a scrivere de “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” (Rizzoli, BUR Storia, seconda edizione 2006) premette che il suo libro è «un piccolo brano di storia intensa, di storia che si è svolta sotto i miei occhi». La prima proposizione intende esprimere tutta l’empatia che ha provato nel vivere gli avvenimenti della Russia rivoluzionaria, mentre la seconda riporta l’autore stesso sui binari dell’etica giornalistica: ciò che ha visto, lui riferisce. La cronaca dei fatti è limpida, scevra dalla voglia, anche inconsapevole, di cesellarla secondo il proprio punto di vista.

A distanza di oltre cento anni, il libro che ebbe gli elogi di Lenin e la breve prefazione in cui si invita a farlo conoscere come vera e propria storia dell’inizio rivoluzionario nel paese che fu degli zar, è un testo da cui non si può prescindere per sapere come sono andati veramente qui dieci giorni che hanno fatto di Pietrogrado il centro di diffusione della rivolta prima e della presa del potere poi da parte di quella novità politica che era il partito bolscevico, il partito comunista.

La lunga fase preparatoria, teorizzata con fiumi di pagine scritte e di parole dette e ripetute ai quattro angoli d’Europa, aveva dovuto adeguarsi all’accelerazione della disperazione popolare provocata dalla guerra: l’indigenza bellica superava di gran lunga quella dei tempi di pace dove, tuttavia, la lotta di classe aveva agitato le masse, le aveva predisposte a cambiamenti che miravano a rovesciare il governo zarista e lo zar stesso per fare della Russia una repubblica borghese. Nessuna dittatura del proletariato era all’ordine del giorno.

La vittoria dei bolscevichi manda in frantumi la visione riformista kerenskijana: ciò è possibile proprio per il logoramento prodotto dal conflitto e le sue ripercussioni non solo sul morale delle truppe al fronte ma, principalmente, per gli effetti devastanti che ebbe nelle campagne, nelle città, quando la miseria divenne nera come la pece, come un cielo pesantemente grigio, opprimente e soffocante.

Reed scruta dentro le ragioni che fondano e costituiscono l’Ottobre. Lui, che diventerà comunista grazie alla rivoluzione, manterrà un certo distacco professionale quando ne scriverà per i quotidiani americani ed europei. Le sue critiche politiche saranno anche critiche metodologiche, ma le terrà per sé e, quando le esprimerà, lo farà sempre incorniciandole in un contesto di mera osservazione dei fatti. Soltanto le premesse e i preamboli si concederà il lusso di considerazioni personali. Scrive, a proposito, dell’organizzazione politica in Russia poco prima dei fatti di novembre del 1917:

«Sono convinto che i bolscevichi non fossero una forza distruttiva ma l’unico partito in Russia che avesse un programma e la capacità di imporlo al paese. Se non fossero riusciti a impadronirsi del governo, gli eserciti della Germania imperiale sarebbero arrivati a Pietrogrado e a Mosca in dicembre e la Russia sarebbe stata di nuovo oppressa da uno zar… E’ ancora di moda, dopo un anno intero di governo sovietico, di parlare dell’insurrezione bolscevica come di un’ “avventura“. E fu un’avventura, in effetti, una delle più meravigliose avventure in cui l’umanità si sia mai imbarcata…».

Analisi e critica vanno a braccetto in queste righe: non sono le uniche in cui Reed certamente elogia quello che sarà il suo partito, ma che non risparmierà polemicamente quando si tratterà di guardare oltreoceano, alla condizione operaia e proletaria americana, allorché Lenin indicherà ai lavoratori americani l’ingresso nei sindacati che il “comunista americano” giudica troppo condiscendenti nei confronti del sistema capitalistico e del governo statunitense.

Sarà una frattura che farà dire ai commentatori e agli esegeti (più che altro ai detrattori) di come la disillusione avesse predato il cuore politico di Reed, allontanandolo dal mito rivoluzionario, dal sogno di una umanità nuova, di un homo novus. Non fu così, nonostante i tentativi di screditarlo come persona, come comunista e come giornalista. La sua obiettività professionale rimane tutt’oggi riconosciuta anche dai più intransigenti avversari del bolscevismo di ieri e dell’altermondialismo dei nostri tempi.

Fu un inviato di rivoluzione e di guerra, come quelli che oggi ci parlano dalle televisioni e che sono costretti, spesso con contratti molto poco dignitosi e non certo equiparabili per valore al rischio che corrono ogni giorno, e che raccontano ciò che vedono. A differenza di questi giovani cronisti, l’altrettanto giovane Reed andò ben oltre la semplice considerazione a latere degli avvenimenti, la mera opinione che gli poteva essere domandata.

La sua scelta di essere comunista fu plaudita dai russi ma non ebbe, per fortuna, quel destino che tocca in questi casi: diventare un eroe della verità, una bibbia laica della rivoluzione ed entrare nel pantheon dei maestri da venerare.

Proprio questo atteggiamento scostante dell’epoca staliniana, in parallelo con i severi giudizi ottenuti in patria, hanno consentito a John Reed di restare un giornalista per molti versi e un comunista per altrettanti tali. Ognuno può leggerlo in questa doppia veste, oppure pensarlo e viverlo soltanto come cronista. In ogni caso, il suo racconto della Rivoluzione russa è un magnifico affresco di quei trepidanti giorni: di quei dieci brevissimi giorni che davvero trasformarono il mondo. Se non per sempre, per molto, molto tempo.

I DIECI GIORNI CHE SCONVOLSERO IL MONDO
JOHN REED
RIZZOLI, BUR STORIA
€ 15,00

MARCO SFERINI

18 maggio 2022

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