Draghi o Berlusconi? Il dramma del Quirinale

Berlusconi cala su Roma come una armata di lanzichenecchi e non come quella di Brancaleone. Simpaticamente ciarlonesca, bislacca, pasticciona e arruffona la seconda, mercenaria, crudele e devastante la prima....
Silvio Berlusconi e Mario Draghi in una foto di qualche anno fa...

Berlusconi cala su Roma come una armata di lanzichenecchi e non come quella di Brancaleone. Simpaticamente ciarlonesca, bislacca, pasticciona e arruffona la seconda, mercenaria, crudele e devastante la prima. La storia (anche del cinema) insegna ma non ha davvero mai scolari attenti che la seguano e ne facciano tesoro.

Chi ha scritto, pensato e detto che il Cavaliere nero di Arcore si sarebbe prima o poi ritirato dalla tenzone per la salita al Colle più alto della Repubblica, probabilmente ha dimenticato proprio la storia recente del nostro Paese: quando mai è avvenuto che il leader di Forza Italia, unitamente al Presidente di Fininvest prima e Mediaset poi (e delle tante aziende che ha guidato in quarant’anni di vita imprenditoriale), abbia ceduto in campo e si sia arreso ai suoi avversari o nemici?

Mai. Alla ritirata è stato costretto dalle inchieste giudiziarie (e non sempre), dai processi e dalla condanna più famosa d’Italia: quella per frode fiscale. Condonata in parte grazie all’indulto del 2006 e per il resto tradotta in quell’impegno ai servizi sociali che divenne una ulteriore occasione di spettacolarizzazione di sé stesso: vittimismo a tutto spiano con annesso anatema verso una giustizia che si era accanita contro lui per tanti, troppi anni.

Pochi giorni fa compariva su quasi tutti i giornali un virgolettato riferito al Cavaliere: «Con tutto quello che ho subito in questo Paese, il minimo che possono fare è eleggermi Presidente». Della Repubblica, si intende.

Ma se questa nostra Italia fosse ancora stata un regno, avrebbe preteso persino la corona, magari inventandosi qualche discendenza nobiliare di antica data, qualche lignaggio risalente chissà persino alla Casa di Davide dell’antico Israele e riproponendo così una linea diretta con quell’unzione divina che era diventata, fin dagli esordi di Forza Italia, ai margini della rivoluzione tangentopolizia, un tratto comune utilizzato dalla satira e dal giornalismo di inchiesta.

L’unto dal Signore, il salvatore del Paese. Di un Paese che ha sempre più bisogno di uomini singoli piuttosto che di assemblee collettive: il ruolo del Parlamento in questa fase è davvero ai minimi storici e riprende solo ora, vista l’eccellenza dell’occasione ed essendo il luogo delle istituzioni deputato a questo compito, un po’ di vita, ricevendo una attenzione che era stata dedicata prevalentemente al governo.

Il periodo dell’emergenza sanitaria non solo non è per nulla finito, ma sarà una delle variabili dipendenti nella formazione della maggioranza di consensi necessaria per eleggere il nuovo Capo dello Stato. Certamente per contingenze cogenti che riguarderanno l’organizzazione della presenza di tutti i grandi elettori, evitando il voto a distanza; ed anche per influenze di più lungo termine, per ricadute dirette nel rapporto tra contorsioni economiche, crisi sociali e stabilità di una politica di palazzo legata tanto all’asse tra Quirinale e Palazzo Chigi quanto all’interscambio diretto con chi amministra una parte della sovranità dello Stato italiano sull’Italia stessa: quell’Europa che piace sempre più a tanti, anche tra i sovranisti oltre che tra i progressisti.

La debolezza della democrazia repubblicana è riscontrabile anche dalla percentuale di prepotenza che il centrodestra mostra nella partita del Colle, nella protervia con cui esige un “patriota” come Presidente della Repubblica, nell’arrogante insolenza con cui sostiene – non senza molti mal di pancia – l’autocandidatura di Berlusconi. Ma, soprattutto, questa debolezza democratica della Repubblica è intuibile nel momento in cui PD e Cinquestelle non trovano un nome da proteggere fino alla fine da un impallinamento mediatico, da un fuoco di fila delle altre forze politiche e finiscono con l’affidarsi alle ipotesi della disperazione: chiedere ancora una volta a Sergio Mattarella di rimanere e, nel contempo, ai primi tre scrutini scegliere di votare scheda bianca.

E’ la resa più totale di un fronte pseudo-progressista che lascia l’Italia in balia di un centrodestra per nulla spaventato, a questo punto, dall’ipotesi irricevibile, indicibile e assolutamente squalificante di mandare al Quirinale una figura imprenditoriale e politica che godrà pure di tutti i diritti politici previsti dalla Costituzione per essere eletto Presidente della Repubblica, ma che non ne ha e non ne dovrebbe avere diritto morale.

L’autorevolezza di Draghi non è, del resto, un contraltare positivo all’immoralità che gli si staglia contro nei contorni fisiognomici del suo competitor: comunque vada, ammesso che non si trovi all’ultimo momento, oppure nel corso delle votazioni, un nome terzo, la partita se la giocano una presidenza liberista che ha in spregio i diritti dei più deboli, che sposa appieno una visione ultracapitalista della società, a doppio nodo legata ad una finanza scrupolosamente meno creativa di quella dei tempi berlusconiani, ed una presidenza fintamente bonaria e giullaresca, guascona e irriverente, priva di quella aderenza tra morale e politica, tra morale e rappresentanza dello Stato che dovrebbe conservare per il Quirinale la terzietà che gli è propria.

Il rischio è di un’onda lunga di un sovranismo liberista che mostrerebbe qui da noi ciò che gli statunitensi hanno già sperimentato con Donald Trump. Le similitudini in questo senso si sprecano.

La povertà sociale della politica italiana, istituzionale e anche fuori dai palazzi delle istituzioni, è così evidente da non offrire un nome per la Presidenza della Repubblica che sia percepito immediatamente come quello adatto alla bisogna, se non perfettamente, almeno quasi completamente in sintonia con lo spirito del Quirinale: quella laica sacralità di un luogo in cui non è permesso abbandonarsi agli eccessi e dove le forme contano, a volte, più delle sostanze stesse.

Gli altri rischi riguardano lo squilibrio dei poteri e il rapporto che si verrebbe a creare, in un momento di enorme crisi per il Paese e per il resto dell’Europa, tra la sorveglianza costituzionale affidata alla Presidenza della Repubblica ed esecutivo e, infine, di questo nei confronti del Parlamento. Se avessimo a disposizione forze politiche con un forte ascendente popolare, con un radicamento vero tra la gente, capaci così di mediare tra i sentimenti popolari (e i bisogni dei ceti più deboli e indigenti) e la rappresentanza che meritano nelle istituzioni, oggi non staremmo qui a prendere in considerazione, anche solo lontanamente, l’ipotesi sempre più concreta e orrorifica di Berlusconi al Quirinale.

L’autorevolezza di Draghi può scivolare in un oligarchismo moderato, formalmente rispettoso dell’impianto democratico dello Stato italiano, mentre la storia del Cavaliere, che è in antitesi con i valori fondanti della Repubblica (per primo un antifascismo non solo di facciata), espugnerebbe l’ultimo bastione della credibilità stessa delle istituzioni: davanti alla popolazione e davanti al resto del mondo.

Comunque la si guardi, a meno che non emerga, tra le tante contraddizioni che pervadono centrodestra e nuovo centrosinistra, un inaspettato nome, una riserva della Repubblica che sappia mantenere intatte tutte le alte prerogative del Capo dello Stato, preservandone l’autonomia e l’equidistanza tra i poteri, quello che ci attende è un settennato segnato dall’autorevolezza autoritaria del liberismo tradotto in politica grazie anche all’emergenza pandemica, oppure un quasi settennato (visto anche il dato anagrafico) di un impresentabile che ha fatto dell’opportunismo individualista la cifra politica del suo agire politico.

Non è soltanto la sinistra di alternativa ad essere venuta meno in questi decenni di inesorabile inedia, di lenta consunzione: è irriconoscibile qualunque sinistra moderata, socialdemocratica (si sarebbe detto un tempo…) o liberale. Populismo e sovranismo hanno occupato i posti vuoti lasciati dalla seduzione mercantilista e liberista nei confronti di un’area progressista che, a poco a poco, è diventata il contrario di sé stessa, mantenendo come segno di distinzione unica nei confronti delle altre forze politiche la vicinanza ai diritti umani e civili, lasciando quelli sociali alla mercé delle esigenze del capitalismo che ha approfittato del Covid per crearsi nuovi alibi e assegnarne di nuovi ai suoi lacché istituzionalizzati.

C’è un intero ambito culturale che è stato svuotato della critica che era il compito di una intellettualità di sinistra (e non solo) nei confronti del potere, a salvaguardia proprio della tenuta democratica, della laicità della Repubblica intesa soprattutto come espressione di libertà e di uguaglianza sociale, civile e morale per e di ogni cittadino.

La vittoria dell’individualismo egocentrico, pensiero unico del liberismo moderno, si fonda su una meritrocrazia che lascia indietro i deboli e premia quei forti che si fanno strada con prepotenze di ogni tipo, sostituendosi a quella che sapeva valorizzare i talenti e che non si dimenticava di chi, per mancate capacità o opportunità, era rimasto indietro.

L’elezione del nuovo Presidente della Repubblica si colloca in un contesto, quindi, di crisi economica compresa nella quarta ondata pandemica ma, ancora di più, avviene dentro ad una povertà sociale che si compenetra tremendamente con un pauperismo morale ed intellettivo veramente disarmante, alimentato da contrapposizioni che tutto sono tranne che di natura di classe. Anche questo sarà un capolavoro delle classi dirigenti, una ennesima separazione in blocchi utilizzata per dividere e imperare.

Certo è che senza una sinistra di classe, senza una domanda di sinistra da parte dei lavoratori, senza un nuovo patto sociale, intellettuale e, per questo, politico, che veda e vada oltre lo schema del “partito unico” parlamentare dell’attuale maggioranza, anche l’elezione del Capo dello Stato oggi, e la tornata delle politiche ormai fra pochi mesi, rimane ingarbugliatamente prigioniera di una alternanza senza alternativa.

La speranza, ultima dea, adesso sta tutta nei veti e controveti che i partiti si porranno vicendevolmente e nella prevalenza del “male minore“: un compromesso che scarti i nomi fin qui fatti. Sarebbe già un bel passo avanti per evitare il bastone del banchiere da un lato e il ridicolo del Cavaliere dall’altro.

MARCO SFERINI

13 gennaio 2022

foto: screenshot

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