Coronavirus, paura e rassegnazione nella Siria in guerra

Damasco. Cinque casi positivi. La gente sa che i numeri veri del contagio sono ben più alti. Il governo corre ai ripari dopo aver rallentato le misure per combattere il virus. Disoccupazione e carovita colpiscono milioni di siriani

Il coronavirus ha fermato anche la prolifica produzione di film e serie tv, fiore all’occhiello della Siria. Attrici, attori, comparse, produttori, doppiatori, operatori hanno dovuto interrompere ogni attività in un settore che dà lavoro a migliaia di persone. È un altro segnale dei timori crescenti per la diffusione del contagio, accompagnato dai provvedimenti sempre più restrittivi adottati dal governo per contenere l’epidemia che, ufficialmente, sino ad oggi, ha contagiato solo cinque siriani. I numeri reali sono altri, la gente lo sa e non può farci molto. In molti prevale il fatalismo. Il Covid-19 spaventa ma fino a un certo punto un paese entrato nel decimo anno di una guerra che ha fatto centinaia di migliaia di morti e con una provincia, Idlib, da mesi teatro di violenti combattimenti tra jihadisti sostenuti dalla Turchia e l’esercito siriano (di recente anche tra Ankara e Damasco) e innescato una nuova ondata di profughi e sfollati. Un paese con centri abitati in macerie e una economia martoriata dalle sanzioni occidentali e arabe. La valuta nazionale ormai è carta straccia e il costo della vita sale senza sosta, con i più poveri che sopravvivono con lavori occasionali ora più rari a causa delle restrizioni ai movimenti adottate per il coronavirus.

L’altro giorno la 38enne Jumana, madre di tre figli, in fila davanti ad una panetteria, spiegava al quotidiano The National, che «tanti hanno perso tutto e affrontato la morte negli ultimi nove anni, perché dovremmo avere paura di un virus?». La donna ha ricordato che le infrastrutture civili sono a pezzi, «che la gente fa la fila per comprare cibo e gas» e che le medicine «si trovano più al mercato nero che nelle farmacie». Una descrizione precisa della dura realtà siriana. Il governo per settimane ha inviato messaggi rassicuranti alla popolazione. Però il coronavirus è arrivato anche in Siria e le autorità ora si affrettano a recuperare il tempo perduto. Fonti non governative affermano che nei 22 ospedali di Damasco si riversa un numero crescente di persone con i sintomi del Covid-19 che in gran parte dei casi sono rimandate a casa per l’impossibilità di effettuare i test e per la penuria di medicine. Siti e pubblicazioni schierati contro il governo e il presidente Bashar Assad, parlano di decine di morti registrate come semplici polmoniti stagionali ma che in realtà sarebbero state causate dal virus.

Di sicuro per ora c’è che le autorità fanno quello che possono con scarse risorse. Disinfettano zone e rioni solitamente affollati di Damasco e di altri centri abitati, assieme a edifici e trasporti pubblici. Il governo ha ordinato la chiusura di ristoranti, caffè, parchi, palestre, club sportivi e strutture turistiche. Già il 13 marzo aveva disposto la sospensione di ogni attività in università, scuole e istituzioni culturali e annunciato la sospensione per due settimane delle preghiere del venerdì e delle preghiere di gruppo. Assad ha ordinato una amnistia parziale per diminuire il sovraffollamento nelle carceri (che però non include i detenuti politici). Sono stati chiusi i confini. Ma i collegamenti aerei restano confermati con l’alleato Iran, tra i più colpiti dalla pandemia. Ciò mentre in molti credono che a portare il coronavirus nel paese siano stati proprio combattenti e consulenti militari giunti da Tehran per dare sostegno all’esercito siriano contro i jihadisti.

L’inviato delle Nazioni Unite in Siria, Geir Pedersen, ha rivolto un appello ai «donatori internazionali» perché facciano la loro parte per combattere la diffusione del coronavirus e forniscano alla Siria «tutto il sostengo umanitario necessario, rispondendo agli appelli dell’Onu». E Damasco, l’Iran e altri paesi hanno chiesto la fine delle sanzioni economiche (e non solo) che subiscono da anni. Dagli Usa e altri paesi occidentali non è giunto alcun segnale in quella direzione, anzi Washington continua ad inasprirle.

MICHELE GIORGIO

da il manifesto.it

Foto di Linus Schütz da Pixabay

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