Una campagna per il lavoro

La campagna elettorale si sta svolgendo, almeno per quel che riguarda quelle che sono considerate le principali forze politiche, al centro di un vero e proprio “festival del minuetto”,...

La campagna elettorale si sta svolgendo, almeno per quel che riguarda quelle che sono considerate le principali forze politiche, al centro di un vero e proprio “festival del minuetto”, tra bonus, contributi, sgravi fiscali e contributivi, incentivi di varia natura rivolti soprattutto a ipotetiche famiglie numerose e in un quadro complessivo dominato dalla logica di un mondo del lavoro dominato dalla precarietà, dalla facilità di licenziare, dalla crescita del peso dello sfruttamento a tutti i livelli.

E’ necessario irrompere in questo quadro affrontando i termini drammatici che sono stati imposti all’economia e al mondo del lavoro nel corso di questi anni.

La priorità riguardante la rottura della gabbia imposta dall’Unione Europea (rottura da far partire modificando l’articolo 81 della Costituzione laddove s’impone l’obbligatorietà del pareggio di bilancio) deve essere accompagnata da una vera e propria “campagna per il lavoro” che veda al centro uno spostamento d’asse dalle privatizzazioni al ritorno delle leve della programmazione economica e industriale al settore pubblico.

Le drammatiche vicende legate al progressivo processo di ulteriore de-industrializzazione in atto nel nostro Paese chiamano a una riflessione attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica, tale da rappresentare un’alternativa, aggregare soggetti, fornire respiro a un’iniziativa “di periodo”.

Il concetto di fondo che è necessario portare avanti e rilanciare è quello della programmazione economica, dell’intervento e della gestione pubblica, combattendo a fondo l’idea che si tratti di strumenti superati, utili soltanto – al massimo – a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.

Una programmazione, un intervento, una gestione pubblica economica attraverso la quale avviare un processo di vera e propria rottura con il capitalismo europeo ponendoci anche in sintonia con la crisi della globalizzazione e recuperando elementi decisivi di presenza sul piano industriale e delle infrastrutture:

  • Il rilancio del settore industriale, nei suoi gangli vitali dalla siderurgia alla chimica all’elettromeccanica all’agroalimentare. Direzione e gestione pubblica per gli asset decisivi;
  • Pubblicizzazione delle utilities in campo energetico. Il ritorno al pubblico in campo energetico deve essere sostenuto da una politica estera non finalizzata alla partecipazione bellica nei paesi produttori, stabilendo invece con essi un quadro diverso di relazione e di scambio per un’Italia posta fuori dal quadro NATO e UE;
  • Piano straordinario per l’adeguamento delle infrastrutture ferroviarie, stradali, portuali
  • Il territorio. Serve un piano straordinario per il ripristino dell’assetto idro-geologico del territorio che va franando dappertutto, dal Nord al Sud, sulle coste e nell’entroterra. Eguale urgenza ha, ovviamente, il tema della difesa dell’ambiente nel suo complesso, dello smaltimento dei rifiuti, della cementificazione;
  • Pubblicizzazione dei più importanti gangli del sistema bancario e relativo disboscamento delle “nicchie” di malaffare che si sono annidati nel corso dei processi di finta privatizzazione verificatisi nel corsogli anni;
  • Il finanziamento della ricerca destinata soprattutto verso l’innovazione di processo nell’industria attraverso un grande rilancio dell’Università;

Accanto a questi punti del tutto irrinunciabili ci sono da valutare anche gli elementi di spreco che vengono principalmente da due parti: il gigantismo dell’apparato politico portato soprattutto dalla personalizzazione della politica (pensiamo alla dimensione gigantesca del debito delle Regioni, elefantizzatosi dal momento dell’elezione diretta dei Presidenti), e il processo di spreco e di diseguaglianze già causato dal cosiddetto “federalismo” così come questo, in maniera del tutto raffazzonato e legato a egoismi di parte è stato concepito, e il tema della riconversione ecologica di parte dell’apparato produttivo e delle prospettive di uso del territorio che pure vanno considerate con grande attenzione. Sanità e trasporti lasciati in mano alla privatizzazione sponsorizzata dalle Regioni hanno rappresentato l’esempio lampante del fallimento dell’ipotesi federalista, sulla base della quale si era anche frettolosamente modificata la stessa Costituzione Repubblicana al titolo V.

Lasciamo anche da parte, per motivi di economia del discorso, i temi dell’intreccio inedito che si sta realizzando, ormai da qualche anno, tra struttura e sovrastruttura, in particolare nell’informazione: si tratta comunque di un tema assolutamente decisivo nella lotta sociale e politica di oggi.

Come può essere possibile avviare un programma di questo tipo nelle condizioni di crisi globale dentro cui, oggettivamente, ci stiamo trovando?

Si tratta prima di tutto di cogliere anche quest’occasione della campagna elettorale per far irrompere nel dibattito pubblico l’idea che non tutto è ormai delegabile alla logica della gestione feroce del ciclo capitalistico all’interno di ambiti definiti e insuperabili.

L’idea di un’opposizione per l’alternativa va quindi fatta crescere come fatto politico dotato di una propria autonoma capacità di rappresentanza sul piano politico sviluppando attorno ad essa una presenza, insieme culturale e di lotta, capace di rappresentare una concreta quotidiana, non episodica, presenza nella vita pubblica.

FRANCO ASTENGO

foto tratta da Pixabay

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