Macerata. L’ultima tappa della lunga scia dell’odio

Serve sempre un evento catastrofico, dirompente, lancinante nel provocare un dolore acuto, nelle membra di un corpo sociale spesso inerte davanti alle tante problematiche che vengono avanti ogni giorno,...

Serve sempre un evento catastrofico, dirompente, lancinante nel provocare un dolore acuto, nelle membra di un corpo sociale spesso inerte davanti alle tante problematiche che vengono avanti ogni giorno, per provocare una reazione di indignazione (quasi) generale.
Serve sempre l’estremo per poter recuperare il quanto meno al livello normale una risalita delle coscienze appiattite sul terreno del moderno razzismo di massa che proclama la lotta tra simili in quanto a classe sociale, mentre tra diversi sembra volersi sostenere una specie di pace sociale formata sullo stampo delle giaculatorie liberiste: “Facciamolo per il bene del Paese”; “Non vorrete mica mettere in crisi il futuro dell’Italia”; “Serve la stabilità”; “C’è bisogno di governabilità”.
L’evento catastrofico, la tentata strage arriva e ci si rende conto che agitare spettri di pulizia etnica, di passare al setaccio quartieri e città per rimpatriare i migranti, timore, pericolo e orrore della nazione intera, alla fine non è che produce pensieri che ispirano alla comprensione umana, alla solidarietà sociale, persino al sottilmente pernicioso concetto negativo della “tolleranza”.
Si salta l’ostacolo con il cuore nero. Lo si salta con in mano una pistola, a bordo di una macchina, uscendo da casa una mattina e affermando che si va a sparare ai “negri”, ai migranti, agli stranieri. Intanto gli amici che ti ascoltano pensano ad un bluff, ad una boutade: mica dirà sul serio. Soprattutto: mica farà sul serio.
Figuriamoci se potrà mai mettere in pratica quello che dice. Ed invece accade, smentendo i pensieri positivi di chi ha provato a convincersi che quell’uomo stesse giocando ad una sciarada…
Qualche saluto romano, un urlo: “Viva l’Italia! Italia agli italiani!” e fuori l’arma, con un percorso a zig zag, con tante piccole mete. Per odio, per vendetta, per rappresaglia. Lo stabilirà la magistratura.
Qualcuno parla di “terrorismo fascista”. E’ una definizione complicata, impropria a mio parere. Non siamo davanti ad una azione terroristica nel senso consueto del termine. Per lo meno non siamo davanti al terrorista che pensa ad una azione omicida con in mente un obiettivo politico.
La politica c’entra nella misura in cui c’entra un pregiudizio razziale. Non siamo davanti ad una bomba messa dai fascisti in una stazione per alimentare la strategia della tensione. In quegli anni si era innanzi ad un piano molto circostanziato, preciso, particolareggiato su come sovvertire la Repubblica democratica e provare ad instaurare in Italia un regime privo di opposizione politica da parte dei comunisti e delle sinistre in generale. Il contesto internazionale ispirava quel terrorismo nero.
Nella terribile vicenda accaduta a Macerata ci troviamo davanti invece ad un gesto scriteriato, ad una autoesaltazione, ad un terrore scatenato da una induzione a pensare che vi sia della gente più normale di altre tra chi vive in Italia e che questa gente sia quella autoctona che avrebbe tutti i diritti e che sarebbe minacciata da stranieri che vorrebbero sottrarle diritti e cultura, tradizioni e costumi. Insomma: l’identità.
Il patriottismo moderno, secondo alcuni ambienti neofascisti, è riconducibile soltanto all’odio, al disprezzo, alla difesa dei sacri confini d’Italia dalle orde barbariche che arrivano dagli altri continenti, spinte qui sappiamo bene (o dovremmo saperlo…) da quali disastri ambientali, economici, bellici, imperilistici quindi di varia natura.
Chi vive di odio, chi fomenta il sospetto, chi alimenta la discriminazione attraverso la paura è un padre ignobile di questo rigurgito di violenza che esplode come un attacco di panico incontrollabile, come una forma di ansia anticipatoria che non ha più trovato canali di sfogo attraverso nevrosi di alcun tipo.
L’odio è molto, lo si legge sulle reti sociali che sono un una discarica di insulti e di anatemi sconclusionati, privi di regole grammaticali, scritti da quei grandi italiani che nemmeno conoscono la lingua del padre Dante.
Ma difendono le “tradizioni” e la “cultura”…
Se questo è l’inizio della campagna elettorale per le politiche di marzo, è bene sperare che il tempo passi più in fretta di quanto lo cronometri un qualunque orologio di precisione.
Se sono caduti così tanti tabù, così tante preclusioni verso la vergogna del dirsi “fascisti”, affermando persino che la parola “razzista” deve rendere orgoglioso chi si sente tale e, quindi, allontanare ogni sguardo basso rispetto alla condanna morale del pensiero e dell’azione in nome della superiorità descritta da Adolf Hitler in un libro che – lo ripeto ennesimamente – andrebbe letto (parlo ovviamente del “Mein kampf”) corredato da una descrizione del contesto in cui è nato e ha prosperato fino a diventare il concorrente della Bibbia sui comodini di ogni famiglia tedesca, se dunque tutto ciò è avvenuto è anche per effetto di uno svuotamento culturale generale.
Quell’analfabetismo di ritorno sia civico sia politico, sia intellettuale sia morale che interessa il popolo italiano è figlio del revisionismo storico operato anche da una certa sinistra fin dalle dichiarazioni sui “ragazzi di Salò” equiparati ai partigiani nel post-mortem, permettendo così il frangimento di un suono chiaro, distinguibile fino ad allora che non lasciava spazio ad interpretazione sull’origine democratica della seconda vita del nostro Paese.
La messa in discussione dei valori della Resistenza, il dare cittadinanza anche alla controparte fascista con un “onore delle armi” cinquanta, sessanta e settanta anni dopo la fine del regime omicida del fascismo, consentendo una dialettica tra scritti revisionisti e fatti storici, spacciando il tutto come il più nobile degli esercizi democratici, mostrando un lato caratteriale dello Stato privo di paura rispetto al suo passato, si è sdoganato il principio secondo cui anche l’essere fascista avrebbe una dignità sociale, politica e persino civile.
Purtroppo la cialtroneria televisiva e l’approssimazione dei contenuti storici, scambiati dialetticamente in risse verbali in cui trionfa sempre chi dà più sulla voce dell’altro, sono stati complici della rinascita di una anticultura di destra che serve a chi ha bisogno di far schierare il povero contro il povero, lo sfruttato contro lo sfruttato. Il simile, per l’appunto, contro il suo simile.
E’ un bel gioco riuscito del moderno capitalismo iperliberista. Uno scannatoio dove il padrone e il pessimo maestro fascista, vecchio o nuovo del millenio che s’è aperto diciotto anni fa, guardano affrontarsi la disperazione contro altra disperazione. Se la ridono beatamente e intanto speculano sulla stupidità umana, figlia del disagio sociale che hanno costruito e reso solido smantellando tutto l’apparato pubblico e dello stato-sociale d’un tempo.
Per combattere tutto questo, però, bisogna uscire dai luoghi comuni, accorgersi dei propri pregiudizi. E tutti ne abbiamo. E tanti. Confessiamoli a noi stessi e poi anche agli altri. Senza alcuna paura. Perché solo così si batte la paura che padroni, razzisti e neofascisti ci vogliono far vivere, privandoci così della vera vita.

MARCO SFERINI

4 febbraio 2018

foto tratta da Pixabay

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