Potere e futuro al posto di politica e destino

“Oggi la negoziazione cede il posto alla speculazione. Governare non è più prevedere, ma speculare sul futuro immediato”. Così si riassume un importante articolo di Christian Salmon che, sulle...

Oggi la negoziazione cede il posto alla speculazione. Governare non è più prevedere, ma speculare sul futuro immediato”.

Così si riassume un importante articolo di Christian Salmon che, sulle colonne di Repubblica, affronta il tema della concezione dell’agire politico nella modernità, all’insegna del “Se la politica perde se stessa”.

Secondo l’autore alla creazione del rapporto di forza si sostituisce la logica dell’anticipazione di una performance futura.

Governare non è più semplicemente prevedere ma speculare sul futuro immediato.

E in questa logica non sono più i sindacati e i partiti rappresentativi che intervengono nell’ambito politico, ma attori che cercano di valorizzarsi o di bloccare la loro svalutazione.

Le cause di questo mutamento di paradigma dovrebbero essere quattro:

1)      La globalizzazione neoliberista che ha trasformato il capitalismo e messo in crisi la sovranità degli Stati;

2)    La rivoluzione digitale, la tv via cavo e lo sviluppo di internet che hanno scompigliato le condizioni sociali e tecniche della comunicazione politica;

3)     La rivoluzione manageriale che si è imposta sia negli apparati dello Stato sia nei partiti politici e ha promosso un nuovo modello di uomo politico, più performer che giurista;

4)    Una rivoluzione della soggettività che si traduce, nella sottocultura di massa, nell’apparizione di un nuovo idealtipo che privilegia i valori di mobilità e flessibilità a quelli di lealtà e radicamento.

Per l’elettore – scommettitore non si tratta più di decidere fra partiti, programmi o visioni del mondo, ma di scommettere sul futuro vincente.

Il sondaggio si sostituisce all’elezione, il sondato all’elettore. La competenza o l’esperienza cedono il passo all’indice di futuro dei candidati. Le primarie hanno aggravato questa logica: sono gli stress test del capitale umano.

Come rispondono allora questi possessori di “capitale umano” per mantenere il loro grado di valorizzazione, assediati come sono dalla competizione individualistica condotta dai loro concorrenti?

In Occidente la risposta più semplice, rispetto alla situazione data della struttura istituzionale che è rimasta quella dell’antica democrazia liberale è quella della “verticalizzazione del potere”: come avviene del resto proprio nel caso italiano con le deformazioni costituzionali che saranno sottoposte a referendum il prossimo 4 Dicembre e la legge elettorale Italikum.

Ma c’è un però che rischia di rendere l’operazione – vertice del tutto inefficace.

Il potere non si concentra più al vertice ma si disperde nella società attraverso gli individui: è la tesi della “inflazione del potere” cui Luhmann, in altri tempi, rispondeva considerandola come fonte dell’ingovernabilità con la teoria della riduzione del rapporto tra politica e società, e di conseguenza con una sorta di ritorno a forme “decisionistiche” di tipo quasi assolutiste.

Quello dell’assolutismo è il pericolo vero di involuzione che si corre nella crisi della società liberale (un tema che chi scrive ha cercato già di affrontare recentemente recensendo la pubblicazione in Italia degli scritti di Carl Schmitt. Schmitt e Luhmann teorici della modernità del potere sovraordinato.)

La presa d’atto, in sostanza, della necessità appunto, come si scriveva poc’anzi di un potere sovraordinato rispetto al venir meno di confini netti tra potere economico, politico, ideologico, tra poteri costituenti e poteri costituiti oppure ancora tra esecutivo, legislativo, giudiziario.

Sorge però a questo proposito una domanda cruciale: come potrà costituirsi, nel concreto, questo potere sovraordinato?

La risposta può venire dalla finzione, dalla messa in scena di un potere esclusivamente immaginario esercitato in via personale da un attore capace di interpretare il flusso degli strumenti mediatici (orientati, tra l’altro, sempre più verso il consumo individuale di notizie e di fittizi rapporti sociali e di trasmissione di idee).

Una nuova concezione del potere : “di finzione” sul piano del pubblico e “privato” nella concezione, ormai apparentemente egemone, dell’individualismo quale sola fonte di rapporto verso gli altri.

L’interrogativo alla fine è questo: quanto tempo potrà reggere questa finzione? Che tipo di replica potrà verificarsi al momento del suo disvelamento?

Torno su argomenti già esaminati proprio in questi giorni in una riproposizione che mi pare urgente e di bruciante attualità.

 Sarà difficile, al momento proprio del disvelamento della finzione, evitare un rinnovamento del nichilismo, come forma estrema della propria soggettiva affermazione di fronte alla “collettività del dramma sociale” : un quadro complessivo che pare presupporre all’affermazione di una prospettiva di vera e propria “dissoluzione civile”.

Intanto le contraddizioni sociali, classiche e post – moderne, bruciano sulla pelle dei popoli e non si intravvede proprio quel futuro sul quale si vorrebbe poggiare l’ipotesi della nuova qualità dell’agire politico nel tempo della globalizzazione, del digitale, del management, dell’individualismo della flessibilità, delle illusioni sparse a piene mani.

FRANCO ASTENGO

redazionale

1° ottobre 2016

foto tratta da Pixabay

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