Perché l’«interesse nazionale» non va in missione

L’interesse nazionale, quello vero, non va in missione. Il dibattito sulle missioni militari all’estero di oggi alle commissioni esteri e difesa dovrebbe servire a una riflessione seria sulla visione...

L’interesse nazionale, quello vero, non va in missione. Il dibattito sulle missioni militari all’estero di oggi alle commissioni esteri e difesa dovrebbe servire a una riflessione seria sulla visione strategica del nostro Paese. In concreto si parla di aumentare i costi militari che nel 2019 hanno già sfiorato il miliardo e mezzo di euro che in epoca di Covid-19 sarebbe forse meglio investire nella sanità o nella scuola.

Tanto più che adesso armiamo pure l’Egitto, come scriveva ieri sul manifesto Chiara Cruciati, e sosteniamo uno dei più brutali regimi dell’area senza avere in cambio neppure un briciolo di giustizia per Giulio Regeni. Un vergognoso fallimento cui sarebbe meglio non aggiungerne altri.

Se dovessimo guardare al recente passato l’Italia, dopo la Libia 2011, avrebbe dovuto ritirarsi per protesta da qualunque missione all’estero. Fatta eccezione per l’Unifil, l’operazione Onu per sorvegliare il cessate il fuoco tra Libano e Israele, che nel 2006 fu uno dei non tanti successi della nostra diplomazia (ministro degli Esteri D’Alema).

Nel 2011 l’iniziativa francese, britannica e americana di colpire Gheddafi ha rappresentato la più grande sconfitta dell’Italia dalla seconda guerra mondiale. Non solo era stato attaccato il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo, da noi ricevuto a Roma in pompa magna soltanto sei mesi prima, ma il crollo del regime libico ha significato l’arrivo di centinaia di migliaia di profughi dalle coste dell’Africa del Nord influendo sulla destabilizzazione del quadro politico italiano.

La situazione è stata ancora più aggravata dai partner europei e della Nato che per anni ci hanno lasciato al nostro destino.

Ma l’Italia non poteva neppure protestare perché un mese dopo gli attacchi si è unita alla Nato nei raid contro Gheddafi perdendo ogni credibilità con i partner della Sponda Sud, come del resto hanno messo in luce drammaticamente i tormentati rapporti con l’Egitto dopo il caso Regeni. Senza il nostro contributo e le basi aeree italiane le operazioni contro il dittatore libico avrebbero subito un significativo rallentamento. Lo dice anche un esperto come l’ex capo di stato maggiore di allora, il generale Camporini.

L’Italia ha quindi compiuto gravi errori di valutazione nella speranza che i Paesi vincitori del momento avrebbero tenuto in considerazione i suoi interessi nazionali. Un altro calcolo sbagliato.

Quale compensazione abbiamo avuto dalla partecipazione alla missione Nato contro Gheddafi? Nessuna, anzi tutti – amici presunti e avversari – hanno colto la palla al balzo per minare la nostra posizione nel Mediterraneo, dove abbiamo interessi primari nel campo energetico.

A questo aggiungiamo la questione dei migranti. La realtà è che adesso Erdogan, già guardiano dei flussi migratori sulla rotta balcanica pagato dall’Unione europea, ora è in grado di esercitare un’influenza e un ricatto anche sulla rotta libica. La cosa è ancora più grave perché la Turchia in Libia ha usato anche milizie jihadiste, alcune affiliate ad Al Qaida, responsabili dei massacri contro i curdi siriani, usati dall’Occidente per combattere il Califfato e poi abbandonati dagli americani e da noi. Dalla rotta libica potrebbero arrivare non solo flussi migratori ma anche altro di ben più minaccioso.

Il risultato è che la Turchia oggi occupa la Tripolitania e che la Russia decide, insieme a Egitto ed Emirati, la sorte della Cirenaica. Mentre la Francia, il Paese che iniziò la guerra, si trova dalla parte di Mosca in aperto contrasto con la Turchia, secondo esercito più potente dell’Alleanza Atlantica.
Quindi ogni mossa che noi adottiamo sotto il cappello della Nato o di un’altra coalizione europea ci sbilancia e dobbiamo fare esercizi di equilibrismo.

Da una parte con la missione navale Irini dovremmo fermare le navi turche che violano l’embargo ma certamente irritiamo Ankara di cui siamo ospiti a Tripoli. Dall’altra tentiamo di riequilibrare l’asse strategico appoggiando con forniture colossali di armi il regime del generale egiziano Al Sisi nemico di Sarraj e della Turchia. Insomma tentiamo di salvare capra e cavoli. Conduciamo manovre navali con Usa e Francia nel Canale di Sicilia per contenere Erdogan ma dobbiamo anche negoziare con la Turchia che sta aprendo due basi militari in Tripolitania.

La nostra è la diplomazia del pendolo e le missioni all’estero servono a procurarci crediti con questo con quell’altro alleato augurandoci che difendano anche i nostri interessi. Una speranza senza troppo fondamento visti i precedenti della Libia.

Alcune di queste missioni non hanno alcun senso, come quella che dura da 19 anni in Afghanistan. Teniamo 800 soldati e una base che non ci servirà a niente soprattutto se gli americani e Kabul faranno l’accordo con i talebani. Pensate che divertente stare in un posto dove con i corpi speciali sei andato per anni a caccia dei tuoi ex nemici.

Solleva molti dubbi anche la nuova avventura che l’Italia sta per intraprendere nella “Coalizione per il Sahel” (operazione francese Barkhane e G-5 Sahel), con la Task Force Takuba. Si tratta di una missione contro il terrorismo nel Sahel, con la cooperazione di 14 Paesi europei ma al di fuori dell’Unione europea: un’altra dimostrazione della tendenza francese per una Europa della difesa à-la-carte, cioè che serve agli interessi di Parigi.

Detto questo le missioni all’estero servono anche per fare un po’ di pubblicità alla nostra industria bellica. Corriamo dei rischi con i militari per far un po’ di soldini. Quindi se non è proprio necessario è meglio starsene a casa, così eviteremo di scrivere in futuro articoli grondanti retorica sulle sorti geopolitiche del nostro bellissimo Paese.

ALBERTO NEGRI

da il manifesto.it

Foto di skeeze da Pixabay

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