Lo sciovinismo israeliano, negazione di qualunque primato democratico

La tattica israeliana è oramai nota: si fanno sfollare i palestinesi di Gaza in quadranti della Striscia dove si proclama una sicurezza per i civili, una garanzia che lì...

La tattica israeliana è oramai nota: si fanno sfollare i palestinesi di Gaza in quadranti della Striscia dove si proclama una sicurezza per i civili, una garanzia che lì non vi saranno bombardamenti e, non appena in quella zona si sono concentrate un gran numero di persone, magari attorno a campi di accoglienza, ad ospedali fortunosamente rimasti in piedi, si inizia a bersagliare con tutto quello che è possibile, provocando decine, centinaia di morti.

Non è accaduto una volta “per sbaglio“, che già di per sé sarebbe gravissimo per uno Stato democratico, per una nazione che ha uno degli eserciti più addestrati e più tecnologicamente aggiornati al mondo. Avviene con continuità, giorno dopo giorno. Dopo che la prima fase dei bombardamenti a tappeto ha distrutto praticamente tutta Gaza, dopo che non c’era più niente da distruggere.

Dopo che, invece di occuparsi degli ostaggi, rimproverando alla comunità internazionale, al Papa e all’ONU di non avere la medesima preoccupazione per i morti israeliani e per i vivi ancora in mano ad Hamas, Tsahal ha proseguito la sua azione distruttrice lungo la trafficata via del Saladino.

Una arteria fondamentale di transito su cui sarebbe dovuta vigere una sorta di apertura, di esclusione dalle precipitazioni di bombe e proiettili, dove i civili palestinesi avrebbero potuto intraprendere un esodo verso sud, verso Khan Yunis e Rafah.

Molto, molto pie illusioni. Israele ha continuato a massacrare civili, ha ucciso indiscriminatamente e, seppure con calcoli approssimativi, purtroppo per difetto e non per eccesso, i morti attualmente sono più di venticinquemila. Un abitante di Gaza su dieci è stato ucciso.

Il settanta per cento degli assassinati in questa guerra sono bambini. Hamas rimane ancora piuttosto forte e arroccata nella Striscia, segno che la reazione israeliana ha mirato fondamentalmente a destabilizzare un ordine sociale prima ancora che politico.

Fino ad oggi nulla sembrava poter fermare l’azione bellica di Israele. E’ probabile che anche la speranza cui possiamo aggrapparci oggi sia destinata a rimanere tale, visto che Netanyahu e Gantz non ascoltano nemmeno i timidi consigli statunitensi, fanno orecchie da mercanti alle altre diplomazie e tentano, anzi, di allargare il conflitto al resto del Medio Oriente per coinvolgere anche gli USA nella partita di una nuova guerra ad un terrorismo di cui, a quanto sembra, sono parecchio edotti.

Ma la denuncia presentata dal Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU, all’Aja, potrebbe mettere lo Stato ebraico davanti alla responsabilità di difendersi da una accusa tutt’altro che pretestuosa o campata in aria, perché circostanziata dall’evidenza dei fatti, giorno dopo giorno, morto dopo morto in quello che le stesse Nazioni Unite hanno definito “l’inferno di Gaza“.

Tel Aviv può sostenere che si tratti sempre e soltanto della giusta reazione al massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre scorso. Può accampare una minimizzazione dei fatti nell’aver consentito l’ingresso di merci e medicinali da Rafah per qualche tempo.

Può provare persino a confutare le ottantaquattro pagine del rapporto di Pretoria sul genocidio in essere nei Territori occupati, già martoriati dal regime di apartheid che uno Stato come quello sudafricano ben ricorda nella sua travagliata storia. Può fare tutto questo, cercando persino di mitigare l’enfasi delle dichiarazioni dei ministri reazionari della destra sionista. E può prodursi in una sperticata difesa di sé stessa come democrazia compiuta, capace di rispettare il pluralismo e i diritti tanto civili quanto umani.

Ma può al massimo riferirsi sempre e soltanto alla propria popolazione, quella israeliana, perché nei confronti dei palestinesi l’Israele che appare al mondo come civile e occidentalizzato, somiglia molto di più a quelle teocrazie repressive che non tollerano vicini o critici scomodi, che, quindi, non vogliono la diversità tra loro, anche se questa rappresenta la stragrande maggioranza di un pluralismo culturale arabo che è autoctono.

L’anomalia mediorientale rimane Israele. Non la Palestina. Serve a poco andare a ripescare al tempo della romanità imperiale le cartine antecedenti la conquista delle future Terre sante da parte degli eserciti dell’Urbe, provando a dimostrare che quella era la terra degli ebrei.

La Terra promessa, la terra in cui David e Salomone hanno regnato, in cui una splendida civiltà sarebbe sorta, ma di cui gli stessi archeologi israeliani non hanno trovato traccia. Qui non si pone una questione prettamente storica per determinare chi abbia diritto più di altri a vivere tra il Giordano e il Mediterraneo, tra le alture del Golan e il Sinai.

Qui si pone invece la questione della convivenza, della fine tanto di Hamas quanto della destra israeliana che sono speculari nell’odio, nella contrapposizione costante, nella irrisolvibilità del dilemma tra ebraismo e islamismo da un lato, tra cultura occidentale e orientale dall’altro.

Non c’è dubbio sulla impossibilità di cancellare l’esperienza dello Stato ebraico come pretenderebbe Hamas (e come invece non pretende più l’ANP, e prima ancora l’OLP, per fortuna da molti decenni a questa parte). Ma non dovrebbe esservi nemmeno alcun dubbio sulla impossibilità di fare dei palestinesi dei profughi, degli esiliati, degli scacciati.

Alle dichiarazioni di Netanyahu, così come a quelle dei leader di Hamas, credono soltanto loro stessi e i loro fanatici seguaci, dell’una e dell’altra parte.

Ciò a cui si deve prestare attenzione sono le azioni concrete sul campo: le atrocità belliche, fatte passare come ritorsione permanente per i fatti del 7 ottobre e, quindi, piano per l’eliminazione delle Brigate al-Qassam da un lato e della dirigenza del movimento islamista dall’altro, hanno avuto soltanto questo scopo o hanno invece preso adito da ciò per dare seguito ad un piano molto più cinicamente ambizioso?

Non ha forse il governo israeliano messo mano ad una operazione di regolamento dei conti con tutto il popolo palestinese della Striscia di Gaza per spingerlo ad una fuga dalla stessa, in massa, così da risolvere una volta per tutte il problema della convivenza forzata con quel lembo di terra in cui il governo di Hamas si era fortemente strutturato (anche grazie ad Israele stesso…)?

La questione della colonizzazione della West Bank supporta la tesa di una progressiva riduzione del popolo palestinese ad entità etnica interna ad uno Stato ebraico predominante prima e totalmente sovrano poi su tutto il Territorio occupato (molto più appropriata la dizione al singolare rispetto al plurale, per quanto riguarda la Palestina nella sua totalità).

L’accusa sudafricana sulle possibili intenzioni genocidiarie dello Stato ebraico è, quindi, una diretta conseguenza tanto di ciò che è avvenuto nei decenni prima del 7 ottobre 2023 e, poi, in conseguenza alla reazione israeliana, lettaralmente sproporzionata, volutamente tale, nei confronti di oltre due milioni di persone rinchiuse in una prigione a cielo aperto da anni e anni.

Le zone d’ombra sull’attacco di Hamas contro i kibbutz e contro il rave party nel deserto vicino alla linea sorvegliatissima del confine, non sono venute meno col passare dei mesi e, anzi, le dichiarazioni e gli atteggiamenti di gran parte del governo di guerra di Netanyahu e Gantz hanno rafforzato certi presunte tendente complottiste che, se da un lato possono sembrare esagerate, dall’altro restano una delle spiegazioni più plausibili di tanta inadempienza e di tanta inefficienza da parte tanto dei servizi segreti interni quanto delle forze armate.

L’accusa di Pretoria, dunque, non è un capriccio, non è dettata da un pregiudizio antisemitico, come qualcuno pretenderebbe di far passare l’intero documento molto dettagliato fornito dal governo del Sudafrica alla Corte di giustizia delle Nazioni Unite. E’ una domanda che miliardi di persone si fanno: può la condizione di Gaza oggi essere definita altrimenti se non sterminio di massa?

Può, quindi, rientrare nelle intenzioni genocidiarie anche di un regime che si definisce governo democratico, di uno Stato democratico per il solo fatto di avere un parlamento in cui vigono le regole della reciprocità e dell’uguaglianza delle opinioni, in cui per fortuna una Corte suprema boccia una riforma della giustizia che avrebbe favorito senza se e senza ma gli interessi del primo ministro di guerra in carica, seppure in disgrazia?

E’ sufficiente dirsi democratici per esserlo? No di certo.

E per questo è legittimo domandarsi se, a fronte dei milessettecento morti israeliani voluti e causati da Hamas, sia giusta la “reazione” israeliana che ha fatto – ad oggi – oltre venticinquemila morti e oltre sessantamila feriti. Se la Corte dell’ONU deciderà che tutto questo è proporzionato e giusto, non ci sarà più alcun diritto internazionale a proteggere i popoli dalle angherie dei vicini più forti e determinati.

Se, invece, la Corte stabilirà che Israele non aveva il diritto di scatenare questa guerra, ma che aveva semmai il diritto di andare a prendere casa per casa i terroristi di Hamas, come un tempo sapeva molto bene fare il Mossad con i criminali di guerra nazisti, allora varrà ancora il principio sostanziale, e non meramente formale, che la legittima difesa si presuppone tale soltanto quando è uguale e contraria all’offesa.

Chiunque si permetta oggi di criticare la politica imperialista israeliana viene tacciato da Netanyahu e dai suoi ministri di essere anzitutto un antisemita e, di conseguenza, un intollerante a trecentosessante gradi, quindi, un antidemocratico, rappresentando Israele una sorta di unicum nel panorama mediorientale. Si può essere d’accordo solamente su un punto: lo Stato ebraico è una eccezione vera nello scacchiere geopolitico che collega Occidente ed Oriente.

E’ una eccezione in senso negativo, perché quella democrazia che vanta per sé stesso non è in grado di sostanziarla e diffonderla, ma ne utilizza l’accezione per coprire il peggio di una azione di governo che si tramuta, da settantacinque anni in una operazione di reprensibilità della presenza autoctona palestinese tanto in Cisgiordania quanto a Gaza.

Se il Sudafrica riuscirà a dimostrare ai giudici dell’alta corte dell’ONU e, a questo punto, al mondo intero che Tel Aviv ha messo in pratica un abominio come quello del genocidio, diluito nel corso del tempo ina serie ininterrotta di ingiustizie, di vessazioni, di violenze, carcerazioni indiscriminate, torture e crimini di guerra, il nesso che lega la storia dell’antiapartheid a quello dell’Intifada sarà il filo conduttore di una rivincita dei diritti dei popoli, dei diritti umani, dei diritti civili ed anche sociali.

Con il 7 ottobre, Israele non ha perso purtroppo un migliaio e mezzo di suoi cittadini, trucidati barbaramente dalla furia terroristica di Hamas. Ha perso l’occasione per una inversione di tendenza, per una dimostrazione che le democrazie vere non reagiscono con le guerre agli atti di terrorismo, ma perseguono i mandanti e gli esecutori tramite azioni mirate, tramite il diritto interno e internazionale. E lo fanno insieme alla comunità mondiale.

Così come è venuta strutturandosi Israele dal 1948 in avanti, soprattutto dopo la Guerra dei Sei Giorni, la sua stessa esistenza è fatta vivere ai cittadini dai governi della destra sionista come bastione di civiltà contro la barbarie che li circonda. E non c’è peggior barbaro di quello che, ritenendosi al di sopra di altre culture e di altri popoli, utilizza questa sua altezza morale per trasformala anche in dominio economico, politico e militare.

Il tutto nel nome dell'”identità nazionale“, di un patriottismo che, nel caso specifico in questione, è anche simbiotico con quella religiosa. L’anomalia israeliana può evolvere da questo stato di incongruenza tra democrazia nominale e democrazia sostanziale. Ma l’unico modo che ha per poterlo realmente fare è riconoscersi come parte di un mondo ben più complesso e non come “popolo eletto” tra i non eletti.

Questo sciovinismo è chiaramente antiattualistico, privo di qualunque connaturazione con l’anche recente storia di Israele e della Palestina trasformata in un inferno sulla terra. E’ un macigno sulle coscienze di chi dovrebbe guardare al passato col rispetto che meritano coloro che intendevano fondare uno Stato in cui vivere e non un avamposto dell’espansionismo occidentale in Medio Oriente.

C’è, dunque, un tradimento tanto della Storia di un popolo. Un tradimento che i disvalori della destra religiosa alla Smotrich (e alla Netanyahu…) fanno passare come difesa dei confini anzitutto identitari dell’ebraismo unitamente all’essere oggi cittadini di Israele. Perché in Palestina possa esservi davvero un cambio bi-trilaterale di passo, serve un mutamento di quei rapporti di forza che sostengono le destre reazionarie e liberiste.

Ma all’orizzonte, per ora, ci sono solo le alte colonne di fumo provocate dalle bombe dell’IDF che, probabilmente, nel nome della giustizia e della preservazione della nazione israeliana ed ebraica hanno appena ammazzato centinaia di civili, distrutto degli ospedali o sterminato dei bambini in un campo profughi. Sempre più a sud della Striscia. Dove non c’è più nulla di morale, di civile, dove non c’è più vita.

MARCO SFERINI

12 gennaio 2024

foto: screenshot ed elaborazione propria

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