L’impossibile alleanza con chi rivuole il centrosinistra

Ci critichiamo a cascata a sinistra. E’ normale e sarebbe anche una benefica consuetudine all’esercizio dialettico del dubbio nella contestazione propositiva. Ma a volte rischiamo di esporre rilievi stigmatizzanti...

Ci critichiamo a cascata a sinistra. E’ normale e sarebbe anche una benefica consuetudine all’esercizio dialettico del dubbio nella contestazione propositiva.
Ma a volte rischiamo di esporre rilievi stigmatizzanti su argomenti su cui abbiamo già ampiamente discusso e che si riferiscono a posizioni tattiche di singole forze politiche che, dopo molti giri di valzer tutti interni a loro stesse, finiscono con il rimanere su un dislivello altalenante di ambiguità che impedisce di tracciare dei confini ben precisi per la costruzione di un polo della sinistra di alternativa in Italia.
Questo se ne ricava dall’ascolto degli interventi all’assemblea di Articolo 1 svoltasi a Milano e intitolata: “Fondamenta, l’Italia del mondo nuovo“.
Perché in molti interventi, anticipati da una introduzione di Pierluigi Bersani, si è affacciato sulla scena il discorso della protezione degli interessi dei ceti popolari, di quelli più deboli, dei più disagiati.
A parole è una nobile intenzione politica, un accenno di programma apprezzabile. Ma nei fatti è una enunciazione che abbiamo ascoltato tantissime volte dalla nascita del PDS fino al PD renziano. E l’abbiamo ascoltata proprio da quei dirigenti che oggi si apprestano a cercare le basi per porre le fondamenta di una utopia, di un vero e proprio “non luogo” della politica e della società: un nuovo centrosinistra.
Se in passato la sinistra comunista e di alternativa ha perso la sua anima, la sua conformazione anche ideale sacrificandola sull’altare del contingente, dell’immediata necessità di fronteggiare con la perdente strategia del “meno peggio” le politiche liberiste fatte dalle destre prima e dal centrosinistra poi, è stato proprio a causa del costrutto innaturale chiamato “centrosinistra”.
Pierluigi Bersani sostiene che la crescita deve andare di pari passo con la “protezione sociale”. Ma la crescita economica interpretata dal centrosinistra è sempre stata dettata dall’agenda del mercato e dal padronato. Le forze della sinistra non sono state in grado di condizionare questi processi: almeno non sono state in grado di farlo le forze comuniste e di alternativa.
La sinistra che guardava al governismo e al centro come luogo di sviluppo di politiche di “investimento”, quindi di agevolazione della produttività imprenditoriale con sgravi fiscali senza contropartite in termini di solidità contrattuali, ha favorito l’ampliarsi del liberismo e ha consentito a Bruxelles di intervenire nelle dinamiche sociali del nostro Paese condizionandone la stabilità sociale, intervenendo sui “costi sociali”, quindi sul salario, sulle pensioni, sulle protezioni sociali che tanto vengono invocate e che non sono state il fulcro delle politiche del PD.
La ricerca della compatibilità di sistema è stata l’asse portante delle politiche del “centrosinistra”. Anche e soprattutto di quello finto formato dal solo PD e da qualche piccolo satellite di retaggio pseudo-socialisteggiante.
Non è quindi da una piattaforma di unità tra forze cattoliche, moderate, di centro e forze progressiste e di sinistra che può arrivare una alternativa al PD, alle destre, al grillismo.
Il centrosinistra è una idea non di alternativa di società, ma di conservazione dello status quo con qualche piccola correzione da mettere in essere qualora chi lo auspica si trovasse al governo del Paese.
Non c’è nessuna possibilità di proteggere il lavoro scendendo a compromessi con il padronato utilizzando politiche liberiste o anche solo timidamente riformatrici.
Dobbiamo convincerci che tutto questo gioco di suoni e di parole protrattesi nel tempo, dove sentivamo evocare e dire che le riforme erano “necessarie”, ci ha condotti allo stato miserevole della società e della sinistra in cui ci troviamo a vivere e ad operare.
Dobbiamo convincerci che si offre al moderno proletariato una vera alternativa se si diventa nuovamente “diversi” rispetto a tutte le altre forze politiche, se si accetta di essere “diversi” perché si incarna l’esatto opposto di quanto tutti gli altri esprimono.
Nessuna forza politica oggi, a parte Rifondazione Comunista e, con qualche diversificazione, Sinistra Italiana, si propone l’antiliberismo (che non è di per sé l’anticapitalismo) come condizione di rotta della nave di un nuovo polo politico di massa.
Questo è un elemento da valorizzare: l’unità fatta sull’antiliberismo per gli antiliberisti. Il che esclude ogni tentennamento, ogni appello a chi, come Articolo 1, vuole rimettere in campo anche solamente l’idea di “centrosinistra”.
Ciò dovrebbe bastare ad escludere alleanze con chi rimpiange di non potersi alleare col PD perché guidato da Renzi. Ma Renzi, serve ricordarlo, ha appena vinto le primarie del PD ed è segretario di quel partito legittimamente e con una onnipotenza ancora più ampia e forte di prima.
Come si può sperare di creare un centrosinistra alternativo (schematizzando: Articolo 1 più Campo progressista) ad un PD che da solo pretende di essere già la sintesi del centrosinistra italiano?
Del resto, dopo la scomparsa de l’Ulivo e de l’Unione, il PD ha assunto nei suoi caratteri fondativi proprio questa fisionomia: essere la simbiosi tra cultura cattolica democratica e cultura socialdemocratica per garantire al Paese una pace sociale capace di essere il terreno fertile per il rilancio delle imprese con politiche come il Jobs act…
Ogni altra parola è superflua.

MARCO SFERINI

23 maggio 2017

foto tratta da Pixabay

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