La storia rivista da un ex comunista

La storia, della sinistra e dell’Italia, rivista da un da un ex comunista “pentito”, Giorgio Napolitano. In un importante discorso pubblico il Capo dello Stato è tornato a criticare...

Napolitano-comunistaLa storia, della sinistra e dell’Italia, rivista da un da un ex comunista “pentito”, Giorgio Napolitano. In un importante discorso pubblico il Capo dello Stato è tornato a criticare il rifiuto, da parte del PCI nel dopoguerra, di condividere l’alleanza dell’Italia con l’America, scelta che, secondo la sua attuale opinione, sarebbe stata una “palla al piede” che avrebbe giustificato l’esclusione dei comunisti dal governo nei decenni successivi. Ora, forse, converrebbe non farci più caso alla impressionante sequenza di ricostruzioni a senso unico (anticomunista) della recente storia patria alle quali si è, sovente, dedicato anche il Presidente della Repubblica; però è anche giusto non rassegnarsi e continuare ad indignarsi di fronte al rovesciamento della verità, specie quando esso è affidato a delle enormità tali da lasciare allibiti, particolarmente nel caso di quelle sostenute dai diretti protagonisti (come nel caso di Napolitano) della storia dei comunisti italiani.

Lasciamo perdere il fatto che il buon gusto vorrebbe che un uomo politico che rivede così in profondità la propria vicenda politica, dovrebbe avere avuto il coraggio, ad un certo punto, di mollare e farsi da parte. Si può naturalmente, sempre, cambiare opinione nella vita e nella politica: però, quando si arriva sostanzialmente a pensare di avere sbagliato tutto per la parte, come dire?, costitutiva della propria esperienza, ci vorrebbe il coraggio di ritirarsi e fare largo a altri che non abbiano commesso così colossali errori.

Ma, come detto, lasciamo perdere, per carità di patria. Il punto è un altro: come si può pensare (e come può pensare uno come Napolitano) che il PCI nell’immediato dopoguerra avesse (anche volendo) una scelta diversa da quella di opporsi all’ingresso dell’Italia nell’Alleanza Atlantica?! Il contesto politico Napolitano lo conosce benissimo. Il mondo era uscito dalla seconda guerra mondiale con la grande vittoria della alleanza antinazista e antifascista alla quale l’Unione Sovietica aveva dato un contributo determinante. L’URSS e Stalin rappresentavano per milioni di lavoratori e masse immense, in tutto il mondo, il simbolo della vittoria sull’oppressione, della pace e del riscatto del lavoro. Il PCI, con gli occhi del tempo, si vedeva componente di un movimento che, dopo avere contribuito più di tutti a prezzo di immani sacrifici alla riconquista della libertà, si sentiva lanciato a scalare le vette più alte della giustizia umana. Abbandonarlo sarebbe stato impensabile.

E poi, per verità della ricostruzione storica, si dovrà ricordare che la rottura del fronte antinazista e antifascista, nel mondo ed in Italia, fu voluta non dai comunisti, ma dagli USA e dalla Democrazia Cristiana e che i primi atti della guerra fredda furono tutti di marca americana. Sono autorevoli storici americani a sostenere che il primo episodio di ostilità tra Usa e URSS furono le due bombe atomiche americane su Hiroshima e Nagasaghi, carneficine militarmente inutili, ma utili come monito per affermare la propria forza e supremazia sul mondo. E furono ancora gli Usa a volere ed a costituire per primi la alleanza militare che prese il nome di NATO cui, successivamente, si contrappose l’altra coalizione politico militare sotto l’egida sovietica che fu chiamata Patto di Varsavia. In Italia fu la Dc, dopo una visita del Presidente del Consiglio De Gasperi al Presidente americano, ad imporre la rottura del fronte antifascista che si era costituito nella Resistenza e la cacciata dei comunisti dal Primo governo di unità nazionale.

Tutti capiscono che se il PCI, in questa situazione, avesse condiviso e avvallato la partecipazione ad un blocco militare antisovietico (cosa che non fece nemmeno il PSI), i suoi dirigenti sarebbe stati presi per matti o traditori e il partito avrebbe semplicemente cessato di esistere, abbandonato dai suoi iscritti ed elettori, oltre che sopraffatto dagli avversari.

In questa sua ricostruzione storica in linea con i tempi, il Presidente Napolitano giustifica e accredita, inoltre, la tesi sempre usata per escludere i comunisti dal governo: e cioè che essi non dessero sufficienti garanzie democratiche. Si tratta di un rovesciamento della storia, forse più grave degli altri e, per così dire, una completa inversione delle responsabilità delle parti. L’esclusione dei comunisti dal governo non fu determinata dalla loro inaffidabilità democratica, ma dai continui veti americani e, contemporaneamente, dalla volontà della maggioranza della borghesia italiana di mantenere al potere il ceto politico democristiano e il sistema politico ed economico che meglio rappresentava i suoi interessi.

Il Presidente Napolitano, così solerte nel rivedere tutta la storia sbagliata del partito del quale fu autorevole dirigente, dovrebbe ogni tanto riconsiderare altre pagine di storia della sinistra e qualcuno dei suoi errori, come fu quello della simpatia per Craxi e il craxismo, a favore del quale, lui e la corrente cosiddetta migliorista, ingaggiarono un duro e debilitante scontro politico all’interno del Pci. In quel caso l’abbaglio di Napolitano fu davvero grosso, perché tutti conoscono l’epilogo, ingloriosamente giudiziario prima che politico, di quell’esperienza.

LEONARDO CAPONI

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