Il progressismo di facciata del PD e quello tardivo dei Cinquestelle

La proposta della riduzione dell’orario di lavoro a 36 ore a parità di salario, ma su base volontaria da parte delle aziende, è una ripresa al ribasso di una...
Giuseppe Conte

La proposta della riduzione dell’orario di lavoro a 36 ore a parità di salario, ma su base volontaria da parte delle aziende, è una ripresa al ribasso di una antica rivendicazione del movimento dei lavoratori e di forze della nuova sinistra d’un tempo come Democrazia Proletaria.

Rifondazione Comunista la ereditò – diciamo così – “naturalmente” e la portò avanti soprattutto nella fase di acutizzazione dei nuovi scontri sociali che l’ascesa di Berlusconi e delle destre generò attraverso l’avvio di quelle politiche liberiste che, in seguito, andarono tanto di moda anche nel centrosinistra.

Pur non essendo prevista in un carnet di proposte organiche ad una vera riforma dei rapporti di lavoro e di questi col resto del mondo produttivo, e pur prevedendo dei correttivi che ne diminuiscono non poco l’efficacia sul piano dell’impatto della forza contrattuale dei sindacati e delle maestranze, quella avanzata da Conte è di certo una novità nel programma politico dei Cinquestelle che, in questo modo, provano ad affermarsi come alternativa progressista a sinistra del PD.

Ciò contribuisce a spingere i democratici ad una scelta che, obiettivamente, hanno già fatto e consolidato con l’alleanza elettorale programmatica con +Europa e con le candidature di Cottarelli e Casini. La spinta involontaria ad un ritorno al progressismo non pare avere nessuna possibilità di successo, nonostante nel simbolo del PD sia chiaramente evidenziato il carattere “democratico e progressista” della lista formata con Articolo 1, e nonostante l’accordo tecnico con Sinistra Italiana ed Europa Verde.

Letta ha lavorato su due fianchi uguali e contrari per dare al suo partito un profilo di rinnovamento tanto parlamentare quanto sociale: escludere dalle liste la maggior parte degli esponenti di Base riformista, l’ultima Thule del renzismo ancora sopravvivente nel PD; comprendere nelle candidature esponenti del sindacalismo, dell’attivismo non governativo così come esponenti di un liberalismo neocentrista per controbilanciare, per fare in modo che il trasversalismo democratico fosse percepibile tanto dalle fasce più deboli della popolazione quanto dalla classe dirigente.

La conversione progressista dei Cinquestelle, dunque, non può avere un effetto concorrenziale sul piano della contesa dell’elettorato di sinistra che, piuttosto che dalle proposte molto modeste di riforma del Jobs act (invece che della sua totale abolizione, come auspica Susanna Camusso che, con qualche contraddizione, del PD è candidata indipendente in Campania), può essere indotta a preferire l’ex campo largo lettiano dall’eterno ritorno dello spauracchio delle destre al governo.

Un pericolo reale, indubbiamente, ma che non viene scalzato dalla presenza a Palazzo Chigi da chi, proprio con il portare avanti le politiche peggiori in termini di controriforma del lavoro, ha lasciato che l’egemonia culturale e sociale in tema di diritti sociali riuscissero ad accaparrarsela proprio le peggiori forze neonazi-onaliste.

Tuttavia, siccome ad una azione corrisponde sempre una reazione, la proposta di Conte sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario non può che avere effetti di positivo sdoganamento di una evoluzione nel merito dei diritti dei salariati. Non è più soltanto Rifondazione Comunista, o nel frangente elettorale Unione Popolare, a proporre misure che sarebbero state considerate di estrema sinistra, utopistiche e controproducenti per l’economia nazionale a trazione padronale.

Adesso, complici anche le crisi ambientali, climatiche unitamente a quelle sanitarie ed economiche in senso più lato, l’allargarsi del disagio sociale impone la ricerca di contromisure che limitino le pretese spropositate del capitalismo italiano e riducano quel divario che si accresce tra spesa pubblica e profitto privato, tra interesse collettivo e privilegio della classe dominante.

I mutamenti fisiognomici della politica italiana sono molteplici in questa campagna elettorale, soprattutto in quelle forze che hanno maggiormente contribuito all’instaurazione del draghismo come ultimo fenomeno di tecnicismo governativo che ha provato a sostituirsi parzialmente alle prerogative parlamentari, governando con la forza impositiva delle cifre economiche contenute nelle relazioni di Bruxelles e Francoforte e, quindi, negli schemi applicativi del PNRR.

Non è affatto un male assistere a questi processi di cambiamento, anche se è prevedibile che molti siano sostanzialmente tali in virtù dei trenta giorni e più che ci separano dal 25 settembre: passata la festa – come si usa dire – gabbato lo santo. Ma, è anche vero che, soprattutto per il PD e i Cinquestelle, dopo le rotture reciproche sul terreno delle alleanze e dopo la rincorsa all’occupazione del centro politico-parlamentare, una certa attenzione alle problematiche sociali che coinvolgono un numero sempre maggiore di italiani è quasi d’obbligo.

Il taglio elettoralistico di queste proposte, va da sé, è il dazio da pagare per una riemersione dei consensi, per una tenzone che i pretendenti di un sempre più improbabile “campo progressista” devono affrontare se intendono limitare l’emorragia di voti dei ceti più deboli e disagiati del Paese verso le destre sovraniste.

Non ci vuole molto, alla fine, per smascherare l’intempestività contiana che mira a fare del M5S una sorta di “sinistra senza sinistra“: mentre l’ex Presidente del Consiglio mette in campo le 36 ore su scelta volontaria delle aziende (e sapendo come la pensano i confindustriali in merito, sarebbe come dare la corda ad un impiccato per farsi da solo il patibolo…), più che opportunamente Unione Popolare rivendica non solo più le 35 ore bertinottiane, ma anzi le 32 ore a settimana a parità di salario contenute nel programma della NUPES di Mélenchon.

Non si tratta di chi la spara più grossa nella diminuzione del monte ore lavorativo. Si tratta, invece, di una attenta disamina dei livelli di produttività e della considerazione imprescindibile sulla modernità della produzione stessa, su tutta una serie di intelligenze artificiali e di cicli di conversione delle materie prime in merci fatte e finite che non abbisognano più di sette, otto ore al giorno per poter arrivare al risultato finale ed essere, quindi, immesse nella circolazione del mercato, nei vortici internazionali della concorrenza.

Il ricorso alla facilissima argomentazione che riguarda la “demagogia” della proposta sulla riduzione dell’orario di lavoro è una reviviscenza costante dell’opposizione di classe padronale, un presupposto ineludibile di una teorizzazione della produzione della ricchezza nazionale solo ed esclusivamente attraverso il moloch della “produttività“. Mentre sappiamo che, dietro ogni crisi ciclica del capitalismo, anche in quelle moderne segnate dalla fase liberista, il rischio maggiore è proprio quello della sovraproduzione determinata da una stagnazione che è anche il frutto della contrazione della domanda.

Oggi si parla sempre più spesso di “stagflazione“, perché il punto di non ritorno della crisi economica è stato superato dalla simbiotizzazione tra stagnazione e inflazione. Questo combinato disposto da una totale predominanza del privato sul pubblico, con quella sempre minor partecipazione dello Stato agli affari pubblici, all’economia nel suo insieme – che è divenuto un cavallo di battaglia della ex destra corporativista e sociale, quella della Meloni che si appresta a governare il Paese – non può essere fronteggiato da un progressismo di facciata come quello del PD e nemmeno da proponimenti tardivi del M5S isolatosi dal resto della sinistra di alternativa.

Proprio su temi come quello della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario andava non solo costruito un vasto schieramento politico in vista del voto ma, unitamente a ciò, doveva essere definito un programma di riforme sociali di cui quella misura, emblematica e da decenni icona del cambiamento dei rapporti di forza tra imprenditori e lavoratori, fosse la punta dell’iceberg.

Invece, a testimoniare tutta l’immaturità di una voglia di riscatto sociale da parte delle forze che, del resto, fino a pochi mesi fa hanno sostenuto il governo Draghi, è stata proprio la frammentazione politica con, a monte, la disomogeneità delle proposte di mutamento del quadro antisociale che soffoca gran parte della vita sociale, civile ed economica del Paese.

Tuttavia, come già fatto cenno all’inizio di queste righe, il dato positivo è l’apertura del M5S ad una certa idea di redistribuzione del lavoro, visto che la disoccupazione e l’inattività aumentano e che le imprese non vogliono dare altra risposta se non quella che darebbe il liberismo reaganiano (o anche quello tatcheriano): meno Stato e più mercato. Non stupisce che Giorgia Meloni abbia uniformato a questa teorizzazione disegualitaria il suo programma elettorale nei punti di intervento economico e sociale.

Non si può pensare di governare il Paese, soprattutto da destra, senza accattivarsi le simpatie della classe dirigente. E questo lo si può fare soltanto convincendo il padronato e l’alta finanza che si è affidabili e competitivi politicamente in materia. Qui la partita è tutta tra il PD e Fratelli d’Italia, in questo strettissimo merito. I centristi calendiani e renziani avranno modo poi in Parlamento di scegliere chi sostenere di volta in volta.

Intanto, mentre la disputa su chi rappresenterà l’agente politico del liberismo economico è tutta da venire, il progressismo annaspa tra l’ipocrisia democratica e la tardività pentastellata. Unione Popolare ce la metterà indubbiamente tutta rappresentare nelle Camere quelle giuste istanze sociali che non trovano domicilio altrove e che non riescono a formare un condominio di forze per far crescere le rivendicazioni dei lavoratori, dei precari, degli studenti, dei pensionati.

La campagna elettorale propriamente detta, che sta per cominciare, dovrà essere incentrata su questi temi fondamentali: la pace, la giustizia sociale e l’ambiente. Sapendo che nessuno di questi tre temi è separabile dagli altri e che, anzi, soltanto chi è capace di svilupparne appieno le ragioni in modo unitario, potrà in Parlamento forse trovare qualche sponda per limitare i danni delle destre da un lato e di quel centro dall’altro che pretende, nonostante tutto, di dirsi ancora “progressista” e “di sinistra“.

MARCO SFERINI

18 agosto 2022

foto: screenshot

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