Csm, fatta metà strada. Al senato servirà la fiducia

Riforma approvata alla camera tra i distinguo della maggioranza e le assenze. La Lega già promette modifiche che farebbero saltare i piani della ministra. Che in aula ammette: «È la migliore riforma possibile, come tutte perfettibile». Ma non adesso perché il voto per il prossimo Consiglio superiore incombe
Il ministro della giustizia, Marta Cartabia

«Al senato sarà voto di fiducia?». Resterà ancora per poco il punto di domanda, come sanno i deputati di maggioranza che escono svelti dall’aula di Montecitorio qualche minuto dopo le sette.

Hanno appena approvato in prima lettura la riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario, ma perché la nuova legge elettorale sia applicabile già a luglio quando sono previste le urne per i magistrati del Consiglio superiore occorrerà che la legge compaia in Gazzetta ufficiale per metà maggio.

È il progetto che la ministra Cartabia ha illustrato i capigruppo in commissione giustizia nell’ultima riunione. Il ministero lavorerà da subito sul decreto che disegna i collegi elettorali, in modo da averlo pronto – previo passaggio con il Csm in scadenza – appena la legge sarà approvata definitivamente. E perché questo accada nel giro di tre settimane al senato c’è un solo sistema: la fiducia.

Draghi in conferenza stampa a febbraio aveva promesso di evitarla, ma la promessa può essere interpretata come valida solo per la prima lettura. Del resto il rischio di un incidente di percorso al senato è alto nel caso in cui i gruppi fossero lasciati liberi di votare gli emendamenti e anche una modifica minima del testo approvato ieri sera obbligherebbe a una terza lettura e farebbe saltare il calendario della ministra.

Che comunque è ancora solo un auspicio, è possibile che invece i tempi si allunghino e per rispettare i due mesi previsti dalla legge per la convocazione delle elezioni si debba spostare il voto a settembre. Sembra evidente, ma nel primo commento la Lega manda a dire che così evidente non è: «Proporremo correzioni idonee a rendere il testo più incisivo». La campagna elettorale per il sì ai referendum giustizia ha le sue esigenze.

Ma tutto intorno non si può dire che il resto della maggioranza accompagni il primo giro di boa della riforma con entusiasmo. Lo dicono le assenze al voto: se un quarto dei gruppi di Lega e Forza Italia è assente ingiustificato, manca anche il 40% dei deputati di Leu e il 17% di quelli del Pd. Nelle dichiarazioni di voto, con l’eccezione del Pd Alfredo Bazoli, piovono le prese di distanza. «Non è la legge ideale, non risponde pienamente alle idee del Movimento 5 Stelle, la nostra legge era il testo originario dell’ex ministro Bonafede», dice la deputata Valentina D’Orso.

«Questa non è la nostra riforma, ma se non ci fosse stata Forza Italia al governo non avremmo approvato lo stop alle porte girevoli o la separazione delle funzioni», sostiene la deputata Matilde Siracusano. «Si poteva fare di più, si poteva essere più coraggiosi», aggiunge il deputato di Azione +Europa Enrico Costa. E anche la ministra Marta Cartabia, arrivata in aula per seguire le dichiarazioni di voto, quando prende la parola per ringraziare l’aula dichiara: «È la migliore riforma possibile, come tutte perfettibile».

Parole da non prendere alla lettera, nel senso che una correzione al senato equivarrebbe a far saltare i programmi. Come si preoccupa di chiarire subito il Pd, richiamando un patto di maggioranza.

È una riforma necessaria e molto attesa – dice la senatrice Anna Rossomando, responsabile giustizia del partito – ora ci aspettiamo un rapido avvio al senato per arrivare al via libera definitivo, sulla base delle intese già raggiunte dalle forze di maggioranza, nei tempi che l’urgenza della riforma richiede». Il problema è che il presidente della commissione giustizia al senato è della Lega, Andrea Ostellari e nella prima fase i tempi di discussione (come ha dimostrato nel boicottaggio del disegno di legge Zan) sono in buona misura nelle sue mani.

ANDREA FABOZZI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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Politica e società

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