Considerazioni a margine della direzione del PD

La sinistra che nel PD non c’è Avete notato nella relazione di apertura di Renzi della Direzione nazionale del PD, quante volte è stata citata la parola “sinistra”? No?...

La sinistra che nel PD non c’è
Avete notato nella relazione di apertura di Renzi della Direzione nazionale del PD, quante volte è stata citata la parola “sinistra”? No? Provate a riascoltare la registrazione e contate le volte… Mai Renzi aveva pronunciato questa parola così ripetutamente.
Ovviamente serve a compensare un discorso apertamente di destra.
E tocca dare ragione ad un liberale come Massimo Cacciari quando afferma che il paradosso dei paradossi è che Renzi, leader “socialdemocratico” europeo, abbia varcato il solco che c’era tra destra e sinistra in tema di lavoro, prendendo l’articolo 18 “marginalissimo” come bandiera di lotta per il “rinnovamento” del mercato del lavoro.
Una battaglia storicamente apprezzata (e anche in queste ore) da ambienti di destra e del più intransigente padronato: Brunetta, Berlusconi, Alfano, Confindustria, Marchionne.
Perché se l’articolo 18 è così marginale nella riforma di Poletti e Renzi, diventa una bandiera imprescindibile, da non poter essere accantonata?
La ragione è abbastanza semplice: è il passaporto per far comprendere proprio a lor signori sia in Italia che oltre oceano che lui sta da una parte ben precisa. E dall’ultima riunione della Direzione nazionale anche l’80% del PD.

La concezione che i democratici hanno del lavoro è di una subordinata alle esigenze esclusive del mercato e degli imprenditori dentro ad un contesto di assoluta pacificazione sociale, dove non si prevede alcun sviluppo di conflitto tra capitale e lavoro. L’intervento del ministro Poletti è, su questo piano, tragicamente illuminante: “Basta vedere l’impresa come qualcosa di nemico”. Non ci sono nemici dei lavoratori nell’impresa, ma tutti collaborano per il bene della stessa e del Paese. Praticamente esiste chi “investe” i “suoi” soldi nell’impresa e chi investe le sue braccia.  Ma c’è qualcosa che mi sfugge… Padroni e lavoratori sono sullo stesso piano? Salari e profitti anche? Ma saremo mica morti tutti e non ce ne siamo accorti, oppure dobbiamo ancora nascere e siamo in un tempo antecedente il 1848?

Piedi in due scarpe? Si cade.
E nonostante tutto questo, nonostante la manifesta avversione del PD renziano per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, anche a sinistra c’è chi crede di poter interloquire ancora con i democratici.
Come si possa pensare, anche dentro Rifondazione Comunista, di poter costruire un confronto comune a sinistra con chi si rifiuta di abbandonare un moloch liberista che proprio ieri ha sancito la sua imperturbabilissima linea politica sul lavoro, è francamente per me incomprensibile.
Per dare vita ad un dialogo, occorre avere delle basi comuni. Altrimenti si possono anche invitare alle nostre feste o a quelle delle aree del PRC esponenti di Sel e della minoranza PD, ma ci si ferma lì. Perché il giorno dopo in Parlamento c’è l’aut aut di Renzi sulla compattezza dei gruppi parlamentari.
Il rischio è alto per chi, e lo comprendo, come Giuseppe Civati ha detto di no in direzione al job act.
Verifichiamo se esiste anche una minima possibilità di guardare “oltre il PD”. L’Huffington post intervista proprio il deputato “ribelle”.
Domanda: Ho la sensazione che lei stia programmando una scissione.
Civati: “No, perché una scissione del Pd avrebbe l’effetto di dare lunga vita al Nazareno e di mettere il paese nelle mani di Renzi e Berlusconi per chissà quanto tempo.“.
Somiglia molto al “voler stare nel gorgo” di ingraiana memoria. Nobili intenzioni, ma i rapporti di forza sfavorevolissimi privarono allora Rifondazione Comunista di un partner importantissimo della sinistra italiana.
Oggi, quasi fossimo davanti ad una nemesi, la storia si ripete. Certamente Civati non ha lo spessore politico di Ingrao, ma se rompesse col PD, forse sposterebbe di più di quello che pensa di poter fare continuando a restare nel PD. Di Renzi.

Ma preso atto del voto della direzione, Civati doveva prendere atto che in Parlamento i numeri sono ancora più grandi e a favore tutti di Renzi: Forza Italia, pur negandolo la ministra Boschi, è pronta a sostenere quella che è una riforma di destra.
Se vogliamo costruire veramente la sinistra di alternativa, bisogna dimostrare sul campo questa alternativa e praticarla.
Mi sono formato politicamente sulla convizione dell’autonomia e dell’unità: autonomia dei comunisti e unità delle forze democratiche e di sinistra. Ma oggi nel PD non vedo né democrazia e nemmeno alcuna sinistra.
Leggo posizioni di compagni che, giustamente, si pongono il tema del governo da sinistra di questo nostro Paese.
Proporre questo tema come essenziale, quasi dirimente per la ricostruzione della sinistra, in un momento storico – politico – economico in cui la vera sinistra è impotente davanti ai cambiamenti sociali e antisociali che si prospettano e avanzano di giorno in giorno, è fare della demagogia pura.
Il tema del governo lo si può proporre quando, come Syriza, si ha la concreta possibilità di essere forza essenziale di governo.
Una sinistra aggreggata al PD non sarebbe una sinistra di governo, ma una stampella del renzismo. E nulla di più, purtroppo.
Lavorare per essere una forza di governo, da comunisti, da sinistra, è possibile ed è nel dna di una forza che vuole trasformare a 180° la società, capovolgendola, ma per farlo bisogna smetterla di aggrapparsi ai sogni e lasciare con i nostri sandolini la rotta liberista del PD e muovere verso una vera, concreta alternativa tanto alle destre vere quanto alle destre di nuovo modello ispirate da Renzi.

Tanto per fare un po’ di chiarezza in Rifondazione Comunista
Alcune compagne e alcuni compagni dell’area “essere comunisti” hanno chiaramente e legittimamente espresso le intenzioni, anche nell’ultima festa nazionale a Reggio Emilia, di voler provare a portare il nostro Partito verso un dialogo con quel settore del PD che ieri sei è opposto al job act renziano.
Io penso che non vi siano margini di intesa fino a che quella parte di PD resta proprio nel PD. Perché ciò vincola la possibilità di costruire una piattaforma comune antiliberista o comunque anche solo alternativa alle politiche renziane (che poi quello sono… liberismo).
Se vuoi costruire una nuova sinistra da socialdemocratico (mi riferisco a Civati, Cuperlo…) insieme ad ambientalisti, comunisti e con tutto quel vasto popolo sparso nei movimenti che si oppongono a determinate tendenze sia politiche che economiche, allora occorre avere il coraggio di staccarsi da un corpo che non è più un corpo politico nemmeno lontanamente di sinistra.
Però il coraggio, a volte, è legato alla, chiamiamola, “necessità” di mantenere un posto al sole dentro un apparato che riscuote consensi e che può conferire alla minoranza un ruolo.
Fuori dal PD Civati dovrebbe costruire a partire da zero un percorso con Sel e noi, sempre che voglia costruirlo con Rifondazione. Perché io ho i miei dubbi che accetterebbe una convergenza con la sinistra radicale e anticapitalista.
Comunque, fatto salvo che si possa fare, io auspico una composizione della sinistra antiliberista.
Ma, non prendiamoci più in giro, nessuno ha la forza di incidenza per spostare non il PD, ma nemmeno una singola proposta del PD a sinistra. La stagione del “meno peggio” è finita, chiusa.
Ora bisogna costruire il “meglio”.

MARCO SFERINI

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