Tanto tuonò che quasi piovve. La crisi era ampiamente annunciata. Con il rigetto delle dimissioni di Draghi e il rinvio alle camere Mattarella ha mantenuto aperto uno spiraglio, legato al passaggio di mercoledì prossimo in Senato.

Fin qui, tutto secondo copione. Nel turbinio di commenti si è rilevato che Draghi è salito al Quirinale una prima volta senza alcun previo passaggio in consiglio dei ministri. Un punto forse politicamente, ma non formalmente, rilevante. Il “potere della crisi” è nelle mani del premier, la cui decisione di dimettersi non richiede una necessaria condivisione con il consiglio.

Il doppio passaggio di Draghi al Colle può segnalare la diversità di vedute tra lui e Mattarella. È probabile che già nella prima visita Draghi abbia manifestato la sua intenzione di dimettersi, dando seguito alle affermazioni circa la necessaria partecipazione di M5S all’esecutivo. Possiamo ipotizzare che Mattarella, prendendo spunto dalla fiducia comunque espressa in Senato, abbia cercato di fargli cambiare idea.

Ma in realtà, se Draghi avesse insistito sulle dimissioni, Mattarella avrebbe potuto solo prendere atto. Il rinvio alle camere è un invito che non obbliga il destinatario a ottemperare. Questo indica che nel passaggio parlamentare di mercoledì prossimo tutto dipenderà da Draghi, che potrebbe confermare le dimissioni anche laddove ottenesse nuovamente la fiducia, o anche confermarle subito dopo aver svolto le proprie comunicazioni, e senza nemmeno aspettare il voto.

Mentre il potere della crisi è nelle mani del premier, quello di decidere cosa accade dopo è nelle mani del capo dello stato. Così mercoledì prossimo abbiamo due scenari principali. Il primo. Il senato vota sulle comunicazioni del governo, e concede la fiducia, anche con meno della metà più uno dei componenti (non essendo richiesta una maggioranza qualificata) e da parte solo di alcune delle componenti della precedente maggioranza. Se il presidente del consiglio non rinnovasse le dimissioni, il governo sarebbe comunque validamente immesso nella pienezza dei poteri, e la vicenda si chiuderebbe.

Il secondo scenario è dato dall’ipotesi che Draghi rinnovi comunque le dimissioni. Mattarella, dopo un giro di consultazioni secondo prassi, ha varie opzioni. Può anzitutto immediatamente decidere lo scioglimento anticipato delle camere, mandando il paese alle urne probabilmente tra fine settembre e inizio ottobre, e lasciando l’esecutivo in carica per il “disbrigo degli affari correnti”.

Oppure può conferire l’incarico di formare un nuovo governo allo stesso Draghi – ipotesi che si mostra al momento improbabile – o ad altri. Potrebbe anche nominare un governo privo di un sostegno parlamentare certo e predeterminato. Una scelta la cui correttezza istituzionale verrebbe dalla grave situazione sociale, politica, economica in cui il paese versa, dalla necessità di attuare il Pnrr, dalle preoccupazioni che vengono dalla pandemia e dagli scenari di guerra.

Cosa può conclusivamente accadere dopo mercoledì? Abbiamo tre ipotesi. La prima: il governo è dimissionario, ma rimane in carica fino alla nomina di un nuovo governo o anche fino alle elezioni. La seconda: un governo di nuova nomina, in carica ma in attesa del voto di fiducia delle camere. La terza: un governo di nuova nomina, che però riceve il voto negativo anche di una sola camera. In tutti questi casi abbiamo un esecutivo privo di fiducia.

La domanda è: cosa può fare un governo privo di fiducia? In principio, deve limitarsi all’ordinaria amministrazione (il “disbrigo degli affari correnti”). Ma il concetto è elastico. In generale, ciò che è oggettivamente urgente o assoggettato a scadenze indifferibili può rientrare.

Un governo senza fiducia potrebbe ad esempio presentare una legge di bilancio (il termine per la presentazione alle camere è il 15 ottobre), o adottare tutti gli atti indispensabili e indifferibili per la tempistica del Pnrr. Diversa considerazione potrebbe farsi per decisioni non assoggettate a termine né oggettivamente urgenti e indifferibili, come ad esempio l’invio di armi per la guerra in Ucraina.

Ovviamente, rispetto alla legittimazione formale ad adottare atti è altra cosa avere la forza politica di adottarli. Altra cosa ancora è avere la forza di orientare l’indirizzo politico, ad esempio combattendo l’aumento esponenziale della povertà, l’inflazione che ancora in prospettiva la accresce, i tanti diritti dimidiati in tanta parte del paese. La storia insegna che alla fine il prezzo della precarietà politica e istituzionale è pagato sempre dai più deboli. I forti si difendono da soli.

MASSIMO VILLONE

da il manifesto.it

foto: screenshot