La Siria al centro dello scontro frontale

59 Tomahawk sono partiti dalle navi statunitensi di stanza nel Mediterraneo. Hanno ucciso, pare, quindici persone: quattro di queste sarebbero bambini. Comincia così un nuovo pericolosissimo gioco a risiko...

59 Tomahawk sono partiti dalle navi statunitensi di stanza nel Mediterraneo. Hanno ucciso, pare, quindici persone: quattro di queste sarebbero bambini. Comincia così un nuovo pericolosissimo gioco a risiko in uno scenario da apocalisse, dove non esiste regola, dove si muore o si scappa. E se non si muore o non si riesce a scappare, si resta intrappolati nell’inferno. Un fazzoletto di terra nemmeno tanto grande, ma denso di proiettili, di missili, di bombe chimiche, di omicidi e di suicidi che si fanno saltare in aria nel nome di un paradiso che hanno perduto ancora prima di poterlo incontrare.
L’equilibrio mondiale tutto ristretto nel territorio dissanguato da sei anni di guerra civile, di poteri che si scontrano in un lembo del Medio Oriente, in luoghi distrutti dalle bombe ma pure dal fanatismo pseudo-religioso del sedicente califfato nero di Al Baghdadi. Tutto, dunque, pare che in queste ore si giochi in Siria.
Per “tutto” si intende il confronto aspro tra due potenze mondiali e i loro codazzi di Stati amici: dall’una e dall’altra parte.
La presidenza di Donald Trump, dopo una partenza non proprio brillante, dopo alcuni cambi di posti a sedere nel governo statunitense, tenta una operazione che, opportunamente, alcuni commentatori hanno definito “scenografica”: la guerra nella guerra. La parola d’ordine è sempre la stessa: restituire ai popoli la democrazia perduta o dargliela per la prima volta.
Quanto intorno ogni cosa è ridotta a macerie, senza più civili, periti sotto le bombe della salvezza o fuggiti in massa nei campi-rifugio oltre confine, in territori magari non molto più democratici rispetto a quelli gestiti dal governo siriano, ma, almeno, protetti dall’impossibilità che qualche aereo o drone sganci qualche missile sulla loro testa.
Basta, del resto, guardare una cartina geopolitica attuale della Siria e si scopre una dimensione politica frammentata e disomogenea, spesso senza continuità territoriale di un potere rispetto ad un altro: Palmira è controllata, ad esempio, dalle truppe governative di Damasco ma in mezzo c’è ancora il Daesh che le fa da contorno. Non è una enclave solo per il fatto che una minuta striscia di terreno, quello dove passa la strada statale che la collega al resto della Siria, è controllato dalle truppe di Assad, ma, per il resto, dove intorno regna il deserto, e a nord, c’è il colore grigio del califfato nero.
Più in alto, al confine con la Turchia, resiste la liberazione del territorio curdo ad opera delle uniche vere truppe libere di questo immane conflitto: nel Rojava, da Kobane ad Haska, fino ai confini con l’Iraq, le milizie dell’YPG hanno istituito una fascia di protezione che consente da tempo alla popolazione di essere davvero al sicuro rispetto alla minaccia di un ritorno del Daesh o delle milizie dei ribelli o di quelle governative.
Tanti Stati in uno Stato che, ufficialmente, sulle carte politiche del mondo esiste ancora.
Il “divide et impera” ha funzionato: chi ha finanziato l’armamento dei ribelli anti-Assad ha ottenuto lo scopo di mettere la Siria, al pari dell’Iraq, al centro del cedimento culturale, politico e religioso che si reggeva, seppur precariamente, con i regimi laici dei due partiti del Baath.
Prima Baghdad, poi le primavere arabe, le crisi in Turchia e, infine, i sei anni di guerra civile siriana che oggi accelerano il confronto finale tra Stati Uniti d’America e Russia, con la presenza della Cina nel mezzo (o quasi), per il controllo dell’area-cuscinetto tra Europa, Asia ed Africa: il Medio Oriente è il luogo dove si sono combattute più guerre in questi ultimi cinquant’anni.
In nessuna altra parte del mondo sono scoppiati così tanti conflitti interstatali e intercontinentali e, di più ancora, in un così breve lasso di tempo. Segno, questo, che la partita è importante, che lì, oltre al petrolio e ai gasdotti, passa qualcosa di, quanto meno, altrettanto importante del valore estraibile dallo sfruttamento di materie prime della terra: per la Mezzaluna fertile passa il controllo imperialistico di un nuovo equilibrio mondiale.
Metà Europa è sotto l’influenza americana. La parte ad est, quella, per intenderci che arriva fino ai vecchi confini dell’Unione Sovietica, è sotto influenza russa. Con certe eccezioni da ambedue i fronti: l’Ucraina delle svastiche e del paranazismo moderno sfugge a Putin che la sta comunque logorando con amputazioni territoriali importanti (il ritorno alla madrepatria della penisola della Crimea è, con le basi di Sebastopoli, strategicamente fondamentale per il diretto controllo di quello stretto dei Dardanelli che è turco, quindi con bandierina della Nato sopra posta…).
Se, da un lato, non va sottovalutato Putin, dall’altro non va nemmeno sottostimato Trump in quanto a messa in campo di una politica estera che ci era sembrata, sinceramente, più congeniale ai piani di una amministrazione a guida Hillary Clinton.
Invece anche il miliardario Trump pare abbia a cuore il ruolo americano nello scacchiere internazionale, deviando per “un attimo” (si fa per dire) dall’autarchismo a stelle e strisce cui pareva aver relegato l’economia dell’impero statunitense.
Le parole sono importanti. Le notizie sono fatte di parole e dai telegiornali alle radio, passando per questo grande calderone di opinioni più o meno a buon mercato, si ascoltano proclami interessanti. A parte le solite manfrine demagogiche sulla necessità di stabilire una democrazia in stile americano nei paesi devastati dal terrorismo; a parte la insopportabile retorica sulla pace fatta da chi si mette armi e bagagli sul campo di guerra e la alimenta con ferocia, schiacciando le vite di migliaia di innocenti…; a parte ciò, è davvero imbarazzante ascoltare il nostro governo che dichiara “motivata” l’azione americana di bombardamento della base da cui sarebbero partiti i bombardamenti chimici sulla città di Idlib e che, al contempo, auspica la ripresa del negoziato.
Come si possono conciliare attacchi di guerra con negoziazioni politiche? Come si può parlare di apertura di un dialogo quando si giustifica un atto criminale seguito ad un precedente atto criminale?
La guerra è crimine. E’ banale, scontato, retorico dirlo e scriverlo. Ma se lo si deve scrivere, è del tutto evidente che rimane, per molti, per troppi, un concetto per nulla banale, anzi realistico, possibile, da contemplare nella quotidianità della vita.
L’autoannientamento di una specie per scopi che concernono la sete di ricchezza e di potere. E’ riduttivo e forse semplicistico ridurre complessi conflitti come quello siriano ad una definizione semplice, da spiegare ad un bambino. Forse sì. Eppure noi dobbiamo, per essere senza se e senza ma contro ogni guerra, avere la capacità di non disperdere questa semplicità di descrizione: se smarriamo i fondamentali pilastri della pace, se iniziamo a mettere delle condizioni e delle giustificazioni per “alcune guerre” piuttosto che per altre, allora finiremo col tradire un principio che è difficile affermare: la fine di ogni guerra in ogni parte del pianeta.
La pace universale non si concilia con il capitalismo. Un mondo di concorrenti sul piano degli affari è un mondo che inscrive i conflitti nella sua naturalità. La concorrenza è scontro pacifico forse nelle borse, nell’apparenza delle gestualità degli agenti che vendono, comperano azioni. Ma oltre quella soglia inizia la crudeltà: spostamenti di capitali da un titolo ad un altro fanno cambiare il destino di migliaia di lavoratori in un secondo. La sicurezza del posto di lavoro è legata al fallimento di una azienda, alla sua svendita per pochi soldi, al suo riciclaggio per ottenere maggiori introiti.
E la guerra, non scopro nulla di nuovo, è, come osservava qualche grande politico ed economista di un secolo e mezzo fa (quasi due ormai…), la continuazione di tutto questo mercato del potere e della gestione delle ricchezze.
Quanto si sia sull’orlo di un nuovo abisso è difficile dirlo. Certo che, stando anche alle notizie che arrivano da Stoccolma, sembra che l’insicurezza serva a far accettare la guerra: il terrorismo e l’antiterrorismo. Legati insieme da un destino di morte, di devastazione, di odio e di paura. Bello il capitalismo, vero?

MARCO SFERINI

8 aprile 2017

foto tratta da Pixabay

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