La settimana incendiaria di Belfast

Irlanda del Nord. A scatenare i tumulti giovani lealisti, istigati da gruppi paramilitari legati al mondo della criminalità. Erano anni che non si vedevano scene così

Cresce a cinquantacinque il bilancio dei poliziotti feriti in quella che è stata, in Irlanda del Nord, una delle settimane più calde degli ultimi anni. Dopo i tumulti scatenati da giovani lealisti la settimana passata, su istigazione di gruppi paramilitari legati alla Uda (Ulster Defence Association), e nonostante gli appelli alla calma giunti da ogni parte dello scacchiere politico, nella giornata di mercoledì a Belfast si sono viste scene che apparivano sepolte nel passato, e che per alcuni rischiano ora di essere l’inizio una pericolosa escalation.

Nel pomeriggio un autobus era stato dato alle fiamme a Shankill road, la storica arteria principale della zona protestante di Belfast ovest. I passeggeri e l’autista erano stati fatti uscire, ma una folla per metà indifferente e per metà divertita ha assistito alla lenta marcia del veicolo in panne, ora ridotto a uno scheletro arrugginito. I disordini sono poi proseguiti spostandosi in quella che era una delle zone simbolo degli scontri durante gli anni duri del conflitto, la peace line all’incrocio tra Shankill e Lanark way. Nonostante il nome rassicurante, infatti, le «linee della pace» sono imponenti muraglie, con pochi punti di ingresso, che hanno mantenuto distanti le comunità antagoniste negli anni delle violenze.

Il cancello principale del muro che divide Shankill road e Lanark way è una barriera d’acciaio che è stata oggetto prima di lanci di molotov, e poi forzata fino a cedere, mettendo così a diretto contatto, sebbene a una qualche distanza, gruppi di giovani appartenenti alle due comunità. Giovani lealisti e repubblicani si sono confrontati lanciando da una parte all’altra vari oggetti contundenti, prima dell’intervento delle forze di polizia, da alcuni ritenuto assai tardivo.

Nei giorni precedenti, gli scontri non avevano mai coinvolto membri della comunità nazionalista, che si era ben guardata dal rispondere alle provocazioni e che in generale sembra ancora mostrare senso di responsabilità di fronte al caos. Ma in questi casi l’allerta è massima, poiché il minimo incidente può scatenare una reazione a catena incontrollabile.

Per la vice prima ministra del governo nordirlandese, Michelle O’Neill di Sinn Féin è un «miracolo» che nessuno sia rimasto ucciso. Il primo ministro inglese, Boris Johnson, si è detto «preoccupatissimo» dalle violenze e ha chiesto una ripresa del dialogo. Anche i principali leader delle due comunità, dopo un incontro del governo con il rappresentante della polizia, hanno reiterato i loro appelli alla calma.

La realtà è che i partiti, soprattutto quelli che fanno riferimento all’arcipelago unionista, non sembrano più avere grande presa su giovani e giovanissimi, che cadono spesso vittima di una retorica incendiaria e paranoide, fomentata da paure che proiettano un’ombra funesta sul futuro di una comunità che si percepisce sempre più assediata.

Paure che sembrano radicarsi in due eventi contingenti: da un lato il protocollo Brexit che, per evitare il confine duro tra le due Irlande, prevede di fatto lo spostamento del confine doganale sul mare, e dall’altro la decisione della polizia nordirlandese di non perseguire il presunto reato di violazione delle regole anti-Covid da parte di membri di Sinn Féin, in occasione del funerale dello storico leader repubblicano Bobby Storey, l’estate scorsa. Questa decisione è stata vista strumentalmente come un atto di favoritismo verso i repubblicani, ma è in realtà solo il risultato di un’indagine da cui non sono emerse responsabilità o violazioni.

Nella serata di ieri (giovedì), un’organizzazione appartenente alla galassia lealista si è smarcata dal Loyalist Comminuties Council, sostenendo l’inutilità di violenze di strada che non porteranno ad alcun esito positivo. Colpisce però il mancato accordo, in senso allo stesso Consiglio, su una qualche mozione unanime di condanna dei tumulti degli ultimi giorni.

Le violenze nate all’interno della comunità lealista, di cui si rendono sempre più protagonisti giovani aizzati da membri di associazioni paramilitari legate al mondo della criminalità – associazioni che vedono il proprio campo d’azione progressivamente sempre più ridotto – rischiano sul lungo termine di innescare reazioni uguali e contrarie anche dall’altra parte della barricata.

ENRICO TERRINONI

da il manifesto.it

foto: screenshot tv

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