L’atlantismo di Draghi tra istinti coloniali e pulsioni neo-ottomane

Mario Draghi sul fronte africano, Charles Michel e Ursula von der Leyen su quello medio orientale: dalla grande porta di uscita dalla disperazione dei migranti che, traversato il Sahara,...
Mario Draghi e il Primo ministro libico ad interim Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh

Mario Draghi sul fronte africano, Charles Michel e Ursula von der Leyen su quello medio orientale: dalla grande porta di uscita dalla disperazione dei migranti che, traversato il Sahara, si trovano sulle rive del Mediterraneo, alla Sublime porta quasi millenaria, quella di un impero che Erdogan vorrebbe ricostituire mantenendo formalmente alcune caratteristiche che gli consentirebbero di garantirsi sempre maggiori sostegni e alleati anche in Europa.

Del resto, se il governo di unità nazionale di Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh barcolla sulle sua malferme gambe per arrivare alla scadenza elettorale del prossimo autunno, quello di Erdogan proprio in questi giorni fa condannare da una magistratura ossequiosa verso l’esecutivo i rivoltosi che si erano uniti alla cerchia di golpisti che avevano tentato di rovesciare il moderno sultano nel 2016.

Le storie di questi due paesi si intrecciano in mezzo ad una più fitta rete di interessi che Erdogan coltiva da più di un lustro: proprio nel 2016 un interessante studio di “Limes” descriveva con grande accuratezza la politica estera del presidente che ha impoverito sempre più il carattere laico della Turchia, eredità di Mustafa Kemal Atatürk: per prima la questione curda che era – ed è tutt’ora – attraversata da potenti interessi geopolitici ed economici. Il trattato commerciale sull’energia tra Ankara a Teheran sarebbe messo in discussione se l’indipendentismo curdo riprendesse vigore: la guerra civile siriana ha rimestato nel torbido di tante faccende mediorientali irrisolte (ammesso che in Medio Oriente vi sia veramente qualche cosa di veramente risolto o in via di risoluzione…).

La battaglia di Kobane, l’espansione del controllo delle YPG nel Rojava, divenuta una regione sostanzialmente autonoma da Damasco, un suo possibile legame con la regione curda irachena, appena al di sotto del confine dei territori curdi entro lo Stato turco, hanno rappresentato una delle minacce più severe all’autoritarismo neocolonialista e imperialista di Erdogan.

Per questo la repressione del diritto di libertà di organizzazione politica e, anche molto più semplicemente del diritto di libertà di espressione del dissenso, è aumentata nel corso di questi anni, parallelamente al rafforzamento di nuove connessioni internazionali che miravano a evitare che si ripetesse un tentativo di golpe come quello del 2016: vanno in questa direzione le mediazioni saudite per un riavvicinamento tra la Turchia e l’Egitto; sempre in questa direzione di stabilizzazione di un quadro mediorientale acquiescente alle richieste di Ankara, si pone il canale privilegiato di rapporti con un’Arabia Saudita, nonostante qualche inciampo presto risolto con formali impegni pubblici alla massima trasparenza: si tratta naturalmente dell’omicidio dello scrittore e giornalista Jamal Khashoggi.

Dunque, mentre Draghi si compiace delle politiche libiche sul blocco delle rotte migratorie (il che significa, tradotto nella cruda realtà dei fatti, la segregazione di migliaia di esseri umani in veri e propri lager), l’Unione Europea ai suoi massimi livelli tratta nuovamente con Erdogan per accordi commerciali e per stipulare nuove direttive sul contenimento dei flussi di migranti dalla Turchia verso il Vecchio Continente.

La stampa di tutto il mondo si indigna per la mancanza della sedia per la presidente della Commissione europea, ne fa un “sofa-gate“, uno scandalo tutto maschilista e si ferma lì. Non rileva ulteriormente ciò che andrebbe ribadito: che Erdogan ha poco tempo fa preso a schiaffi altri diritti fondamentali, altri diritti civili e umani, facendo uscire il suo paese dalla “Convenzione di Istanbul” sulla violenza di genere. Nel momento in cui ciò avvenne, appena un mese fa, le donne turche (e non solo) divennero il nuovo volto dell’opposizione al regime autoritario del presidente a cui l’Europa non muove rimproveri, non impone sanzioni, ma apre le porte economiche.

Giornali e televisioni, associazioni progressiste, femministe e per i diritti umani guardano con simpatia alla frase pronunciata da Draghi nel corso dell’ultima conferenza stampa su Covid, politica interna ed estera. Testuale: «Con questi dittatori, di cui però si ha bisogno, per collaborare uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute e anche pronto a cooperare per assicurare gli interessi del proprio Paese, bisogna trovare l’equilibrio giusto».

Erdogan sarà pure un dittatore, ma – sottolinea Draghi – ne abbiamo bisogno come Paese e quindi va trovato un equilibrio “giusto” tra forma e sostanza, tra protocollo ufficiale e rispetto dei diritti umani e civili: a cominciare dalla libertà di dissentire, da quella delle donne di essere non “uguali agli uomini” ma uguali a tutte e tutti, indistintamente; fino alla libertà dei curdi di poter lottare politicamente per arrivare ad una autodeterminazione che permetta loro di costruire una nazione in cui vivere senza dover subire i novelli revanchismi del dominio un tempo ottomano.

Una ipocrisia liberal-liberista, estensione politica (ed economica) di una collocazione fermamente atlantica dell’Italia di Draghi, ben evidenziata fin dal primo discorso, quello di insediamento come Presidente del Consiglio incaricato, e poi ribadita alle Camere. Ma, del resto, non ci si può aspettare altro da chi è, meglio di altri, il rappresentante degli interessi capitalistici ora sul piano amministrativo e governativo e prima su quello bancario continentale.

In meno di quarantotto ore, Draghi assolve le brutali politiche libiche sulle migrazioni, le elogia come esempio di gestione delle tratte di schiavisti che non sono per niente slegati dal contesto in cui tutto il cammino e tutte le partenze dalle coste africane: i migranti passano di mano in mano, comperati come moderni schiavi, moderna merce di scambio, oggetti su cui si possono fare speculazioni schifose e degne soltanto di essere accostate alle brutalità naziste.

Comportarsi diplomaticamente non vuol dire chiudere gli occhi davanti a questi orrori: se si ha il “coraggio” (molto tra virgolette) di definire Erdogan ciò che è realmente, un dittatore (aggiungiamoci pure un despota antilaico, maschilista e beceramente conservatore e reazionario), allora si capisce perché non si usa lo stesso metro con l’ultimo tassello di una storia della guerra civile libica che non è per niente arrivata alla sua pagina finale e che rischia di scriverne una altrettanto infuocata e non certo migliore.

Due pesi, due misure: perché, pur essendo nella NATO, la Turchia rimane un paese che ha stretti legami con la Russia e con forze arabe molto discutibili sul piano delle alleanze internazionali. La terribile guerra in Siria ne ha mostrato tutti i più brutali lati imperialisti. La Turchia ha anche interessi in quella Libia in cui noi vorremmo tornare a mettere mani e piedi, per avere rassicurazioni su contratti importanti che concernono la produzione di petrolio e gli scambi commerciali con una Italia che ridisegna la sua collocazione nel Mediterraneo, tentando di gareggiare con la spietata concorrenza francese ed anche con quella spagnola.

La partita multipolare nello scacchiere del Mediterraneo, tra Europa e Turchia è solo all’inizio; così come quella tra Italia e Libia, con tutte le rifrangenze d’oltreoceano ma all’ombra dell'”ombrello della NATO”.

MARCO SFERINI

9 aprile 2021

foto: screenshot tv

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