La pazza della porta accanto

Tre anni fa circa, nel decennale della scomparsa di Alda Merini, pretesi a me stesso di ricordarla invitando alla lettura di un libro che è entrato a far parte...

Tre anni fa circa, nel decennale della scomparsa di Alda Merini, pretesi a me stesso di ricordarla invitando alla lettura di un libro che è entrato a far parte del mio personale pantheon delle riletture costanti. Si tratta di quei testi di cui dovremmo avere un po’ tutti bisogno, per adempiere alle necessità catartiche che si facciano carico dei pesi mentali quotidiani, purificando corpi, anime, cuori, pensieri, intelletti e cortocircuiti introspettivi, i quali ci abitano costantemente durante le giornate.

Tre anni fa non c’era ancora il Covid, e tanto meno la guerra. C’erano i patogeni ammorbanti di una incoscienza civile e di una amoralità antisociale che non facevano della sopravvivenza sfuggevole di ciascuno di noi un dato degno di nota, da mandare a memoria per le future generazioni.

L’incolpevolismo che ci attribuiamo, come alibi accondiscendente verso le nostre brutture visibili e, soprattutto, nei confronti di quelle recondite e nascoste nel buio di noi stessi, era allora come oggi il convitato di pietra delle solitudini fatte di tempi dilatati. Lunghi all’inverosimile rispetto alle piacevolezze, tutte da ricercare nel sottosuolo delle consapevolezze inconfessabili.

“La pazza della porta accanto” di Alda Merini è un libro, dunque, più che necessario. Come lo sono tutti i suoi scritti dove parla chi non è presente a sé stesso, dove il poeta vorrebbe emergere dalla sua condizione di aedo moderno delle passioni, poterle, oltre che descrivere, viverle senza mediazioni raziocinanti, scappando dalla tortura del giudizio, del pregiudizio e dalla sindrome di Stoccolma che ci prende nei confronti del potere e del dovere.

Farsi prendere per mano dalla prosa di Alda Merini è cedere ad un esercizio di libertà indomita, di incontrastabile ribellione al timore di stare in mezzo agli altri, di doversi modellare sulle convinzioni consuetudinarie, limitando i propri istinti, scendendo a patti con le proprie ipocondriache pulsioni emotive che si riversano sul corpo, che fanno dire ai sani chi è la pazza della porta accanto, nonostante sia “la sedia su cui non si siede mai nessuno“.

E’ una epigrafe che andrebbe scolpita nella giostra di metafore dei nostri crani spigolosi, fatti di incrostazioni massmediatiche, cerebrolesi da fiumi di retoriche ridondanti, melense e pietose al tempo stesso: ci si estingue a poco a poco, consumandosi di una inedia inespressiva, come accasciati sui gradini di una chiesa la cui porta è sempre aperta ma dove entrano solo la meccanica ritualità dell’offerta del popolo al dio e il più totale silenzio di questo verso una umanità nichilisticamente prepotente nei confronti di qualunque cosa si muova e provi a dare un cenno di vita e di speranza.

La pazza della porta accanto racconta, mentre le sei accanto, della sua esperienza, dei suoi amori e dei legami che non dovrebbero mai essere legacci, corde che stringono i polsi dell’ardore, che imbrigliano i sensi al punto da farne delle dannazioni perpetue, in cui ti rotoli come quel maiale nel fango che, pur essendo felice, tutti dicono sia lercio, sporco e inguardabile. Lo mangeranno, dopo averlo sgozzato e fatto urlare e sanguinare. Nonostante fosse bello, roseo e pieno di sentimenti pure lui.

La pazza è l’amica e il suo libro è un diario di ricette dell’umore, di percezioni che sono intuizioni, premonizioni non oniriche, ma comunque metafisiche visioni che mescolano i tempi e fanno poltiglia di ogni logicità che ingabbia, che reclude, che tenta di dare una regola al caleidoscopico mescolarsi di colori che esprimono l’indistinguibile scorrere del tutto, senza alcuna soluzione di continuità.

La pazza parla e parla, ma la ascolteresti per sempre, se esistesse l’eterno. Ed esiste se ti accomodi accanto a lei, su un divano abbruttito solo dallo scolorimento di un tessuto liso, che lascia trasparire tutte le volte che lì un culo si è seduto o che vi ha indugiato una coscia, sopra un’altra. Lascivamente, senza ritegno, con scorno della buona morale, ma con rispetto della buona educazione che è precetto innato, idea iperuranica del Rispetto: dell’amore prima di tutto. Dell’affetto che lo contiene insieme a cento altre spinte emotive a cui, difficilmente in un giorno, ma pure in un anno, riesci a dare una catalogazione pure disordinata e incoerente.

Leggere Alda Merini vuol dire diventare quel divano, ora quella sigarette aspirata annoiatamente, ed ora quella sedia su cui continua a non sedersi nessuno, perché la poetessa è paradiso e inferno di sé stessa: ha bisogno di scrivere, di parlare, di comunicare e vorrebbe anche che le ritornasse indietro qualcosa che le permettesse di alimentarsi di questo vitale circolo non vizioso. “La strategia della vita ha messo sul tavolo dei valori tante esistenze“, se ne esce così la pazza, mentre tu stai fissando la finestra dove entra un po’ di malinconicissima luce fioca.

La distrazione ti è piacevole, perché non puoi non voler bene alla pazza della porta accanto: sai che un rifugio da lei lo avrai sempre quando intorno non troverai un appiglio a cui appendere il non senso della vita, che esiste, che è l’unica vera certezza che possiamo trovare dall’alba al tramonto per sentirci appropriati al quotidiano, per fingere di avere un ruolo, per mostrare di non essere così al di là dai principi di piacere, di dolore e di dovere, da rifiutare ogni rito ripetitivo, mostrando lo stupore di un bimbo che principia ad osservare, a riconoscere le forme e a sapere molto di più di quello che saprà quando sarà adulto.

La distrazione ti è anche necessaria, come la pazza, che è la tua penombra, l’unguento sulle irritazioni epidermiche che ti procura la giornata, l’incontro con la sensatezza del giusto, del buono e del corretto. La distrazione non è evitamento del problema, fuga dalla responsabilità, ma boccata di ossigeno, riemersione dalla fanghiglia asfissiante del pantano in cui si deve annaspare. Il maiale ne gioisce, l’essere umano ne imputridisce e si rende irriconoscibile prima di tutto a sé stesso. Qui c’è la priorità massima del fuggire: sconsiderare quello che si crede di essere, tutte le certezze acquisite e scoprire di non essere, di vivere di altri e grazie ad altri.

Ci si aggrappa a tutto per sopravvivere, per resistere alla tentazione di annullarsi, di farsi tanto grandi da essere invisibili ai microbici disumani che affollano le cronache, gli schermi televisivi e irrompono violentemente col sorriso sardonico di un Jocker dal destino malevolo. Non è la boria dell’esasperazione a ingrossare il petto e far debordare i seni che, nonostante tutto, restano materni e sono l’epifenomeno di una sofferenza che riporta al manicomio, all’elettroshock come cura legale per la malattia mentale.

Decisa dai sani, coerenti, benpensanti e benvolenti custodi della salute: secondo il libro che hanno in mano e che non è quello della pazza che mi sta accanto. La morale non ha un asse di equilibro su cui fingere di stare a suo agio. E’ sbalzata ora di qua e ora di là, fosse anche solo dal vento che fa roteare i giochi dei bambini. Cigolano e stridono, cantando con i piccioni che cercano una briciola tra l’erba non calpestata. Qualcosa resiste alla furia degli elementi e dell’uomo. Qualcuno riconosce non la follia nella libertà delle parole e dei pensieri, ma la voglia di distaccarsi dal suolo delle consuetudini, di una ritualità esasperante e inconcludente.

E’ la più bella eredità che Alda Merini ci regala: non smettere di adornare con ghirlande di metafore e di immaginazioni ciò che vediamo, ciò che tocchiamo, tutto quello che i sensi non ci possono non risparmiare. E fare della gioia, dell’amore e del desiderio la salvezza dall’incubo della noia, cui non ci è permesso cedere. La tristezza è complementare all’allegria, nell’alternanza costituente la nostra essenza primordialissima: non abbiamo memoria del primo momento in cui siamo stati felici. E nemmeno del primo in cui siamo stati accigliatamente tristi.

Ma sappiamo che abbiamo riso come non mai da bambini, senza sapere cosa volesse dire ridere, senza sapere che ci era indispensabile come l’aria che respiriamo. La consapevolezza ci ha irrigidito, resi tremendamente devoti al santissimo dio del pragmatismo e della ragionevolezza a tutti i costi. E così, proprio quando ci diciamo “maturi”, scopriamo che siamo più fragili e inesperti che mai…

“Il dolore è una terraferma. L’uomo sicuramente può contare sul dolore perché è l’unica cosa sua, da sempre. La gioia è errabonda”. Queste sono le ultime parole che oggi mi ha detto la pazza mentre scrivevo e ve le lascio qui come epitaffio letterario che non chiude le pagine del libro ma le riapre continuamente, perché l’Alda la leggerei tutti i giorni, perché non c’è giorno in cui non abbia bisogno di scambiare due parole con quella pazza che mi abita sempre accanto.

LA PAZZA DELLA PORTA ACCANTO
ALDA MERINI
BOMPIANI – TASCABILI
€ 12,00

MARCO SFERINI

13 aprile 2022

foto: particolare della copertina del libro

categorie
la biblioteca

altri articoli