La forza laica della satira e il potere della religione

Poiché rispetto la libertà di culto, davvero di ogni culto, sostengo la altrettanto legittima “libertà di blasfemia“. Quella che la redazione di “Charlie Hebdo” ha invocato nello spiegare la...
La copertina del numero "incriminato" di "Charlie Hebdo"

Poiché rispetto la libertà di culto, davvero di ogni culto, sostengo la altrettanto legittima “libertà di blasfemia“. Quella che la redazione di “Charlie Hebdo” ha invocato nello spiegare la vignetta di copertina dove compare un Erdogan discintamente adagiato in poltrona, molto rilassato e intento a sollevare la veste lunga di una donna pronunciando parole riguardanti il profeta Maometto.

Provocante, provocatorio, insultante, irriverente, sardonico, risibile, disprezzabile: si può dire tutto e il contrario di tutto nei confronti della assoluta, confessata, voglia di forzatura delle emozioni anche più intime e religiosamente intese da parte di “Charlie Hebdo“. Non è il giornale della parrocchia e nemmeno quello di qualche organizzazione fideistica. E’ un settimanale satirico all’ennesima potenza e per questo deve per forza scandalizzare, altrimenti non sarebbe satira. Almeno quel tipo di satira.

Perché non si può ridere della religione? E’ un fenomeno del tutto umano, creato dall’essere umano, nemmeno dagli animali. E’ un prodotto storico di una evoluzione (o involuzione a seconda delle interpretazioni) che, molto spesso, è stata frenata proprio dal sentimento religioso, da una trascendenza che ha impedito la secolarizzazione di così tanti aspetti della vita da rendere invisibili maree di diritti e rinchiuderli nei recinti dei pregiudizi e degli stereotipi peggiori.

Il problema risiede essenzialmente nella formazione dell’etica che deriva da un determinato culto: la presunzione di ogni religione è la detenzione della verità che promana dalla divinità e discende sull’universo, sul mondo, su tutte le creature visibili e invisibili. Per questo ogni elucubrazione critica, ogni discussione e, per giunta, ogni satira che venga proposta su questo o quel culto assume i connotati dell’eresia declinata in varie forme. Comunque vada, si tratta quasi sempre di mancanza di rispetto per i rappresentanti terreni o per la divinità stessa.

Ma negare e criticare dio è più facile rispetto a negare e criticare il potere terreno o le influenze globali di certe religioni: dio non se la prende così tanto come Erdogan o come gli ayatollah iraniani. Siccome non si manifesta in tutta evidenza, ma al massimo attraverso il “creato“, il Padreterno resta in disparte anche se lo si disegna a forma di triangolino occhiuto e lo si dileggia, lo si sbeffeggia. Non reagisce nemmeno a tutte le bestemmie che ogni giorno vengono proferite nel mondo contro lui. Non interviene in quella “benedetta” ed anche sciagurata invenzione che è il “libero arbitrio” umano: non ferma la devastazione della Terra e non si scaglia, dai tempi del Vecchio Testamento, contro nessun essere umano.

Lascia che la vita scorra e lascia che scorrano fiumi di sangue di miliardi di animali uccisi dagli esseri umani e di milioni di uomini uccisi dagli uomini stessi in conflitti armati, scontri secolari alimentati da rancori che si fondano su poteri economici ben distinguibili gli uni dagli altri.

Siccome dio serve ai capi religiosi e di Stato per giustificare il loro potere sulla terra, ecco che se si fa traballare un poco l’integerrima e intoccabile fede nei valori che sono a fondamento di un intero sistema di potere laico e clericale, che sostiene di trarre la propria legittimità dalla figura di un profeta oppure da un maestro di umanità come Gesù, si sollevano le grandi schiere di fedeli.

Facile aizzarle per ristabilire dei rapporti di forza tra potenze un tempo laiche e tornate ad essere teocratiche. Veri e propri pericoli per l’umanità, per la faticosa stabilizzazione di una democrazia in sempre maggiori parti del pianeta. Tutto torna utile, perché è proprio sulla base di “incidenti” come quello inventato da Erdogan che si tentano manovre politiche che puntano a dare forza a guerre economiche non dichiarate ma praticate (il boicottaggio dei prodotti francesi, ad esempio).

Tornando per un attimo all’eterogenesi dei fini di una teleologia che si declina a seconda delle latitudini e longitudini in cui si è espansa una determinata fede religiosa, riportando quindi il tutto su un piano di laicismo, è evidente che il diritto alla blasfemia va inteso non come libertà di insulto, ma come libertà di manifestazione di una critica anche estrema ma necessaria per evitare che le nostre società si trasformino in monoliti dove è consentito solo ai credenti avere la possibilitò di critica in base alla propria etica.

Difendo il diritto di “Charlie Hebdo” alla blasfemia proprio per questo: perché è un bastione contro le derive integraliste da qualunque parte provengano e perché l’irrisione, che può anche dare noia e infastidire, permette di non eliminare del tutto il necessario ricorso al dubbio, regalando alla religione e alla religiosità di ciascuno quella leggerezza fondamentale per evitare che una credenza muti in cieco fideismo.

Non è indispensabile che il dubbio abiti nella mente e nell’animo del credente, anche se ogni tanto gli farebbe bene abbandonare granitiche certezze e anche se, personalmente, penso che sia un allenamento utile per continuare a sentirsi profondamente umani, figli della polvere cosmica delle stelle piuttosto che di un dio o di dei di cui si è perso il conto nel corso dei millenni del cammino umano.

Il giorno che settimanali come “Charlie Hebdo” venissero messi al bando per non infastidire il sentimento religioso di milioni di persone, ad esserne sconfitta sarebbe la società laica, lo Stato laico, l’a-confessionalità delle istituzioni e l’equidistanza della democrazia (rappresentativa o meno che sia) da qualunque tentazione teocratica. “Libera chiesa in libero Stato” e “Libera satira in libero Stato“, anzi… in “libera società“.

Se una certa satira rappresenta le idee di chi credente non è, e lo fa ovviamente ridendo di chi crede nelle più fantastiche favole riunite in libri formatisi nei secoli, modificati cento, mille volte e adattati alle epoche e alle novità che venivano avanti col passare del tempo, ciò alla fine altro non è se non il diritto della laicità di mantenersi integramente tale. Integramente e non integralmente.

Si può mettere un limite alla satira? Un limite di decenza? E rispetto a cosa? Forse soltanto rispetto al dolore altrui, per cui la vignetta che fece “Charlie Hebdo” sul terremoto di Amatrice che mostrava i morti accatastati sotto le macerie come fossero strati di lasagne, quella sì era così banale da essere veramente vuota di significato. Non si può ridere di disgrazie tanto singole quanto collettive. Ma si può ridere amaramente anche delle guerre: Bonvi con le “Sturmtruppen” ce lo ha mostrato in un periodo della nostra storia che era ancora pienamente inserito nel riflusso di un dopoguerra pieno di divisioni politiche, etiche e anche storiche.

Vive la Repubblique, vive “Charlie Hebdo“, che dopo la strage ebbe la forza di titolare: “Tutto è perdonato!“.

MARCO SFERINI

29 ottobre 2020

foto: screenshot

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