La crisi di governo nella competizione globale ed europea

La sensazione è che il Paese sia sostanzialmente entrato in una intercapedine temporale tra il prima della crisi di governo e il dopo che ancora non si vede. In...
La Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e il Presidente del Consiglio (dimissionario) Giuseppe Conte

La sensazione è che il Paese sia sostanzialmente entrato in una intercapedine temporale tra il prima della crisi di governo e il dopo che ancora non si vede. In mezzo c’è una dimensione dell’attesa, inevitabile, che vale anche per le vaccinazioni, che riguarda i lavori parlamentari e, naturalmente, l’azione di un governo che deve limitarsi al momento alla semplice cosiddetta “normale amministrazione“.

Il che rasenta il colmo, perché di tutto ha bisogno oggi l’Italia tranne che di una gestione meramente amministrativa che, per definizione e per compito istituzionale, non può oltrepassare i limitatissimi limiti del proprio ruolo di ridotta dell’esecutivo. La demoralizzazione che ne consegue, almeno per chi segue un poco da vicino questi disgraziati avvenimenti di palazzo, è accresciuta da tanti saltapicchi che ora promettono sostegno al Conte ter e ora se lo rimangiano dopo la telefonata del capo dei capi o quella del capitano.

Così, la sensazione si consolida, non demorde dall’inspessirsi, dall’ingigantirsi nelle menti e diventa un convitato di pietra nei giorni delle consultazioni al Quirinale: la chiarezza di intenti che richiede il Presidente Mattarella è l’unica certezza che si trova nel campo dei miracoli dove si seminano tante buone speranze che non daranno nessun frutto, perché se è vero che la crisi si potrebbe risolvere “al centro” degli schieramenti, è altrettanto vero che questo stesso centro politico non si palesa perché rimane diviso tra l’eredità bipolare dei lunghi anni del maggioritario.

La contesa non è solamente un rapporto dialettico, di scontro aperto, tra Renzi e Conte, proprio perché riguarda l’ormai messa in discussione tanto del Titolo V della Costituzione – oggettività ben evidenziata dalla crisi pandemica nel rapporto tra Stato e Regioni – e con essa il riesame necessario che andrà fatto (almeno si spera) di una legge elettorale totalmente proporzionale che, per una volta, si adegui alle esigenze di una ridefinizione del quadro politico deflagrato rispetto anche soltanto ad un anno e mezzo fa.

Non siamo in presenza di una crisi di governo simile alle precedenti, e non tanto perché si tratta del “governo al tempo del Covid“, ma perché nessuna istituzione della Repubblica può dirsi al riparo dalla tempesta del coronavirus che fa dire persino ad un liberista incallito come il Presidente francese Macron che questo capitalismo è ormai incapace di reggere simili urti e va ripensato, ma non certamente superato.

«Usciremo dalla crisi del coronavirus in modo più forte e rapido solo con un’economia che tenga in considerazione la lotta alle diseguaglianze». Non sono parole di Jean-Luc Mélenchon del Parti de Gauche o di Olivier Besancenot del Nuveau Parti Anticapitaliste. Sono parte di una dichiarazione pubblica di Macron che riprende, oggettivamente, altre espressioni di critica verso il capitalismo fatte anche in anni precedenti la pandemia e che, tuttavia, non hanno impedito al Presidente d’Oltralpe di proseguire con la sua politica antisociale.

Nonostante si tratti di affermazioni critiche fatte in un contesto di accettazione del mercato come regolatore delle vite umane, del pianeta intero, che non intendono quindi mettere in discussione il capitalismo in quanto tale, si tratta di dichiarazioni veramente importanti, perché sottolineano con grande abbondanza di evidenza una sorta di anacronismo della fase liberista che pretenderebbe, anche nel pieno della crisi pandemica, di esasperare la sopravvivenza di miliardi di salariati, di miliardi di moderni proletari relegati alla catena dell’indigenza permanente.

Questo anacronismo del liberismo si registra globalmente (o quasi) da parte del sistema economico dominante rispetto al biennio covidiano, in cui la perdita dei posti di lavoro è impressionante, così come altrettanto epocale – perché mai veramente riscontrata  nel corso degli ultimi trenta, quaranta anni, il fallimento di milioni di piccole e medie imprese che gettano nella crisi più profonda quella che un tempo avremmo chiamato “borghesia” e che oggi più prosaicamente si preferisce appellare come “ceto medio“.

La crisi della governabilità italiana può anche essere osservata da un punto di vista provinciale, pensando che sia dettata dal capriccio di una forza politica che vuole ottenere più visibilità e maggiore riscontro negli assi di definizione del potere politico (in rappresentanza di quello economico). Tuttavia sarebbe un grossolano errore rinchiuderla nel recinto nazionale e farne un caso a sé stante, staccandola ad esempio dalle parole di Macron o dal contesto europeo, dove le centrali di gestione dei grandi capitali corrono ai ripari non per salvare la vita dei popoli, per un filantropismo comunistico indotto dalla crisi sanitaria, ma per mettere al sicuro ciò che rimane del cedimento strutturale dell’economia del Vecchio Continente.

Ad un tratto, una crisi di governo non è solamente più un problema “locale” nell’Europa delle nazioni indipendenti: gli effetti dell’emergenza sanitaria abbattono le barriere di autonomia perché in gioco vi sono finanziamenti mai visti che riguardano una interconnessione non trascurabile da parte degli altri Stati della UE. La caduta del Conte bis rischia di essere un utile parziale pretesto per dirottare una parte dei 230 miliardi di euro destinati all’Italia laddove c’è urgenza e dove c’è anche un governo stabile che possa attuare dei piani di distribuzione delle risorse.

Sarà difficile che ciò possa concretizzarsi, ma la velocità di sviluppo del virus e la frenetica concorrenza tra i giganti della farmaceutica non fanno ben sperare. Per questo il Quirinale ha chiesto velocità nella risoluzione della crisi attraverso parole certe e non tentennamenti. La cosiddetta “maggioranza Ursula” potrebbe essere la soluzione più sostenibile per questo capitalismo continentale sbrindellato dalla crisi sanitaria, in concorrenza con il Regno Unito ormai fuori dai confini europei e con gli altri poli mondiali di sviluppo scientifico, tecnologico e anche strategico in termini di ridefinizione degli equilibri globali del post-pandemia.

Intanto le consultazioni al Quirinale proseguono e il nostro punto di osservazione rimane sempre troppo piccolo, minuscolo e particolare rispetto alle dinamiche planetarie. Il micromondo italico non ci rassicura e men che meno, guardando fuori dai confini di casa nostra, può darci qualche certezza la guerra globale del virus e del capitale.

MARCO SFERINI

28 gennaio 2021

foto: screnshot

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