Ebola, poliomielite e gli altri. I virus che non abbiamo sconfitto

Altro che coronavirus. Intanto il morbillo, malgrado il vaccino, nel 2018 ha ucciso nel mondo circa 140mila persone. E sull’Hiv, che è stato isolato nel 1983, la ricerca non manca ma la soluzione sembra ancora lontana

L’attenzione del mondo al coronavirus è iniziata davvero con la dichiarazione di emergenza internazionale dal parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Il coronavirus però non è l’unica emergenza dichiarata dall’Oms. Di malattie che rappresentano un’«emergenza di salute pubblica di interesse internazionale» ce ne sono altre due.

Una è rappresentata dai focolai di poliomielite che resistono soprattutto in Afghanistan, Pakistan e Nigeria. I casi ogni anno sono solo alcune decine ma all’Oms temono che si ripresenti in regioni in cui è considerata eradicata e in cui non ci si vaccina più, come l’Italia. Dunque, chi entra e esce da questi paesi deve presentare documenti vaccinali antipolio.

L’altra emergenza è il virus Ebola, che da un anno e mezzo si è diffuso nelle aree del Nord Kivu e dell’Ituri nel nord-est della Repubblica democratica del Congo. Finora ha causato 2200 morti su 3400 persone ammalate in un’area poco accessibile per la mancanza di infrastrutture e per la presenza di milizie armate in conflitto da oltre un decennio. L’epidemia ha avuto il suo picco durante la scorsa estate, quando viaggiava al ritmo di 100 casi a settimana. Ora il focolaio sembra quasi spento e si conta un nuovo caso al giorno in media. Ma nessuno se la sente di dare Ebola per sconfitto.

Eppure un vaccino esiste, è stato sperimentato con successo proprio durante l’epidemia in corso sulle persone a rischio. Ma finora non è bastato: gli operatori sanitari sono stati spesso attaccati dalle milizie e anche dalla popolazione ostile alle istituzioni governative. Quando ciò è avvenuto, i centri medici hanno dovuto sospendere le attività di cura e prevenzione e ogni volta l’epidemia è ripartita. L’ultima ondata di violenze si è verificata a novembre. Anche allora l’epidemia sembrava ormai sotto controllo, ma dopo gli attacchi i casi settimanali erano tornati a presentarsi numerosi.

Nella Repubblica democratica del Congo, però, c’è un virus che uccide più di Ebola e si chiama morbillo. Solo nel paese causa 6000 morti ogni anno. A differenza di Ebola il vaccino è disponibile per tutta la popolazione e la malattia è diffusa in tutti i continenti. Nel 2018 sono morte di morbillo circa 140 mila persone al mondo secondo l’Oms, soprattutto bambini con meno di 5 anni. I dati complessivi del 2019 non sono ancora noti ma il trend è in crescita dopo due decenni di calo grazie ai programmi di vaccinazione. Oltre all’Africa, all’aumento hanno contribuito i paesi dell’Asia orientale come le Filippine e l’Europa: solo in Ucraina si contano quasi 70 mila casi l’anno.

Anche per la malaria si inizia a parlare di vaccino. Contro la malattia che nel 2018 ha colpito 228 milioni di persone e ne ha ucciso 405 mila, dal 2019 Kenya, Malawi e Ghana stanno sperimentando un vaccino chiamato Mosquirix a cui la GlaxoSmithKline lavora dal 1984. L’efficacia del farmaco però è limitata: nel 2014 un trial clinico, cioè una sperimentazione sui pazienti di un vaccino mirata ad ottenere l’autorizzazione da parte delle agenzie sanitarie, ha mostrato che il Mosquirix previene circa il 39% dei casi di malaria.

Se Ebola, morbillo e malaria si diffondono nonostante i farmaci, per altre epidemie la strada verso il vaccino è ancora lunga. È il caso dell’Hiv, ad esempio. Secondo le stime più recenti dell’Oms, nel mondo ci sono circa 40 milioni di persone sieropositive, due terzi delle quali in Africa. La ricerca sul virus dell’Hiv non manca, ma la strada verso un vaccino sembra ancora lontana nonostante il virus sia stato isolato nel 1983. Proprio ieri è stato sospeso un importate trial: il test era in corso dal 2016 e il vaccino era stato somministrato a 5400 volontari in Sudafrica, uno dei primi paesi per numero di persone sieropositive. Purtroppo, a distanza di quattro anni il numero di persone infette nel gruppo che aveva ricevuto il vaccino e in quello di controllo che non lo aveva ricevuto è risultato circa lo stesso, 129 a 123. Altri due vaccini sperimentali sono in corso di sperimentazione (a uno dei trial partecipa anche l’Italia) ma i risultati sono previsti per il 2022-2023.

Nonostante una diffusa opinione contraria, poche case farmaceutiche sono disposte a investire nella ricerca dei vaccini. A causa dei frequenti fallimenti, per le aziende i vaccini sono più spesso causa di perdite che di profitti. Perciò, molte di loro si stanno ritirando dal settore. Per compensare i minori investimenti, negli ultimi anni sono nate iniziative filantropiche come la Coalizione per l’innovazione in materia di preparazione alle epidemie» e l’«Alleanza globale per i vaccini e l’immunizzazione» finanziate dalla Bill e Melinda Gates Foundation. Ma non possono sostituire le aziende, che detengono le competenze e le infrastrutture per produrre i vaccini su larga scala.

ANDREA CAPOCCI

da il manifesto.it

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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