Centro che rincorre destra, sinistra che rincorre centro

Non di rado noi comunisti della seconda metà del secolo scorso e dei primi ventiquattro anni del nuovo millennio accusiamo la sinistra moderata di essere troppo condiscendente nei confronti...

Non di rado noi comunisti della seconda metà del secolo scorso e dei primi ventiquattro anni del nuovo millennio accusiamo la sinistra moderata di essere troppo condiscendente nei confronti del centro e, quindi, di virare pericolosamente verso politiche ancor più liberiste di quelle liberal-sociali che sarebbero proprie di un progressismo molto oltre il keynesismo, ma pur sempre nell’ambito della socialdemocrazia.

Non teniamo conto del fatto che il centro con cui questa sinistra moderata intende rapportarsi, soprattutto oggi, si è costruito un nuovo condominio in cui stare: ognuno nelle proprie case, in attesa di avere un domicilio tutto suo, in stile piazza del Gesù, in cui far crescere una nuova classe dirigente che interagisca in tutto e per tutto con il mondo delle imprese, con una visione esclusivamente proprietaria e privata della vita pubblica, dei beni comuni.

Sebbene divisi tra centro e destra, con qualche leggera propaggine ancora nel campo progressista, limitatamente – si intende – al Partito democratico, questo neoliberismo democristianissimo moderno recupera tutta una serie di valorialità del passato e le compenetra con un iper-pragmatismo invece tutto moderno, adeguandosi ai tempi dell’economia di guerra, a quelli del PNRR, a quelli, quindi, della compenetrazione delle situazioni nazionali nel contesto europeo.

Questo centro in Italia è rappresentato tanto da Forza Italia, orfana dell’ecumenismo berlusconiano, quanto da Italia Viva ed Azione. Così come da formazioni che si richiamano esplicitamente ad una vocazione continentale soprattutto sul terreno della competizione economica: +Europa di Bonino e Maggi, ed infine a ciò che resta del Partito Socialista Italiano. Distinte le coalizioni nazionali, nella tornata delle elezioni per il Parlamento di Strasburgo queste forze politiche, senza grandi differenze, si richiamano ad una vocazione euro-atlantista.

Se si cerca di stabilire un paragone tra le circonvoluzioni tattico-strategiche di ogni singolo caso nazionale, per quanto concerne almeno il settore “centro” della politica in esame, si noterà come l’elemento di congiuntura e di convergenza che si rileva è, a partire dalle azioni pratiche nelle sedi parlamentari per proseguire in quelle di governo e poi rovesciarsi a cascata nella debolezza dei programmi proposti agli elettori, è proprio quello della tentazione di sostenere la destra per emarginare la socialdemocrazia dalla condivisione delle responsabilità di governo.

L’esempio francese calza meno a pennello di quelli spagnolo, tedesco ed italiano, a causa dell’autodistruzione in cui è precipitato il Partito Socialista Francese da tempo quasi immemore. Ma cos’è la “macronie” se non la restaurazione del compromesso tra centro e sinistra moderata in una declinazione tutta liberista, antisociale, capace di sedurre fino ad un certo punto le masse popolari, incapace poi di mantenere un consenso interclassista per l’evidente impalmarsi con i potentati confindustriali e gli apparati finanziari emergenti?

Ed in Spagna? Il Partido Popular di Feijóo e Gamarra non fa che riprendere in chiave ancora più attualistica la descrizione precisa che, della linea politica e della sua attuazione, ne fece l’ex presidente Mariano Rajoy soltanto una quindicina di anni fa, quando del PP disse che doveva divenire la “grande casa” in cui avrebbero trovato posto tanto il centro quanto la destra nazionale e locale. Ci siamo resi perfettamente conto che l’intento primordiale è volutamente sfuggito di mano nel momento in cui proprio da destra sono rispuntate pulsioni franchiste. Le alleanze tra Vox e PP non sono certo eccezioni.

In Germania, archiviata l’era di Angela Merkel, quella a doppia guida von der Leyen e Scholz ha tratteggiato una politica condivisa tra Bruxelles e Berlino nel nome del multilateralismo, stando molto attenti a non separarsi troppo dall’interlocuzione privilegiata con Washington e, non di meno, senza sbriciolare la costruzione dell’asse con Parigi nella contesa continentale che è impostata sull’edificazione di una politica economica tutt’altro che autonoma rispetto alle grandi polarizzazioni mondiali.

La CDU della cancelliera Merkel è, al confronto di quella odierna, un ricordo, un insegnamento per evitare la ripetizione di errori nello stabilire con troppa tenacia un canale di comunicazione quasi spontaneo con una SPD che aveva, proprio in virtù della forte presenza democratico cristiana negli esecutivi federali e nei Länder, perso gran parte della sua autonomia e di proposta, divenendo in sostanza una protesi del centrismo tedesco, di politiche che mettevano al primo posto la produttività e il profitto e, in subordine, come variabile dipendente dal mercato, il mondo del lavoro.

Cosa sia rimasto di quel lungo regno merkeliano non è facile dirlo e scriverlo con precisione. Di sicuro, oggi, Ursula von der Leyen guarda più a destra di altri leader europei; mentre Olaf Scholz prova a recuperare, in vista del voto di giugno, presso il proprio elettorato facendo una proposta davvero socialdemocratica ma non si sa quanto credibile: un salario minimo fissato a quindici euro l’ora, contestando al padronato tedesco il non inverarsi dell’asserzione della perdita di posti di lavoro. Vinte le elezioni nel 2002 il suo governo alzò le retribuzioni minime a dodici euro.

La Commissione europea guidata invece da von der Leyen si è impegnata nella traduzione di tutto ciò su un piano di esclusivismo economico, di tutela, insieme alla BCE di Christine Lagarde, dei grandi stanziamenti finanziari, delle banche e dei flussi enormi di denaro concessi agli Stati nazionali vincolandoli a precisi programmi di sviluppo che, manco a dirlo, sono gratificantissime occasioni per le confindustrie di ogni paese, non per il mercato del lavoro. Tanto che i salari italiani, che pure dipendono nella loro strutturazione, anche da altri indici di valutazione, sono rimasti al palo.

Lo sono da oltre trent’anni. E lo sono soprattutto grazie alle politiche liberiste di governi di centrodestra (e di centrosinistra) che invece di mettere al primo posto le esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici hanno sposato esclusivamente il paradigma del capitalismo di successo in una modernità della flessibilità ad ogni costo. Il centro della politica, quindi, dall’Italia alla Spagna, dalla Francia alla Germania, si è abbastanza repentinamente spostato sempre più a destra: sia geoparlamentarmente parlando, accostandosi ai provvedimenti delle maggioranze conservatrici e neonazionaliste, sia proprio culturalmente e ideologicamente.

Si faceva cenno all’inizio di queste righe al tratto distintivo tra il centro multipolare italiano, quello macroniano francese, quello erede del merkelismo in Germania e quello nettamente virante a destra nella penisola iberica. Ebbene, questo tratto, questo minimo comun denominatore è, soprattutto in questo frangente di economia di guerra, la fedeltà atlantica, ad un occidentalissimo neocapitalismo di rapina che impone il riarmo come cifra della politica di uno sviluppo che non si pensa più scevro dal conflitto, dal bellicismo, dalla contrapposizione tra gli imperialismi che si combattono.

Il dilemma cui Ursula von der Leyen è sottoposta dalle circostanze riguarda il doppio piano inclinato di una economia che impone ai governi la scelta del riarmo e che viene, ovviamente da destra ma anche molto volentieri dal centro, assimilata come parte integrante di uno schierarsi non per l’autonomia continentale dagli imperialismi, ma per la continuità e l’implementazione della stessa sul terreno della fedeltà assoluta nei confronti, appunto, della rinascita della NATO dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

La crisi pandemica ha favorito le circostanze dell’allarme permanente ed anestetizzato al punto le coscienze critiche di massa, sindacali, sociali e culturali, da permettere ai centrismi europei di consolidare la già inveterata simpatia economico-politica per un liberismo che mettesse in pratica uno dei suoi princìpi fondamentali: la centralità dello Stato nella vita pubblica come regolatore degli interessi privati. E niente di più.

La socialdemocrazia, in questo quadro piuttosto desolante per il mondo del lavoro a cui dovrebbe invece rivolgersi, ha perso la scommessa di spostare “a sinistra” il centro e persino le forze eco-riformiste mostrano segni di cedimento nell’impermeabilità alla compromissione tra rivendicazioni ambientaliste radicali ed esigenze tanto dell’economia liberista quanto della più attualistica declinazione sul piano bellico.

Dunque non sono solamente i sondaggi a mostrare un quadro di una Europa spostata a destra, ma principiano già le residualità della Commissione europea vonderlayana nel mettere e nel mettersi supinamente a terra nei confronti del conservatorismo-riformista (dicitura che meriterebbe il premio annuale dell’antitesi per antonomasia) nel momento in cui il Partito Popolare continentale conosce una crisi parallela a quella della direzione delle istituzioni sovranazionali.

Non si tratta di un parallelismo, bensì di una compenetrazione di funzioni che dalla rappresentanza parlamentare si riversano su quella pseudo-esecutiva della Commissione. Il che è il risultato ultimo di una torsione fobica di larga parte dei popoli europei intimoriti da una crisi economica che, per lo meno in Italia, colpisce duramente sui salari, sulle pensioni, mentre garantisce i privilegi di pochi punti in percentuale dell’intera cittadinanza.

Se a tutta questa storia dovesse essere in un certo qual modo affidata una morale, questa potrebbe tradursi in un allarme, ormai non più preventivo ma fattuale, riguardo appunto la saldatura tra forze di destra estrema e forze del centro che, a partire dall’esempio tedesco e dalla massima rappresentanza della Germania nell’eurogoverno, per la prima volta nella storia dell’Unione rischiano di aprire un nuovo capitolo di alleanze che apre la strada ad una prospettiva tutt’altro che pacifica e sociale nel Vecchio continente.

La risposta che i fronti progressisti (chiamiamo così il disordine con cui la sinistra si presenta la voto nei primi giorni del prossimo giugno) possono dare è vincolata, nella sua efficacia pratica di incidenza negli iter delle pratiche tanto parlamentari quanto nella direzione della Commissione, ad una rimodulazione della critica al liberismo: inseguire il centro che insegue la destra non fa che destabilizzare la sinistra.

In particolare quella moderata e socialdemocratica che può anche rivendicare i quindici euro di salario minimo orario in Germania, ma che poi affianca a queste giuste e sacrosante politiche di incentivo del potere di acquisto delle lavoratrici e dei lavoratori una condivisione dell’economia di guerra che amplifica l’inedia antisociale, sminuisce i diritti e attacca anzitutto gli strati più indigenti di una popolazione che cresce nelle percentuali che riguardano un neopauperismo tutt’altro che fenomeno transitorio.

I dati dell’ISTAT parlano chiaro: nel giro di pochi anni, in Italia siamo passati dall’avere quattro milioni di poveri veramente poveri, gente che non mette insieme il pranzo con la cena, non riesce a pagare gli affitti e le bollette o trascura di curarsi per i costi della sanità privata e le inefficienze di quella pubblica, alla esorbitante cifra di sei milioni. Più di un italiano su dieci è al di sotto di una soglia di sopravvivenza…

E osano chiamarla “modernità“, e pretendono di chiamarlo “sviluppo“….

MARCO SFERINI

16 maggio 2024

foto: screenshot ed elaborazione propria

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