Sholay. Benvenuti a Bollywood

Amitabh Bachchan, la stella più grande di sempre secondo la BBC, protagonista del più conosciuto film indiano

Nel giugno del 2000 la BBC stilò la classifica delle più conosciute “stelle” di sempre. L’emittente pubblica inglese posizionò al decimo posto Govinda (vero nome Govind Arun Ahuja, attore indiano, oggi Parlamentare per l’Indian National Congress), al nono Marilyn Monroe, all’ottavo Buster Keaton, al settimo Cary Grant, al sesto Robert De Niro, al quinto Homer Simpson, al quarto Charlie Chaplin. Sul gradino più basso del podio Alec Guinness. Medaglia d’argento per Lawrence Olivier. Ma per la BBC la stella più conosciuta del millennio appena trascorso era un altro attore indiano, Amitabh Bachchan.

Amitabh Bachchan

Amitabh Bachchan la “stella” del millennio secondo la BBC

La classifica è ovviamente opinabile e questo primo posto suscita sicuramente una certa curiosità: Amitabh Bachchan (11 ottobre 1942), che recitò in oltre 180 film, raggiunse una popolarità mondiale interpretando uno dei protagonisti del più importante film indiano Sholay (1975) di Ramesh Sippy.

Il cinema in India giunse nel 1896, quando Maurice Sestier, agente dei Lumière in viaggio verso l’Australia, decise di fermarsi a Bombay per effettuare alcune proiezioni, la prima delle quali avvenne il 7 luglio al Watson Hotel. Negli anni a seguire vennero realizzati cortometraggi e brevi filmati sulla vita quotidiana che, insieme alle pellicole di importazione, venivano proiettate di villaggio in villaggio da degli autentici pionieri del cinema con teli e proiettori di fortuna (da ricordare Abdulally Esoofally e Swamikannu Vincent).

Dhundiraj Govind Phalke

Dhundiraj Govind Phalke in padre del cinema indiano

Sakharam Bhatavdekar (1868-1958), dopo aver assistito alla prima proiezione a Bombay, fu il primo a realizzare dei brevi filmati, ma il padre del cinema indiano è da considerarsi Dhundiraj Phalke (1870-1944), cui non a caso è dedicato il Dadasaheb Phalke Award, il più importante premio della cinematografia del Paese. Phalke realizzò, tra gli altri, Raja Harishchandra (1913) il primo lungometraggio dell’India. Da allora quella indiana è diventata una delle cinematografie più prolifiche al mondo, la quale può vantare una media di tredici milioni di spettatori al giorno e una produzione di oltre ottocento pellicole all’anno.

Un’industria cinematografica variegata e divisa territorialmente. Con 18 lingue lingue ufficiali, 52 dialetti, infinite differenze culturali e numerose varietà di etnie e popolazioni il cinema indiano si è sempre interessato più alla diffusione interna che all’esportazione delle proprie pellicole, sviluppando autentiche produzioni regionali in competizione tra loro.

Bollywood

Bollywood la più prolifica industria cinematografica del mondo

A sud con “capitale” Madras (oggi Chennai) si consolidò il cinema Tamil, talvolta chiamato Kollywood, con un’impronta commerciale e fortemente ispirato, anche per legami diretti, dalla politica nazionalista (dal 1967 ben cinque personalità del cinema Tamil hanno ricoperto il ruolo di Primo Ministro della Regione). Di segno politico opposto il cinema Malayalam, noto anche come “Mollywood”, sviluppatosi nel Kerala, capoluogo Thiruvananthapuram, stato a sud ovest dell’India in cui il 35% della popolazione si definisce marxista. In questa regione dell’India fu la letteratura, invece, ad ispirare la maggior parte delle pellicole, che ottennero una ribalta nazionale prima negli anni ’50 e poi negli anni ’70. A nord del Kerala vi è il Karnataka, capitale Bangalore, dove si sviluppò il cinema Kannada, definito “Sandalwood”, caratterizzato, come il vicino Kerala, da film impegnati che trattano tematiche sociali. Il cinema Telugu, con sede a Hyderabad la capitale dello stato di Andhra Pradesh, si specializzò tra gli anni ’50 e gli anni ’70 in pellicole di taglio teatrale, con molte scene di danza e uno spiccato erotismo inusuale nelle altre produzioni. La lingua telugu è la seconda del Paese e questo la porta ad essere la seconda produzione cinematografica dell’India. Continuando questa rapida carrellata, il cinema Bengali fiorì nel Bengala, in un territorio che oggi forma il Bangladesh, e oggi fa riferimento ad Calcutta (ribattezzata Kolkata) e può vantare una tradizione rigorosa, basti pensare al regista Satyajit Ray (1921-1992), che poche volte è sfociata nel cinema commerciale tanto amato in India. A nord si sviluppò, invece, il cinema Marathi nello stato di Maharashtra, capitale Bombay (oggi Mumbai), caratterizzato da film socialmente impegnati dalla vena comico-satirica.

Sholay

Titoli di testa di Sholay

In questa eterogenea produzione territoriale si alternano cinema commerciale, cinema impegnato (ribattezzato “Nuovo cinema indiano”, ispirato al neorealismo italiano e alla Nouvelle vague francese), e poi c’è… Bollywood!

Il cinema popolare indiano per eccellenza, fusione di Bombay con Hollywood, i film in lingua hindi fatti di colori sgargianti, musiche accattivanti, danze frenetiche, scenari esotici. Fatti dal pubblico che interagisce con le pellicole, canta, balla e recita con gli attori. L’industria di Bollywood, la più vasta in termini di film prodotti e di incassi al botteghino, ebbe il momento d’oro a cavallo degli anni ’50 e gli anni ’70, decenni ricorrenti e non casuali visto che seguono l’indipendenza del Paese, avvenuta nel 1947 e la progressiva importazione di film stranieri.

Nel Paese, a partire dalle fine degli anni sessanta, come in tutto il mondo, la gioventù era in fermento poiché scontenta del sistema, voleva comunicare ed esprimere idee, ma a differenza, ad esempio del maggio francese o del sessantotto in Italia, gli indiani cercavano un vendicatore che all’improvviso si facesse carico dei loro problemi. Anche la settima arte risentì del clima e, in contrasto con la tradizione, la ribellione, la vendetta e la giustizia individuale presero il posto della modestia, dell’altruismo e dell’onestà. Fu un proliferare di pellicole in cui il protagonista, a modo suo, emergeva dal fango e combatteva contro il sistema diventando un eroe. Ad interpretare questa figura fu spesso Amitabh Bachchan che raggiunse l’apice diventando Jai (Jaidev) in Sholay.

Nella pellicola Jaidev (Amitabh Bachchan) e Veeru (Dharmendra), due delinquenti simpatici e di buon cuore, vengono ingaggiati dal poliziotto in pensione Thakur Baldev Singh (Sanjeev Kumar) per catturare Gabbar Singh (Amjad Khan), un criminale che gli aveva massacrato la famiglia e continuava a terrorizzare il suo villaggio con la sua banda.

Scritta dal grande poeta Javed Akhtar, la storia complessa e mai banale, si snoda in quasi tre ore e mezza di film che tra i flashback e gli inventivi e spericolati cambi di tono, rendono Sholay un pezzo unico e originale nella storia del cinema. Talvolta idee e soluzioni vennero prese da altri film, da Chaplin a Leone (per questo chiamato “curry western”), dal genere horror a quello western, ma il film resta un innovativo kolossal degli anni settanta con titoli in cinemascope da film epico, paesaggi da western, musiche da film di avventura.

Sholay

Veeru e Jaidev nel celebre numero musicale “Yeh Dosti (Hum Nahin Todenge)”

Unica la colonna sonora parte integrante del film. Celeberrima la canzone “Yeh Dosti (Hum Nahin Todenge)” che scalò le classifiche della musica indiana. Non meno importante una delle scene finali in cui Basanti, l’attrice Hema Malini moglie nella vita reale di Dharmendra, è costretta a cantare e ballare sulle note di “Haa Jab Tak Hai Jaan” su vetri rotti e sotto il sole ardente per salvare la vita del personaggio interpretato dal marito. “Integrati in un contesto di film western, musica e canzoni non stonano ma si fondono nell’insieme e diventano realmente uno strumento narrativo col quale il regista approfondisce i sentimenti dei suoi protagonisti” (Aime).

All’uscita Sholay fu stroncato dalla critica. La popolare rivista di cinema indiano Filmfare lo definì “imitazione occidentale ne qui ne là”, altri invece lo derisero chiamandolo “tizzone spento” (anziché le “fiamme” del titolo) e fu solo grazie al passaparola degli spettatori che il film rimase in programmazione. Uno dei più sensazionali successi di tutti i tempi, purtroppo inedito in Italia, che rimase in cartellone per cinque anni, senza interruzione, nella stessa sala del principale cinema di Bombay.

Sholay

l’ex polizziotto Thakur Baldev Singh viene torturato da Gabbar Singh

Grazie al successo incredibile di pubblico, Sholay segnò un’epoca ed influenzò le produzioni successive, imprimendo una traccia indelebile nella memoria degli indiani: alcuni dei personaggi che appaiono in una scena sono oggigiorno usati nella pubblicità e le nuove generazioni recitano a memoria i dialoghi. I luoghi dove Sholay venne girato, Ramanagara un paese vicino a Bangalore, sono meta di “pellegrinaggio” per turisti, le montagne aspre sono state ribattezzate “Rocks Sholay” e un quartiere della città è stato rinominato “Sippynagar” in onore del regista Ramesh Sippy.

Negli anni i protagonisti di quel successo hanno percorso strade diverse. Amitabh Bachchan, dopo un’esperienza al fianco di Rajiv Gandhi, continua a fare dei cammeo in alcuni film (ad esempio nel 2013 ne Il grande Gatsby di Baz Luhrmann al fianco di Leonardo Di Caprio) ed è divenuto uno dei volti più noti della televisione, presentando, tra l’altro, la versione indiana “Chi vuol essere milionario”. Jaya Bhaduri, che interpretò Radha, ha sposato Bachchan dal quale ha avuto un figlio, l’attore Abhishek Bachchan. Politicamente è attiva nel partito socialista Samajwadi Party.

Collocazione politica opposta per l’altra coppia nel film e nella vita: Dharmendra (vero nome Dharam Singh Deol) è parlamentare nel movimento di destra Bharatiya Janata Party, Hema Malini una sostenitrice dello stesso movimento.

E’ purtroppo morto, a seguito delle ferite riportare in un incidente stradale, Amjad Khan che interpretò il temibile Gabbar Singh uno dei personaggi più psicotici della storia del cinema, al punto da ispirare nel 2012 il film omonimo diretto da Harish Shankar (pare inoltre che Gabbar Singh fosse il nome di un bandito realmente esistito negli anni cinquanta che diffuse il terrore nella zona di Gwalior tagliando, tra l’altro, naso e orecchie ai poliziotti).

Il regista Ramesh Sippy, per quanto fosse uno dei migliori registi di quegli anni, non riuscì a rinnovare il successo di Sholay.

Un film che differisce dai criteri stilistici (basti pensare ai cambi di toni da “musical al maschile” e alle danze per poi passare all’azione frenetica) e dai contenuti delle produzioni occidentali. In poche parole Sholay, rieditato in 3D nel 2014, è Bollywood!

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia
“Storia del cinema indiano” di Elena Aime – Lindau

Immagini tratte da
Immagine in evidenza da www.pinkvilla.com, foto 1 da www.alignthoughts.com, foto 2 da www.wikipedia.it, foto 3 da www.lovethroughdance.nl, foto 4, 5, 6 screenshot del film

categorie
Corso Cinema

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