Non state mai zitti!

Questo non è un racconto. Semmai è una confessione. Un po’ intima e un po’ no. Voglio, per una volta, scrivere in prima persona, perché ci sono separazioni che...
Michela Murgia

Questo non è un racconto. Semmai è una confessione. Un po’ intima e un po’ no. Voglio, per una volta, scrivere in prima persona, perché ci sono separazioni che fanno male, che fanno crescere, che fanno affrontare giorno dopo giorno i significati nuovi che la vita ci getta addosso o ci dispone più gentilmente intorno.

Questo non è un racconto ma è, se proprio si vuole, la descrizione di qualche pezzetto di interiorità: prendetela come una confidenza da amico ad amiche ed amici. E’ qualcosa cui ho pensato da ieri sera, quando a notte fonda ho letto sul mio cellulare e poi in televisione che, dopo Andrea Purgatori, anche Michela Murgia non era più fra noi.

Ho cercato di stare distante dalla consuetudine del ricordo. Ma non sono voluto andarmi ad impelagare nella eccentricità della singolarità di queste piuttosto che quelle parole. Ho scritto di getto. Come faccio sempre. Ma questa, del resto, non è una garanzia di qualità. Il soggettivismo delle interpretazioni critiche regna sovrano quando si legge. Ed è giusto che sia così. Unicuique suum

Ed eccoci pronti.

Qualche settimana fa, parlandone con alcuni amici, ho manifestato un dispiacere particolare, quasi singolare, per la morte di un uomo che non avevo mai conosciuto di persona e neppure incontrato di sfuggita, ma che, invece, avevo solamente visto in televisione, letto sui giornali e rivisto e riletto tante altre volte su Internet: Andrea Purgatori.

La sua scomparsa mi ha angosciato, perché la prima cosa che ho pensato è stata: non ascolterò più le storie e i misteri della nostra Italia (e non solo) da una voce così pacatamente profonda, che attraeva qualcosa di più della mia attenzione per i fatti che narrava. Era una specie di empatia fonica, come quella che provai le prime volte che ascoltai Carmelo Bene o Vittorio Gassman recitare.

Non dal vivo, eppure la benedizione laica di quelle voci era molto di più un incontro con un piacere sonoro; era (e tutt’ora è, quando rivedo e riascolto la lectura Dantis dalla Torre degli Asinelli o le poesie di Leopardi o le letture omeriche… nonché altre opere come “Nostra Signora dei Turchi” o “Homelette for Hamlet“…) una sorta di estetismo compiaciuto e condiviso.

Una ricerca della compiutezza particolareggiata del massimo perfezionismo di una intonazione, corrispondente, se si vuole fare un paragone, alle scene de “Il Gattopardo” o di “Ludwig” di Luchino Visconti. Ecco, la voce di Andrea Purgatori, fatte le debite proporzioni tra cinema, teatro e televisione di inchiesta, mi ha avvicinato a queste sensazioni: di essere spettatore e auditore di storie che, altrimenti raccontate, avrebbero avuto certamente un sapore e una godibilità del tutto differenti.

Non c’è mai stata nessuna vanità attoriale nelle conduzioni di “Atlantide” su La7 da parte di Purgatori, ma il suo modo di affrontare i temi in discussione si accompagnava perfettamente all’eleganza di una voce che rendeva fluido il dire, facile la comprensione delle concatenazioni di eventi sempre ingarbugliati e per niente facili da dipanare, semplice e intuitivo ogni collegamento possibile con il presente.

Oggi, riconosco quella stessa sensazione di angoscia e di tristezza nella notizia della morte di Michela Murgia. Se per Purgatori è stata quasi un fulmine a ciel sereno, per la scrittrice sarda è stata purtroppo una notizia preannunciata. Da lei stessa. Con una intervista che lasciò in tanti senza fiato. Qualcuno ha parlato di coraggio, di una specie di impavidità nell’affrontare il cancro al quarto stadio che le aveva attaccato un rene e si era diffuso nel suo corpo.

Altri hanno preferito incamminarsi sulla via della commiserazione, rinverdendo stagioni di pregiudizi borghesi, sciorinando geremiadi al limite della nevrosi pur di apparire vicini al dolore di Michela. Altri ancora, invece, e a mio parere molto più consonamente vicini al modo con cui la scrittrice intendeva l’esistenza e la società che la circondava, hanno sorriso con lei e l’hanno apprezzata per quella che non è mai stata una dimostrazione di fierezza, ma di genuinità.

Michela Murgia era (e continuerà ad essere) un piacere sentirla parlare, leggerla e ascoltarla. Dalla radio alla televisione, dai suoi libri alle sue lotte sociali e politiche, mai un accento era sopra le righe, ma ogni argomento era circostanziato, descritto in un italiano forbito senza alcuna velleità barocchistica, ma con il compiacimento più che legittimo di riuscire a farsi capire da tutte e da tutti.

Perdere Purgatori e lei nel giro di una estate è una tragedia che rimane tragedia. Si rischia di scadere in una penosa retorica se si incespica nella tentazione di farle un elogio, un panegirico, un “coccodrillo“, giornalisticamente parlando. Nulla di tutto questo rende la bellezza, più che la grandezza, di Michela. Perché la bellezza delle sue lotte era nelle sue parole che erano i suoi pensieri e che, come dovrebbe essere un po’ tutte e tutti, erano la sua essenza.

Primordiale, insita nel seme che ogni giorno, di nascosto, rendeva lei (e rende noi), capaci di innovarci, di contraddirci, di essere costantemente nuovi, anche se pensiamo alla nostra esistenza come ad una routine da cui è difficile uscire se non con gesti, atti ed anche parole dirompenti le ritualità cui ci aggrappiamo per dare una sorta di senso alla vita.

Ogni volta che ho ascoltato Michela Murgia alla radio o alla televisione, ogni volta che ho letto i suoi scritti – lo confesso – sono forse sempre partito un po’ prevenuto: avevo una sensazione ante litteram, una percezione ultrasensoriale, qualcosa di ancestralmente sedimentato in me che mi diceva: «Quello che ascolterai o leggerai ti piacerà a tal punto da volerlo riascoltare una, dieci, cento volte».

Ed effettivamente è stato così. Sia con Andrea Purgatori, sia con Michela Murgia. Non mi sono mai deluso nello scegliere di vedere “Atlantide“, di rivedere “Fascisti su Marte” o “Il muro di gomma” o nell’ascoltare la radio e sentire la straordinaria stigmatizzazione di psicoterapeuti d’eccellenza che difettavano nel considerare il ruolo della donna rispetto al mondo ancora troppo maschile, maschilista, patriarcale e femminicidiario che è la stretta, giornaliera tremenda attualità delle cronache nere.

Michela Murgia, poi, mi ha fatto conoscere un gran parte della Sardegna: culturale, sociale, politica.

Un’isola prolifica di talenti umani tanto quanto di bellezze naturali. Una terra ridotta a colonia italica, a landa non desolata ma lasciata nel mezzo del Mediterraneo come paradiso al nord dei grandi teatri del lussuoso rampantismo figlio un po’ ignoto del riflusso degli anni della Milano da bere, come oscura caverna meridionale per i minatori del Sulcis, per un industrialismo vorace e privo di scrupoli.

Nell'”Accabadora” del 2009, pubblicato da Einaudi, la chiaroscurica storia delle tradizioni più cupe e rigide, tra vita e morte, tra sofferenza e gioia, regala alle lettrici ed ai lettori di Michela una penombra illuminata sui temi della morte e dell’esistenza forzata dall’ancestralismo dei dettami morali e dalle Leggi.

Maria che ruba le ciliegie e non vuole bere dell’acqua a cui la sua seconda madre attinge, è la lotta non tra il bene e il male, ma tra l’antico e il moderno, tra il vecchio e il nuovo senza che il primo rifugga l’aprirsi al secondo e quest’ultimo ritenga di non averne bisogno.

Profondamente sensibile ad una umanità che non esclude nessuna sofferenza e che non oblitera alcuna innovazione nella ricerca della felicità per sé e per gli altri, Michela Murgia metaforizza i grandi temi dell’eutanasia, del diritto a conoscere il meno possibile una sofferenza che non ci spetta per diritto divino ma, soprattutto, per volere dei nostri simili.

Quella che molti commentatori hanno descritto come la donna che è andata incontro alla morte con un coraggio unico, è una donna libera, libertaria, capace di dire in pubblico quello che Gilberto Govi aveva osato dire in “Colpi di timone“: che una persona che sta per morire non è più ricattabile o costringibile, limitabile o vincolabile a dire o a fare alcunché.

Ma, chiosava Michela Murgia, «…non aspettate di avere un cancro per fare ciò…». Lei non ha voluto fare la guerra alla sua malattia. Così come non si dovrebbe ingaggiare nessuna lotta con le crisi di ansia o di panico. Bisogna andare ben oltre la rassegnazione, che, in questi casi, è l’altra faccia della medaglia della anche giusta rabbia che si può provare per una vita – la propria – che sta per terminare.

Sì, ci vuole coraggio. Ma ci vuole anche tanta voglia di vivere fino all’ultimo istante per non consegnarsi alla morte prima che arrivi. Ci vuole la lucidità del desiderio imprescindibile di lottare. Sempre. Perché la lotta è vita, perché la lotta è pienezza esistenziale e non quella sciatteria e quella banalità che si ricavano se si rinuncia, se ci si lascia andare, se si smette di considerare tutta la piccolezza umana davanti alla enorme imperscrutabilità dell’Universo.

Anche in questo momento, mentre scrivo, vorrei essere grato tanto ad Andrea Purgatori quanto a Michela Murgia per avermi ispirato questi pensieri, perché mi aiutano a conservarmi senza estinguermi in un anticipatorio regime dell’apatia persistente. Ho visto, vedo e vedrò troppi esseri viventi, animali umani e animali non umani, piante ed ecosistemi complessi, costretti a soffrire gratuitamente.

Se un piccolo pezzetto di significato possiamo guadagnare alla nostra esistenza ed a quella di tutti gli altri viventi in questo mondo è alzarci, guardarci intorno, accorgerci che non stando più in ginocchio ogni cosa appare nella sua giusta dimensione. E non sempre è, come vorrebbe la visione antropocentrica (maschilista, razzista, omofoba, retriva e conservatrice), a misura di essere umano. Solitamente è a misura propria.

Dovremmo imparare da Michela, da Andrea e da tante e tanti che hanno fatto della loro vita una passione e il loro lavoro una pietra angolare della stessa, tutta la fierezza dell’abbandono ai sentimenti, senza più giudizi, senza pregiudizi, senza distinzioni se non per provare quella sorpresa che conserva il suo significato elettrizzantemente positivo.

Nella mediocrità dell’esistenza comune, piegando il dito accusatore su sé stesso, indicando il proprio palmo della mano e non il viso di un altro come noi, uomini e donne come Andrea e Michela mi hanno davvero regalato momenti significativi. Propriamente detti: pregni di significato.

Le parole affidate a loro avevano una semiologica dignità, una potenza creativa, una sonorità musicale che le esaltava come protesi del pensiero, come qualcosa che, contraddicendo l’adagio latino, non vola nell’ambigua etereità dell’aere, ma si sostanzia e resta.

E’ un’eredità di non poco conto. Così come sono state le vite di chi ha fatto giornalismo, inchiesta, attualità, politica e cultura schierandosi dalla parte della libertà a tutto tondo. Senza se e senza ma. L’irrepetibilità dell’unicità di ognuna ed ognuno di noi si rende evidentissima nella mancanza che sentiremo: non poter più vivere nuove emozioni con Andrea e con Michela. Ma non dover, per questo, zittirci.

Loro zitti non sono stati mai.

MARCO SFERINI

11 agosto 2023

foto: screenshot

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