Luchino Visconti. Il conte rosso

IL '68 E GLI ANNI SETTANTA. Il rapporto con Helmut Berger e la trilogia tedesca
Luchino Visconti

TERZA PARTE

La storia del cinema è ricca di pagine dedicate alle relazioni sentimentali tra un regista e la sua musa ispiratrice, basti pensare a Roberto Rossellini e Ingrid Bergman o a Michelangelo Antonioni e Monica Vitti, ma quando l’amore è omosessuale quelle pagine si riducono a pochi paragrafi. Peccato, perché il sodalizio artistico e affettivo tra Luchino Visconti ed Helmut Berger meriterebbe un libro a parte.

Il futuro attore, all’anagrafe Helmut Steinberger, nacque il 29 maggio 1944 a Bad Ischl, piccola cittadina nel centro dell’Austria, da una famiglia di albergatori. Dopo aver frequentato il collegio dei gesuiti a Feldkirch, il giovane provò a seguire orme dei genitori, per poi abbandonare l’attività alberghiera e trasferirsi, ad appena diciotto anni, a Londra. Nella capitale inglese fece il modello, si ricorda la pubblicità di uno sherry, e frequentò lezioni di recitazione. Poi la svolta. Helmut Berger decise di trasferirsi in Italia per dedicarsi all’arte. Si iscrisse così all’Università di Stranieri di Perugia, mantenendosi gli studi come barman, e per preparare l’esame di italiano non si fece passare le risposte (ogni riferimento a fatti realmente accaduti ad un calciatore è voluta…), ma studiò la cultura e la civiltà italiana. Si recò ad Assisi e poi a Volterra, proprio nei giorni in cui Luchino Visconti stava girando Vaghe stelle dell’Orsa… Il regista ne rimase affascinato e lo scritturò per una piccola parte nell’episodio de Le streghe da lui diretto. I due artisti fatalmente si innamorarono.

1. Helmut Berger, alle spalle di Silvana Mangano, nell’episodio de Le streghe diretto da VIsconti

Berger iniziò così a recitare in alcuni film, I giovani tigri (1968) di Antonio Leonviola e Sai cosa faceva Stalin alle donne? (1968) diretto da Maurizio Liverani, continuando parallelamente a studiare a Perugia, nei mesi in cui le università erano attraversate dalle contestazioni che portarono al Sessantotto.

Quelle mobilitazioni cambiarono anche la settima arte. Da un lato consolidarono il cinema di inchiesta di Francesco Rosi, già collaboratore di Visconti (Salvatore Giuliano e Le mani sulla città) e quello politico di Marco Bellocchio (La Cina è vicina, Pugni in tasca), dall’altro aprirono la strada ad una importante stagione di cinema militante che si sviluppò nel nostro Paese negli anni ’70. Diversi furono i registi Citto Maselli (Lettera aperta a un giornale della sera, Il sospetto), Elio Petri (La classe operaia va in paradiso, La proprietà non è più un furto, Todo modo), Giuliano Montaldo (Sacco e Vanzetti, Giordano Bruno), le cui opere erano spesso esaltate dalle interpretazioni del volto simbolo di quella stagione, Gian Maria Volonté.

Mentre gli intenti politici del cinema italiano di facevano più forti, Luchino Visconti, comunista dichiarato, continuò al contrario la sua personale ricerca sulla “decadenza”: quella dell’aristocrazia, quella morale, quella politica, quella della tradizione familiare e del “retaggio borghese”. Ad alcune critiche il regista risposte: “[…] io ho della decadenza un’opinione molto alta, come l’aveva Thomas Mann per esempio […] Quello che mi ha sempre interessato è l’analisi di una società malata” (“Avant-scène du Cinéma” n. 159).

Così, dopo una nuova parentesi teatrale, Visconti si mise a lavorare ad un nuovo soggetto. L’idea di base era quella di raccontare “la storia di una famiglia nel cui seno avvengono dei delitti che rimangono praticamente impuniti”. Stimolato dal caso Profumo (la vicenda del segretario di Stato per la guerra britannico John Profumo che ebbe una relazione con una modella a sua volta amante di una presunta spia sovietica, con conseguente scandalo sessuale, dichiarazioni false nella Camera dei Comuni e dimissioni) il regista pensò ad una modernizzazione del “Macbeth”.

2. Helmut Berger e Luchino Visconti

Inizialmente, con Suso Cecchi D’Amico, decise di portare la vicenda nell’alta borghesia industriale italiana, rispolverando una vecchia idea: descrivere il comportamento dell’aristocrazia milanese nei confronti del Fascismo. Ma attratto dai suoi autori tedeschi prediletti, su tutti Mann e Wagner, e da letture sulla storia del Terzo Reich, il cineasta mutò il contesto. Infatti, dopo aver letto il saggio “The Rise and Fall of the Third Reich” (“Storia del Terzo Reich”) di William L. Shirer ed essersi documentato sulla morte di Hitler e di Eva Braun, Visconti verso la fine del 1967 scrisse soggetto e sceneggiatura con Enrico Medioli e Nicola Badalucco (Milano, 13 maggio 1929 – Roma, 17 giugno 2015) trovando nella Germania agli albori del Nazismo l’ambientazione del suo moderno “Macbeth”. Per usare le parole di Hitler nel “Mein Kampf”: “in un mondo, dove ogni creatura si nutre di un’altra e dove la vita del più forte implica la morte del debole”.

Al centro del nuovo film di Luchino Visconti, intitolato La caduta degli dei, col sottotitolo wagneriano Götterdämmerung, la storia di una famiglia di grandi industriali dell’acciaio nella Germania tra il 1933 e il 1934, ossia tra l’incendio del Reichstag e le premesse della Guerra mondiale. Indiretto, ma efficace il riferimento alla famiglia tedesca Thyssen (che diede decenni più tardi vita alla ThyssenKrupp, tristemente famosa in Italia).

3. Florinda Bolkan, Helmut Berger e Luchino Visconti, sul set de La caduta degli dei

Tra gli interpreti, oltre ad Helmut Berger inquietante e sensuale come non mai, Dirk Bogarde, pseudonimo di Derek Jules Gaspard Ulric Niven van den Bogaerde (Londra, 28 marzo 1921 – Londra, 8 maggio 1999) attore britannico più volte diretto da Joseph Losey; Ingrid Thulin (Sollefteå, 27 gennaio 1926 – Stoccolma, 7 gennaio 2004) che aveva recitato diretta, tra gli altri, da Ingmar Bergman, Vincente Minnelli e Alain Resnais; Helmut Griem (Amburgo, 6 aprile 1932 – Monaco di Baviera, 19 novembre 2004) e Renaud Verley (Lilla, 9 novembre 1945) ai primi ruoli importanti; Umberto Orsini (Novara, 2 aprile 1934) grande attore teatrale che per il cinema aveva debuttato ne La dolce vita di Fellini; Reinhard Kolldehoff (Berlino, 29 aprile 1914 – Berlino, 18 novembre 1995) caratterista tedesco che aveva lavorato con Lang e Tati. Nel ricco cast anche due attrici molto amate in Italia: la brasiliana Florinda Bolkan, all’anagrafe Florinda Soares Bulcão (Uruburetama, 15 febbraio 1941) e la britannica Charlotte Rampling (Sturmer, 5 febbraio 1946).

Le riprese si svolsero dal primo luglio al primo settembre 1968 tra Austria, Germania Ovest e Italia (Cinecittà e Terni). Terminato il montaggio, curato da Ruggero Mastroianni (Torino, 7 novembre 1929 – Torvaianica, 9 settembre 1996) fratello minore dell’attore Marcello, La caduta degli dei uscì nelle sale il 16 ottobre 1969.

4. La caduta degli dei (1969)

28 Febbraio 1933. Il vecchio industriale Joachim von Essenbeck (Albrecht Schoenhals, attore tedesco al suo ultimo film), durante una riunione di famiglia, nomina alla vicepresidenza delle acciaierie l’ufficiale delle SA Konstantin (Reinhard Koldehoff), allo scopo di compiacere il Partito nazista. Indignato, il liberale Herbert (Umberto Orsini) da le dimissioni e si rifugia all’estero. Durante la notte, Joachim viene assassinato e la responsabilità del delitto è addossata a Herbert. Il nipote di Joachim, Martin (Helmut Berger), una persona deviata e incline alla pedofilia, eredita la maggioranza delle azioni, ma, succube della madre Sophie (Ingrid Thulin), nomina alla presidenza l’amante di lei, Friederich (Dirk Bogarde). Essi sono i veri autori del delitto, compiuto su istigazione dell’ufficiale delle SS, Aschenbach (Helmut Griem). Più tardi, in seguito al suicidio di una bambina ebrea sedotta da Martin, che frequenta anche la prostituta Olga (Florinda Bolkan), Konstantin riesce a ricattarlo, per assicurarsi la presidenza. Ma Friederich lo uccide, durante la strage delle SA del 30 giugno 1934. Tutto il potere passa cosi nelle mani di Friederich e Sophie, che eliminano anche Elisabeth Thallmann (Charlotte Rampling) la moglie di Herbert e fanno internare le sue bambine, per costringerlo a costituirsi. Preoccupato dalla loro eccessiva ambizione, Aschenbach trasferisce il suo appoggio a Martin. Questi, pervaso dall’odio e dal desiderio di rivalsa, stupra la madre e, dopo aver acconsentito al suo matrimonio con Friederich, li costringe entrambi al suicidio.

5. il funebre matrimonio finale

“Ho voluto fare un Macbeth moderno dove gli dei si mescolano con gli umani: lo strumento del loro potere è il denaro, il tempio della loro caduta la fabbrica irta di ciminiere” affermò lo stesso regista descrivendo la La caduta degli dei, un forte melodramma storico in stile wagneriano che si apre e si chiude, non casualmente, con le fiamme delle acciaierie.

Luchino Visconti interpretò così l’ascesa del Nazismo come il “prevalere dello spirito nibelungico (inteso come mondo barbarico, irrazionale, demoniaco) sullo spirito della civiltà borghese, rappresentato dai valori culturali del passato e, soprattutto, dal vecchio ordine familiare e patriarcale”. Quindi il Nazismo non letto dal punto di vista storico, ma da quello morale, inteso come estrema degradazione del capitalismo, come dissolvimento della ragione.

Alternando pause ed accelerazioni, il cineasta mostrò inoltre alcuni dei suo pensieri ricorrenti: la falsa rispettabilità della borghesia, la brutalità del potere capitalista, la decadenza della famiglia al cui interno si sviluppato intrighi morbosi, incestuosi e pedofili.

6. Ingrid Thulin ed Helmut Berger

Una famiglia che Visconti definì fin dalle prime scene, quelle della riunione per il compleanno del patriarca, sottolineando in poche immagini le singole personalità: “Joachim, riluttante ma opportunista nei confronti dell’ordine nuovo; il rozzo Konstantin, chiassoso ma impreparato alla portata degli eventi; l’opaco Friederich, calcolatore ma illuso circa il proprio potere decisionale; l’ambiziosa Sophie, risoluta e spietata; il perverso Martin, strumento crudele e privo di volontà. Accanto ai carnefici, le vittime: uno sparuto gruppo di personaggi semi-positivi nei quali Visconti non ripone alcuna speranza. E, dietro a tutti, l’insinuante e beffardo Aschenbach, che ama giocare con le parole, che dispone l’ascesa e la caduta delle sue pedine: un personaggio che, ancor più degli altri, il regista dilata in funzione simbolica” (Bencivenni).

La lotta per il potere all’interno di una famiglia, descritta anche attraverso le cerimonie e i riti (dal compleanno al funerale, dalle discussioni a tavola al funebre matrimonio finale), mentre fuori il nuovo ordine nazista avanza. Inizialmente Visconti inserì filmati e immagini di repertorio, ma li tolse nell’ultima versione del montaggio per conferire maggiore omogeneità alla pellicola. Le immagini più dirette del Terzo Reich rimangono così quelle della “Notte dei lunghi coltelli” tra il 30 giugno e il primo luglio 1934 con la liquidazione delle SA, sacrificate da Hitler per guadagnarsi il favore dell’esercito.

7. l’orgia omosessuale delle SA, prima della strage

Come era capitato con la lunga e magnifica scena del ballo ne Il Gattopardo, anche in questo caso si tratta, quasi, di un “film nel film”; le scene di massa, la festa delle SA che la notte si trasforma in un’orgia omosessuale tra i soldati e i loro commilitoni travestiti, lo sterminio operato dalle SS. Il tutto quasi “virato” in rosso, a sottolinearne la violenza. Ma l’accostamento tra le trasgressioni sessuali e i crimini politici, con le prime ad anticipare i secondi, attraversa tutto il film: la riunione omosessuale anticipa l’eccidio, lo stupro della piccola Thilde (Karin Mittendorf) l’assassinio di Joachim; il suicidio della piccola Lisa (Irina Wanka) alla strage degli ebrei, l’incesto di Martin alla totale degenerazione del potere.

La caduta degli dei, col titolo internazionale The Damned, venne nominato nel 1970 all’Oscar per la Migliore sceneggiatura originale, premio poi andato a Butch Cassidy. Quella fu l’unica candidatura all’Oscar per Luchino Visconti. Sembra incredibile, ma mai un suo film venne inserito tra quelli proposti dall’Italia per il Miglior film straniero, mai il regista venne proposto per un riparatore Oscar onorario. La sua militanza comunista, che lo aveva fatto ribattezzare il “Conte rosso”, lo fece osteggiare dal potere, anche da quello cinematografico.

8. Helmut Berger nei panni di Marlene Dietrich

Straordinaria l’interpretazione di Helmut Berger, nominato al Golden Globe come Migliore attore debuttante, in un ruolo deviato e deviante. Il regista Billy Wilder, suo connazionale, affermò “È curioso che il più grande attore italiano sia un austriaco”. Arrivarono inoltre, per la scena in cui Martin reinterpreta lo spettacolo Marlene Dietrich ne Der blaue Engel (L’angelo azzurro, 1930) di Josef von Sternberg, sia l’apprezzamento di Paul Morrissey, storico collaboratore di Andy Warhol, che disse ironicamente “A parte Helmut Berger, non ci sono più belle donne”, sia i complimenti della stessa Dietrich che, in un messaggio inviato a Berger, scrisse semplicemente “Sei stato persino più bravo di me!”.

Splendide anche le prove di Umberto Orsini, premiato con il Nastro d’Argento, Ingrid Thulin e di Dirk Bogarde. Quest’ultimo fu coinvolto anche nel successivo film di Visconti.

9. Thomas Mann

Il regista accarezzava da tempo l’idea di trarre un film da “Der Tod in Venedig” (“La morte a Venezia”) di Thomas Mann, la storia di uno scrittore che trova un’ultima ispirazione in un giovane ragazzo. Visconti incontrò tre volte l’autore negli anni Cinquanta, ma decise di portare quella storia sul grande schermo solo con l’avvicinarsi della vecchiaia, quasi in maniera autobiografica, sia per l’amore sbocciato con Helmut Berger, tra i due vi erano 38 anni di differenza, sia perché la società europea alla vigilia della Prima guerra mondiale descritta nel libro, era quella della sua infanzia. Dichiarò, infatti, “Sono nato nel 1906 e il mondo che mi ha circondato, il mondo artistico, letterario, musicale, è quel mondo li. Non è un caso che mi ci senta attaccato… Probabilmente ho anche dei ricordi visivi, figurativi, una specie di memoria involontaria che mi aiuta a ricostruire l’atmosfera di quell’epoca” (“Il Mondo” del 14 marzo 1971).

Ma nonostante il successo de La caduta degli dei, Visconti trovò più di una difficoltà nel finanziare il film. Nessuno in Italia era, infatti, disposto a rischiare soldi in una storia “che tratta di un caso di pederastia in un artista senescente”. Così il regista, assieme al produttore Mario Gallo (Rovito, 18 febbraio 1924 – Roma, 19 giugno 2006), partì così per gli Stati Uniti. Gli USA erano attraversati dalla New Hollywood e la Warner Bros., che stava sperimentando molto ed era diventata la “casa” di Stanley Kubrick (di quegli anni anni 2001: Odissea nello spazio, Arancia meccanica), decise di sostenere, seppur con fondi limitati, la nuova opera del “Conte rosso”.

La sceneggiatura, scritta dal regista insieme a Nicola Badalucco, cambiò alcuni elementi rispetto al libro, primo tra questi il profilo del protagonista Gustav von Aschenbach che nel film divenne un compositore. Una scelta dettata sia per il rapporto stretto di Visconti con la musica, sia perché la storia raccontata da Mann era, opinione dei più, ispirata a quella reale di Gustav Mahler. Anche il ruolo del ragazzo del romanzo era tratto ad una figura realmente esistente, quella di Władysław Moes, un nobile polacco che Mann aveva conosciuto in un suo soggiorno a Venezia. Il soprannome del giovane riprendeva parte del cognome. In laguna quel ragazzo era, infatti, chiamato Władzio, spesso più semplicemente Adzio. Nel libro e nel film divenne Tadzio.

10. Alla ricerca di Tadzio (1970)

Il ruolo del musicista venne assegnato, nonostante qualche iniziale incertezza, a Dirk Bogarde. Più complessa fu, invece, la scelta del giovane. Una scelta che Luchino Visconti testimoniò nel documentario Alla ricerca di Tadzio (1970), prodotto dalla RAI per la rubrica Cinema 70 curata da Alberto Luna. Nel film, accompagnato dalla voce narrante di Giuseppe Rinaldi, il regista fa un lungo viaggio tra Ungheria, Finlandia, Germania, Polonia e Svezia per trovare il giovane protagonista; per averlo identico alla descrizione di Mann. Alla fine lo trova nell’allora quindicenne svedese Björn Johan Andrésen (Stoccolma, 26 gennaio 1955).

Nel cast anche l’eterno Romolo Valli, la conturbante Carole André (Parigi, 11 marzo 1953), la debuttante Marisa Berenson (pochi anni dopo consacrata da Kubrick in Barry Lyndon) e la generosa Silvana Mangano, inizialmente non coinvolta per motivi di budget, ma dopo il rifiuto di un’altra attrice, decise di prestare gratuitamente il volto alla mamma del giovane Tadzio.

Le riprese iniziarono nella primavera del 1970. Curiosamente, il titolo del film perse l’articolo rispetto alla novella e divenne Morte a Venezia. Dopo un’anteprima a Los Angeles e una proiezione a Londra alla presenza della Regina Elisabetta II, la pellicola venne distribuita nelle sale italiane il 5 marzo 1971.

11. Morte a Venezia (1971)

1911. Reduce da un periodo di crisi, il musicista tedesco Gustav von Aschenbach (Dirk Bogarde) approda al Lido di Venezia per una vacanza solitaria. Tra gli ospiti dell’Hotel des Bains, attira la sua attenzione una famiglia polacca, di cui fa parte un bellissimo adolescente, Tadzio (Björn Andrésen). Il professore comincia a seguirlo con lo sguardo, nell’albergo e sulla spiaggia, e ne è ambiguamente ricambiato. Turbato da questa passione e oppresso dal clima umido e soffocante, Aschenbach decide di ritornare in Germania. Ma un contrattempo nella spedizione del bagaglio offre il “pretesto” di rimanere. Torna così al Lido e al suo segreto gioco di sguardi e di inseguimenti. Questi lo conducono a Venezia, dove incontra la prostituta Esmeralda (Carole André), le cui calli rivelano gli inquietanti segni di un’epidemia. Vincendo il muro di silenzi, incluso quello del Direttore dell’hotel generale (Romolo Valli), Aschenbach apprende che la città è in preda a una pestilenza. Si propone di avvertire del pericolo la madre di Tadzio (Silvana Mangano), ma poi, pur di rivedere l’amato, resta anch’egli in silenzio. Ricorda la moglie (Marisa Berenson) e la figlia morta prematuramente, quando ormai malato e truccato grottescamente per mascherare i segni dell’età, segue per l’ultima volta Tadzio sulla spiaggia. Mentre l’efebo sembra indicargli un indistinto punto all’orizzonte, Aschenbach muore: il trucco disciolto sul viso, come una maschera.

12. la morte di Aschenbach

Visconti intrecciò Mann a Proust, con particolare riferimento a “À la recherche du temps perdu” da cui il regista voleva trarre un film, facendo un’ulteriore riflessione sulla decadenza, anche fisica, e sulla crisi della società borghese e della sua illusione di poter rimuovere le pulsioni istintive. Un po’ appesantito dai flashback, utili comunque a segnalare il senso del passato, straordinario in Morte a Venezia è la ricostruzione dell’atmosfera della fine di un’epoca, grazie ai ricordi del regista, alla scenografia di Ferdinando Scarfiotti, ai costumi di Piero Tosi, nominati all’Oscar, e alla grandiosità del vero Hotel des Bains (oggi in procinto di essere trasformato in alloggi…).

Nel film, che ottenne un Premio speciale a Cannes, un David di Donatello e quattro Nastri d’argento, è molto presente il tema dell’omosessualità, appena accennato nel romanzo, mentre sfuggono, al contrario, “in parte l’ironia, il senso storico, la dicotomia tra artista-interprete ed esteta-vittima del decadentismo, presente in Aschenbach” (Bencivenni). Elementi che Visconti aveva evidenziato nel precedente lungometraggio La caduta degli dei, dove il nazista amante delle citazioni colte si chiama non casualmente come il protagonista di Morte e Venezia, e che riprese nel successivo film, andando a definire una vera e propria “Trilogia tedesca”.

13. Ludovico II di Baviera, la sua vita al centro del terzo capitolo della “Trilogia tedesca” di Visconti

Per chiarire e approfondire il proprio discorso sulla cultura germanica Visconti si concentrò sulla figura di Ludovico II di Baviera. La sua vita, la sua ambizione di lasciare un segno, seppur indirettamente, anche in campo artistico, la sua morte prematura era diventata, e continua ad essere, fonte di ispirazione per poeti, romanzieri, registi. Lo stesso cineasta era rimasto affascinato dai suoi luoghi, visitati durante le riprese de La caduta degli dei, e da quel contrasto tra la norma borghese e l’eccentrica solitudine dell’esperienza artistica. Una difficoltà a vivere e a raccontare il quotidiano che Visconti sentiva propria, ancor più a sessantacinque anni. A tal proposito scrisse sulle pagine de La Stampa datate 21 giugno 1972: “Sono stato giovane anch’io e ho fatto La terra trema, Ossessione, Rocco e i suoi fratelli. Adesso sono troppo vecchio per affrontare i problemi di una realtà che non conosco appieno: sono nell’età in cui gli impiegati si trovano già in pensione, lavoro ancora ma soltanto perché mi diverte e mi è necessario. Penso che ai giovani spetti raccontare il loro tempo. A noi […] sia concesso fare un altro cinema, non certo un cinema evasivo ma quello che sentiamo più consono a noi: è una libertà che ci siamo conquistata, credo”. Con queste premesse nacque Ludwig.

14. Helmut Berger ne I giardini dei Finzi Contini

Soggetto e sceneggiatura vennero scritti dal regista insieme a Suso Cecchi d’Amico ed Enrico Medioli. Il ruolo del protagonista fu dell’amato Helmut Berger che, quasi a dimostrare che non era semplicemente l'”uomo di Visconti”, aveva recitato con successo ne Il giardino dei Finzi Contini (1970) di Vittorio De Sica e nel bel giallo di Duccio Tessari Una farfalla con le ali insanguinate (1971).

Da segnalare, inoltre, la presenza di Trevor Howard (Cliftonville, 29 settembre 1913 – Londra, 7 gennaio 1988), più volte diretto da Carol Reed; John Moulder-Brown (Londra, 3 giugno 1953) attore britannico che aveva all’attivo decine di film, spesso non accreditato; Marc Porel, pseudonimo di Marc Michel Marrier de Lagatinerie (Losanna, 3 gennaio 1949 – Casablanca, 15 agosto 1983) l’anno prima assassino in Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci; e Gert Fröbe, all’anagrafe Karl Gerhart Fröbe (Zwickau, 25 febbraio 1913 – Monaco di Baviera, 5 settembre 1988) il temibile Goldfinger dell’omonimo film della serie 007. Tra le attrici Romy Schneider, Silvana Mangano, già dirette dal regista, e Sonia Petrova (Parigi, 13 gennaio 1952) ballerina francese al suo terzo film. Il cast venne, infine, arricchito dalla presenza di interpreti cari a Visconti: Helmut Griem, Umberto Orsini, Heinz Moog, Nora Ricci.

15. nel cast di Ludwig anche l’attore Gert Fröbe, noto per la sua interpretazione di Goldfinger nel film della serie 007

Ludwig stava prendendo forma, ma poco dopo la fine delle riprese, il 27 luglio del 1972, Luchino Visconti fu colpito da un violento ictus che gli paralizzò braccio e gamba sinistra (secondo la testimonianza di Enrico Medioli fu fatale il cambiamento climatico dal freddo inverno austriaco ai torridi studi di Cinecittà). Berger rimase al suo fianco e la preoccupazione di portare a termine il film aiutò il regista a reagire. Durante la convalescenza a Cernobbio a casa della sorella Ida, infatti, si fece portare una moviola per effettuare il montaggio. Ludwig divenne un meraviglio affresco storico di quattro ore. Troppe per i produttori. Visconti suggerì di accorciare alcune scene, ma era troppo stanco per combattere e alla fine vennero tagliate intere parti: quella riguardante la commissione che esaminava lo stato mentale di Ludwig e i relativi flashback e quelle che mettevano più in evidenza l’omosessualità del Re.

16. Luchino Visconti, Romy Schneider ed Helmut Berger sul set di Ludwig

Ludwig venne distribuito, dal 7 marzo del 1973, nella versione mutilata (173′) che il regista si rifiutò di vedere. Negli anni successivi, col fallimento della casa di distribuzione, Ludwig andò addirittura perso. Venne ritrovato, per caso, solo nel 1978 da Suso Cecchi d’Amico che seppe di un’asta riguardante il negativo originale. La donna radunò amici ed estimatori di Visconti, tra questi anche il montatore Ruggero Mastroianni, e grazie all’aiuto economico della RAI riuscì ad aggiudicarsi il film. Iniziò così una rigorosa opera di restauro.

Ludwig, nella versione integrale pensata dal regista della durata di oltre quattro ore (uno dei film italiani più lunghi di sempre), venne presentato alla Mostra di Venezia del 1981.

17. Ludwig (1973)

1864. Ludwig (Helmut Berger), appena diciottenne, è incoronato Re di Baviera. Pervaso da propositi di mecenatismo, chiama a sé Richard Wagner (Trevor Howard), sospetto e inviso alla corte. La sua infatuazione wagneriana si mescola alla passione idealizzata che nutre verso sua cugina Elisabetta (Romy Schneider), imperatrice d’Austria; ma lei cerca di indirizzare i sentimenti del Re verso sua sorella Sofia (Sonia Petrova). Dopo la prima del Tristano, Wagner sollecita sempre più avidamente il suo mecenate; finché la sua ipocrisia, l’opposizione del governo, lo scandalo della sua relazione con Cosima von Bulow (Silvana Mangano), costringono Ludwig a farlo allontanare da Monaco. 1866: la Baviera entra nella guerra austro-prussiana. Ludwig, che si era inutilmente opposto all’intervento, abbandona la capitale. Il conte Duerckheim (Helmut Griem), portandogli la notizia della resa alla Prussia, cerca di distoglierlo dalle sue eccentricità. Improvvisamente, Ludwig annuncia il suo fidanzamento con la principessa Sofia. Ma il fidanzamento si rivela una penosa formalità e Ludwig, che nel frattempo è diventato amante del suo valletto Hornig (Marc Porel), lo annulla. Intanto peggiorano le condizioni mentali del fratello minore Otto (John Moulder-Brown), e la madre (Izabella Teleżyńska) cerca conforto convertendosi alla religione cattolica. Ludwig è costretto a far entrare la Baviera tra i vassalli della Prussia. Amareggiato, invecchiato, imbruttito, si rifugia nel suo mondo artificioso: nelle sue regge, nei versi teatrali declamati dall’attore Joseph Kainz (Folker Bohnet), nelle orge con i servi. Elisabetta cerca di raggiungerlo nei suoi castelli; ma egli, vergognoso della propria decadenza, rifiuta di riceverla. Una commissione governativa guidata dall’ex favorito Holnstein (Umberto Orsini), si presenta a destituirlo come malato di mente. Ludwig li fa arrestare; ma poi, incapace di reagire agli eventi, viene fatto prigioniero. La notte del 13 giugno 1886 lo psichiatra professor Gudden (Heinz Moog) si offre di accompagnarlo per una passeggiata nel parco e poco dopo entrambi vengono trovati morti sulle sponde del lago di Starnberg.

18. Ludwig prigioniero del suo regno

Ludwig fu l’incontro più discutibile, incontrollato, eccessivo, tra Visconti e la cultura del decadentismo. Ma rimane anche uno dei suoi film più sinceri e affascinanti grazie ad uno stile mai così teatrale e sontuoso. Il Re, un grande Berger (doppiato da Giancarlo Giannini) credibile anche nel disfacimento fisico, viene descritto come un sognatore che vuole esercitare il potere per favorire l’arte, a partire dal rapporto col borghese Wagner, ma finisce prigioniero “dell’artificio e del kitsch” (Mereghetti).

Notevole anche la parte “tecnica” del film: le scenografie realizzate da Mario Chiari, che aveva già collaborato con Visconti ne Le notti bianche; i costumi ancora una volta di Piero Tosi, ancora una volta nominato all’Oscar (nel 2014 al costumista italiano “un visionario i cui incomparabili costumi superano il tempo facendo vivere l’arte nei film” verrà conferito un Oscar onorario); la colonna sonora, diretta da Franco Mannino, che comprende anche l’ultima composizione per pianoforte di Wagner, eseguita per la prima volta.

Numerose le scene indimenticabili: l’incoronazione, il rapporto tormentato con la cugina, l’orgia con i servi (con una colorazione rossastra simile a quella de La caduta degli dei), Ludwig solo e folle nei suoi castelli.

19. Ludwig – Requiem per un re vergine (1972) di Hans-Jürgen Syberberg

Le vicende e il mito di Ludwig influenzarono anche altri registi. Una citazione merita Ludwig – Requiem für einen jungfräulichen König (Ludwig – Requiem per un re vergine, 1972) del tedesco Hans-Jürgen Syberberg (Harry Baer nella parte del protagonista) che raccontò il Re della Baviera col suo stile personalissimo fatto di deformazioni visionarie. Syberberg aprì con Ludwig la sua “Trilogia tedesca” che proseguì con Karl May (1974) e Hitler, ein Film aus Deutschland (Hitler, un film dalla Germania, 1977), Visconti la chiuse, ma, nonostante la malattia non smise di fare cinema come tenne a sottolineare: “Né la vecchiaia né la malattia hanno piegato la mia voglia di vivere e di fare. Io mi sento fresco per altri dieci film, non uno… Film, teatro, musical… Io voglio affrontare tutto, tutto” (“L’Europeo”, n. 21 del 1974).

Quando venne colpito dall’ictus Visconti era stato ricoverato d’urgenza in una clinica di Zurigo. Ironia della sorte, la stessa dove era morto l’amato Thomas Mann. Si fece così più forte l’idea di portare sul grande schermo “Der Zauberberg” (“La montagna incantata”), romanzo dello scrittore tedesco con al centro il mistero della sofferenza e della malattia. Ma dopo un’edizione della commedia “Tanto tempo fa” tratta da Harold Pinter, da cui scaturì una polemica con il commediografo inglese, e la presentazione a Spoleto della sua ultima e forse massima regia lirica “Manon Lescaut” da Puccini, venne contattato da Edilio Rusconi per un nuovo film. La notizia suscitò non poche polemiche a sinistra, Rusconi era un editore di destra, anche l’amico e compagno Citto Maselli sconsigliò la collaborazione, ma alla fine Visconti accettò.

20. Luchino Visconti ed Enrico Medioli

L’idea del film fu Enrico Medioli. Lo sceneggiatore viveva a Roma in un elegante appartamento su due piani con stili e “anime” profondamente diverse: da quello spunto nacque il soggetto poi sviluppato insieme allo stesso Visconti e a Suso Cecchi D’Amico. Un film capace di affrontare le tematiche care al regista, senza gravare sulle sue precarie condizioni fisiche. Un film intimo che riprendeva un Gruppo di famiglia in un interno.

Il principale ruolo femminile venne proposto a Audrey Hepburn che rifiutò considerandolo troppo torbido e immorale. A “soccorre” una volta di più Visconti fu così Silvana Mangano, al quarto film col regista. Nel cast anche Burt Lancaster, che tornò a lavorare col “Conte rosso” dopo Il Gattopardo; Helmut Berger, come sempre bello e dannato; Claudia Marsani (Nairobi, 5 febbraio 1959) e Stefano Patrizi (Firenze, 13 ottobre 1950) al loro debutto sullo schermo. Piccole parti, infine, per Claudia Cardinale e Dominique Sanda. Gruppo di famiglia in un interno uscì il 10 dicembre 1974.

21. Gruppo di famiglia in un interno (1974)

Un anziano Professore (Burt Lancaster) vive in solitudine, circondato da libri e quadri di cui è collezionista: ritratti di gruppi familiari. Una signora “bene” Bianca Brumonti (Silvana Mangano), riesce a convincerlo ad affittarle l’appartamento superiore, dove sistema il suo amante Konrad (Helmut Berger), e la figlia Lietta (Claudia Marsani) con il suo ragazzo Stefano (Stefano Patrizi). L’austero Professore rimane sconcertato dalla volgarità dei suoi inquilini e dai rapporti che li legano; ma è tuttavia toccato dalla franchezza di Lietta e dalla personalità di Konrad, che rivela un passato di studi e di attività politica. Ora Konrad è compromesso in loschi traffici: una notte viene aggredito, e il Professore lo nasconde nel suo appartamento. Tra i due sembra stabilirsi un contatto; poi Konrad torna alla sua solita vita, e Bianca alle sue solite scenate. Il Professore, disgustato, non vuole più rivedere nessuno di loro. Ma presto si accorge che essi costituiscono ormai la sua “famiglia”, e che la loro presenza lo ha ridestato da un sordo letargo. Li invita a cena per una riconciliazione. Si scatena invece un feroce conflitto, e Konrad dichiara di aver denunciato il marito di Bianca come golpista di destra. Poco dopo il Professore trova Konrad morto nel suo appartamento, e anche per lui, di nuovo solo, non resta allora che aspettare la fine.

Una riflessione piena di sfumature sulla decadenza della cultura occidentale in cui Visconti, tornato a confrontarsi con la contemporaneità, “non è tenero né con le illusioni del vecchio intellettuale né con le velleità giovanili, che possono trovare la catarsi solo nel suicidio” (Mereghetti).

22. Helmut Berger e Burt Lancaster

Il Professore, ispirato alla figura dello scrittore Mario Praz, si affiancò ad una magnifica galleria di “solitari” portata sul grande schermo da Visconti: Mario (Le notti bianche), il principe di Salina (Il Gattopardo), von Aschenbach (Morte a Venezia), il Re della Baviera (Ludwig). Al personaggio interpretato da Burt Lancaster sono così legati i momenti più toccanti del film, tra tempo e memoria, dalla metafora dell’inquilino come messaggero di morte alle immagini idealizzate di madre e moglie (Dominique Sanda e Claudia Cardinale).

Il film ottenne numerosi riconoscimenti (tra gli altri David di Donatello, Nastro d’Argento), ma la fame di cinema di Visconti non era ancora sazia. Nonostante la malattia, infatti, il regista tornò su alcuni vecchi progetti, La montagna incantata da Mann, Alla ricerca del tempo perduto da Proust, la biografia del compositore Giacomo Puccini e quella della scrittrice Zelda Fitzgerald.

23. benché provato dalla malattia Luchino Visconti diresse L’innocente con Giancarlo Giannini e Laura Antonelli

Gli venne, invece, proposto un adattamento da Gabriele D’Annunzio, autore amato e poi “rimosso in parte per l’antipatia nutrita verso l’uomo e l’esteta guerrafondaio” (Bencivenni). Il regista pensò prima a “Il piacere”, poi definitivamente a “L’innocente”. Ma nell’aprile del 1975, mentre era impegnato nella sceneggiatura, Luchino Visconti cadde. Si ruppe spalla e gamba destra. Le condizioni di salute peggiorarono ulteriormente. Il regista fu immobilizzato su una sedia a rotelle, ma continuò con grinta a fare cinema. Portò a termine la sceneggiatura con i “soliti” Suso Cecchi D’Amico e Enrico Medioli e iniziò le riprese. Tra gli interpreti de L’innocente Giancarlo Giannini, Laura Antonelli, Jennifer O’Neill, Marc Porel, Rina Morelli e Massimo Girotti.

Terminate le riprese Visconti, benché sempre più stanco e malato, lavorò al montaggio insieme a Ruggero Mastroianni. Dopo una proiezione privata si dichiarò insoddisfatto del risultato e anticipò alcune modifiche a Suso Cecchi d’Amico. Non fece in tempo a farle. Morì il 17 marzo del 1976 a seguito di una violenta trombosi.

Un volantino, listato a lutto, apparve per le vie di Roma: “Uomo di cultura superiore. La sua opera immensa ha illustrato la storia dell’arte, della cinematografia e del teatro del nostro Paese, d’Europa e del mondo. Militante e antifascista dalla Resistenza che sempre manifestò una profonda solidarietà e lealtà per chi lavora e lotta”.

24. Berglinger e Pertini ai funerali di Visconti

Al suo funerale, che ebbe luogo il 19 marzo 1976 nella Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio a Roma, si unirono le sue grandi famiglie: i parenti, gli amici di teatro e cinema, i compagni del PCI. Presenti, anche, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, quello della Camera Sandro Pertini, il Segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer e anche molti di quelli lo contestarono e contrastarono in vita. Oggi le ceneri di Luchino Visconti riposano, insieme a quelle della sorella Uberta, sotto una roccia a Ischia nei pressi della sua storica residenza estiva “La Colombaia”.

L’innocente venne portato a termine da Suso Cecchi d’Amico, secondo le indicazioni di Visconti, e presentato fuori concorso al Festival di Cannes del 1976.

25. L’innocente (1976)

Roma, 1891. I rapporti fra Tullio Hermil (Giancarlo Giannini) e la moglie Giuliana (Laura Antonelli) sono da tempo puramente formali; e lei accetta, apparentemente senza reagire, la relazione del marito con la contessa Teresa Raffo (Jennifer O’Neill). Durante la loro assenza, Giuliana conosce lo scrittore Filippo d’Arborio (Marc Porel) e, al loro ritorno, si rifugia in campagna, presso la villa della suocera (Rina Morelli). Sentendo la moglie sfuggirgli, Tullio prova di nuovo attrazione per lei e le propone di ricominciare insieme una nuova vita. Ma, subito dopo l’apparente riconciliazione, apprende che lei è incinta di d’Arborio. Giuliana rifiuta di abortire, e nel frattempo il suo amante muore di una malattia tropicale. Tullio è costretto ad accettare la gravidanza, ma è ossessionato dalla gelosia. La notte di Natale, mentre tutti sono a messa, espone il neonato all’aria gelida. Il bambino muore, e Giuliana sfoga finalmente il suo odio verso il marito. Tullio confida l’intera vicenda a Teresa che si dissocia dal suo mostruoso egocentrismo. Sentendosi sconfitto, Tullio si suicida di fronte all’amante.

L’innocente di Visconti allargò lo sguardo rispetto al libro di D’Annunzio, cambiando il finale, inserendo nel sontuoso ritratto della Roma umbertina e del clima culturale Fin de siècle, tematiche ancora oggi attuali quali la condizione della donna e il tema dell’aborto. Il regista riprese, inoltre, temi a lui cari, come la dissoluzione della famiglia e la fine di un’epoca. Anche quella del regista, purtroppo, era finita.

26. Luchino Visconti autore di quasi cento regia tra teatro, lirica, balletto e cinema

Autore di quasi cento regie (45 teatrali, 20 liriche, 2 balletti, 20 cinematografiche), Luchino Visconti fu il massimo uomo di cultura e di spettacolo italiano del primo trentennio postbellico. Le sue opere sono ancora allestite (come il “Don Carlo”) e studiate. I suoi film raccontano l’Italia, quella fascista, quella del miracolo economico, quella delle mobilitazioni giovanili e delle lotte dei lavoratori, con una lucidità e un fervore intellettuale difficile da trovare in altri colleghi.

Le sue pellicole attraversarono più generazioni di attrici e attori, che il regista seppe esaltare e in qualche caso scoprire: Massimo Girotti (l’unico a comparire sia nel primo sia nell’ultimo film di Visconti), Clara Calamai, Anna Magnani, Walter Chiari, Alida Valli, Marcello Mastroianni, Alain Delon, Annie Girardot, Claudia Cardinale, Burt Lancaster, Dirk Bogarde, Umberto Orsini, Paolo Stoppa, Silvana Mangano fino ad arrivare a Giancarlo Giannini e Laura Antonelli.

27. Helmut Berger ne Il padrino – Parte III (1990) di Francis Ford Coppola

Ma fu soprattutto Helmut Berger ad essere elevato, professionalmente e umanamente, dall’opera di Visconti. I due rimasero legati, tra alti e bassi, fino alla morte del regista. Senza il cineasta al suo fianco l’attore austriaco non trovò più l’ispirazione dentro e fuori dal set. Tra matrimoni falliti, relazioni improvvisate, accuse di poligamia, l’unico ruolo che si ricorda volentieri, benché irriconoscibile, è quello del banchiere Frederick Keinszig (ispirato a Calvi) ne The Godfather: Part III (Il padrino – Parte III, 1990) di Francis Ford Coppola. Oggi Helmut Berger vive con un modesto sussidio dello Stato italiano e si dichiara ancora la “vedova di Visconti”.

Seguendo le orme dello zio anche il nipote Eriprando Visconti (Milano, 24 settembre 1932 – Mortara, 25 maggio 1995), figlio del fratello Edoardo e di Nicoletta Arrivabene, cercò fortuna nel cinema, ma dopo un debutto interessante, fu assistente di Bellissima di Luchino Visconti e de Gli sbandati di Citto Maselli, passato alla regia si perse. Da citare Il caso Pisciotta (1972), La orca (1976) e Oedipus orca (1977).

Il Visconti regista è quindi solo Luchino, che ha ispirato generazioni di registi, Antonioni, Bertolucci, Scorsese, e che ci ha lasciato immagini indimenticabili: l’incontro tra Gino e Giovanna in Ossessione, il lavoro dei pescatori ne La terra trema, l’esuberanza di Anna Magnani in Bellissima e Siamo donne, lo stupro e l’omicidio di Nadia in Rocco e i suoi fratelli, il ballo finale ne Il Gattopardo, la decadenza della “Trilogia tedesca” e più in generale riflessioni mai banali e un tema, ieri come oggi, ancora tabù: quello dell’omosessualità.

28. Luchino Visconti, una delle figure più importante della cultura italiana

Per Luchino Visconti, tuttavia, questa storia di cultura magnifica non era tutto. Per il regista era fondamentale la militanza politica, il comunismo visto quasi come una religione laica, una missione: “Sin dalla Resistenza ho cominciato a legarmi con amici comunisti. Sin da allora sono stato comunista. Le mie idee al riguardo non sono mai cambiate. Anche ora sono dalla parte del partito comunista. In verità non sempre, non sempre sempre. Qualche volta posso anche discutere le posizioni del partito. Ma in generale sono dalla sua parte”.

Ripercorrendo negli anni della vecchiaia la sua vita Luchino Visconti dichiarò che la parte più importante era stata la Resistenza e in merito ad un possibile epitaffio sintetizzò: “Stendhal avrebbe voluto che si incidesse sulla sua tomba questa epigrafe: ‘Adorava Cimarosa, Mozart e Shakespeare’. Allo stesso modo vorrei che si scrivesse sulla mia: ‘Adorava Shakespeare, Čechov e Verdi’. Verdi e il melodramma italiano sono stati il mio primo amore. Quasi sempre la mia opera emana qualche tanfo di melodramma, sia nei film che nelle regie teatrali. Mi è stato rimproverato, ma per me è piuttosto un complimento”.

LA PRIMA PARTE

LA SECONDA PARTE

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia
“Luchino Visconti” di Alessandro Bencivenni – Castoro
“Luchino Visconti” di Gianni Rondolino
“Storia del cinema” di Gianni Rondolino – UTET
“Il Mereghetti. Dizionario dei film 2019” di Paolo Mereghetti – Baldini & Castoldi

Immagini tratte da: immagine in evidenza Screenshot del film Ludwig e foto tratta da www.articolo21.org; foto 1 Screenshot del film; foto 2 www.dagospia.com; foto 3 da twitter.com (Domenico Tarantini); foto 4, 5, 6, 7, 8 Screenshot del film La caduta degli dei; foto 9, 13, 28 da it.wikipedia.com; foto 10 Screenshot del film Alla ricerca di Tadzio; foto 11, 12 Screenshot del film Morte a Venezia; foto 14 Screenshot del film I giardini dei Finzi Contini; foto 15 Screenshot del film Agente 007 – Missione Goldfinger; foto 16 da panorama.it; foto 17, 18 Screenshot del film Ludwig; foto 19 Screenshot del film Ludwig – Requiem per un re vergine; foto 20 cinema.fondazionemilano.eu; foto 21, 22 Screenshot del film Gruppo di famiglia in un interno; foto 23 da pinterest.com; foto 24 Screenshot del film del documentario Luchino Visconti, il conte rosso; foto 25 Screenshot del film L’innocente; foto 26 da www.spettakolo.it; foto 27 Screenshot del film l padrino – Parte III.
Le immagini sono di proprietà dei legittimi proprietari e sono riportate in questo articolo solo a titolo illustrativo.

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