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Teatro

Ma l’Atene di Aristofane parla della nostra politica

Aristofane è sempre stato un «problema» a metterlo in scena oggi. La scrittura del commediografo ateniese del quinto secolo avanti Cristo è forte e puntuta. Fa ridere certo, ma il suo attacco contro i governi, di qualunque tipo siano, non risparmia nessuno. Ed è ovvio che nella culla della democrazia, facilmente la critica spietata dell’autore comico finisca nell’accusa di reazionario, che agogni chissà quale populismo dittatoriale. Per questo i suoi titoli appaiono raramente in scena, e soprattutto nelle «estive» di bocca buona, dove si può accentuare il lato scollacciato di Lisistrata o delle Donne al parlamento.

Ora anche i più scettici potrebbero ricredersi, assistendo a I cavalieri (andati in scena al Teatro studio del Comunale, prodotti dallo stabile di Bolzano, e si spera vengano ripresi e fatti girare). Il testo di Aristofane è stato tradotto e ridotto da Roberto Cavosi, che ne firma anche la regia (dopo un concorso in cui il pubblico lo ha scelto rispetto ad altri testi). Il risultato è uno spettacolo forte e interessante, molto divertente quanto amaro. Perché a vederlo nei giorni della trattativa giallo-verde per il governo (anche se preparato nei mesi precedenti), venivano quasi i brividi per la loro trasparente somiglianza. Anche se la trama di Cavalieri è narrata in modo piuttosto fedele, con una traduzione piena di «eccessi» che ben rendono lo spirito caustico e senza censure dell’autore.

In una Atene sporca e vissuta, quasi maleodorante al solo vederla, la casta del titolo cerca di convincere il Popolo credulone, pigro e disposto a molto se non a tutto, a liberarsi del dominio di Paflagone (Fulvio Falzarano) che mente sfacciatamente e intorta le masse, accudito dai suoi servitori (i bravi e disinvolti Michele Nani e Loris Fabiani). Propongono quindi di liberarsi dello strapotere al potere, sostituendolo con una figura di loro fiducia, il Salsicciaio, che con le sue crasse specialità a base di interiora (e con la bravura magneticamente simpatica di Antonello Fassari) evoca da solo la soddisfazione dei bisogni primari, a cominciare dalla fame.

In scena, invenzione di Cavosi, c’è lo stesso Aristofane, promosso a maestro musicale di quelle bande entrambe di imbroglioni, che predicano molto e razzolano malissimo (a tratti anche disgustosamente). E a un tratto quel testo, di 2500 anni fa, ci parla di noi, e della nostra politica. E Aristofane si riprende il campo, con uno spettacolo fortissimo, e imperdibile.

GIANFRANCO CAPITTA

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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