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Teatro

Paolo Poli, l’implacabile chirurgo

Un giovane Paolo Poli

Si esce quasi commossi, oltre che divertiti e addolorati per la sua scomparsa: è una mostra davvero fuori dell’ordinario quella che ci fa lampeggiare davanti agli occhi  Paolo Poli è…, arrivata da qualche settimana da Firenze al teatro Valle (e sensatamente prorogata fino al 6 gennaio). L’artista fiorentino (che molto amava il Valle per il suo rapporto ottimale tra palcoscenico e platea) vi appare infatti in moltissime immagini, dichiarazioni e brani di spettacoli, dai primi anni 60 (ma ci sono foto anche di certe sue recite scolastiche e adolescenziali, già birichine) fino alle ultime messinscene. Poli è scomparso due anni fa: ne aveva 87, e da poco tempo aveva smesso le sue massacranti tournée, ma non aveva mai perso il suo spirito e la sua cultura: mordace, enciclopedico, irresistibile. Una figura unica nel teatro italiano dopo la seconda guerra mondiale, degno di figurare in un ideale pantheon di attori con pochissimi altri, come Carmelo Bene e l’indomita Franca Valeri. Un teatro di intelligenza e di godimento, di cui l’attore è anche autore e portatore, e mentre sembra attraversare il presente o l’immediato passato, precorre tempi, fantasie ed emozioni future del proprio pubblico. Un teatro spoglio di mezzi faraonici e «realistici» (per Poli scene di cartapesta, anche se disegnate da Lele Luzzati, e i costumi sfolgoranti di Santuzza Calì, che paiono di infantile trovarobato), ma ricco di visioni e di allusioni esplosive.

Lungo la sua lunga carriera Paolo Poli è stato un implacabile «chirurgo» del nostro paese, attraverso il bagaglio culturale che tutti ci portiamo dietro, con il bisturi affilato (e le sue smorfie icastiche e l’occhio sgranato, e le boccucce inarcate) della sua implacabile consapevolezza. Senza darla a vedere, ma andando giù a colpo sicuro tra credenze, debolezze, ambizioni e superficialità di un intero paese. E sarebbe interessante se qualche cattedratico vincesse la sua pigrizia accademica, e si applicasse a studiare l’uso e il senso di un patrimonio «all’antica italiana», rovesciato e proiettato in avanti da attori come Paolo Poli e Carmelo Bene. Si è ripetuto spesso che hanno dato corpo l’uno all’apollineo e l’altro al dionisiaco della scena italiana moderna, ma varrebbe approfondire, a uso delle nuove generazioni di teatranti, come e in quale senso entrambi abbiano assistito e fatto tesoro delle recite della gloriosa compagnia D’Origlia-Palmi. Entrambi tentati dal cinema e dalla tv, ma irrefrenabili portatori del contatto incandescente con lo spettatore in platea. Altrimenti si rischia di rimanere bloccati alla interpretazione televisiva che rende Bene un esaltato «retorico» e Poli un maniaco del travestitismo malizioso.

Poli ha fatto molta televisione, da mitiche tv dei ragazzi a programmi culturali, in cui interloquiva, per fare un esempio, più che alla pari con Umberto Eco, che poi sarebbe stato un suo forte ispiratore e perfino «autore». Mancano purtroppo nella mostra certe sue perfide interpretazioni infantili: era Filiberto al fianco di una Mondaini-Arabella nientemeno che a Canzonissima! E poi il capolavoro dei suoi intermezzi cantati (complice l’altrettanto divina amica Laura Betti) dello sceneggiato E adesso pover’uomo? tratto dal romanzo di Fallada: una fotografia crudele e svagata dell’intervallo tra le due guerre, come solo dopo Liza Minnelli ci diede attraverso i racconti di Isherwood. Ma la mostra del Valle (curata da Rodolfo Di Giammarco e Andrea Farri) di soddisfazioni ne dà moltissime: una mostra da gustarsi con calma.

In un trionfo di costumi e ambienti che riportano i contesti nobiliar/pretenziosi delle sue creature e vittime amatissime tra le poltrone e le scalinate della sala romana, è doveroso percorrere la teoria di stazioni che di Poli restituiscono la storia: un monitor per palchetto, per ogni spettacolo, in ordine cronologico, fa brillare cuore e memoria. Immagini commoventi, capaci di ridare la bellezza e la dissimulata grandezza di un artista che tra canzoncine maliziose e storielle sporcaccione, ha dato moltissimo, al pubblico e alla cultura di questo paese. E non solo: merita verificarlo nel reading allettante in cui Marco Cavalcoli, sempre al Valle, mette a confronto Paolo Poli e David Bowie. Alle 21 del prossimo sabato 10, e poi ancora il 29 dicembre e il 5 gennaio.

GIANFRANCO CAPITTA

da il manifesto.it

foto tratta da Wikimedia Commons

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