L’occupazione tedesca in Italia. 1943 – 1945

Passerà alla storia con il nome in codice “Fall Achse” (“Operazione Asse“), ma per la vulgata comune è esattamente il titolo dato al saggio dello storico Lutz Klinkhammer: “L’occupazione...

Passerà alla storia con il nome in codice “Fall Achse” (“Operazione Asse“), ma per la vulgata comune è esattamente il titolo dato al saggio dello storico Lutz Klinkhammer: “L’occupazione tedesca in Italia. 1943 – 1945” (Bollati Boringhieri, 2016). Alle prime avvisaglie di un probabile cedimento del regime fascista, fin dal maggio del ’43 Hitler e il suo gabinetto di guerra preparano una contromossa, qualora l’Italia decidesse di rescindere l’alleanza con il Terzo Reich e porsi nel campo avverso, quello degli Alleati.

La previsione del Führer non è una delle tante ansiogene ed esasperate agitazioni del suo megalomanismo, della sua predisposizione ad avere tutto sotto controllo. Questa volta Hitler percepisce che qualcosa sta andando nel verso sbagliato in Italia, anche se, apparentemente, il rapporto di fiducia tra regime mussoliniano e monarchia sabauda sembra quello di sempre, non soggetto ad alterazioni in negativo.

I tedeschi sono al corrente delle critiche di una parte dei gerarchi nei confronti del permanere dell’alleanza con la Germania e inviano, dall’ambasciata di Roma, precisi e puntuali rapporti a Berlino su quelli che potrebbero essere i presupposti di eventuali congiure per ridimensionare il potere del Duce, oppure per soluzioni più drastiche, come del resto di lì a breve si verificherà nei fatti, la sua sostituzione al governo del Paese.

Klinkhammer, che ha studiato una veramente esorbitante quantità di documentaristica in tal senso, parte dall’analizzare proprio i rapporti di potere che intercorrono nel regime fascista, nel suo raffrontarsi tanto con una società italiana sempre meno disposta al prolungamento della guerra, quanto con un apparato del PNF, con tutti i suoi prolungamenti istituzionali e le infiltrazioni costruite nel corso del Ventennio.

Giunge quindi al raffronto con lo Stato nazista e, senza smentire certamente le conclusioni di Kershaw sul lavoro “incontro al Führer“, come effetto spontaneistico del diffondersi del rigido controllo del regime su tutto e tutti, evidenzia le modificazioni del potere che si sono realizzate a partire dal 1922 e 1933 fino al momento critico del 1943. La macchina della morte che ha condotto Germania ed Italia al lancio mondiale della guerra muta con l’avvicendarsi di un sempre maggiore allargamento del conflitto.

Se rimangono intatti i capisaldi ideologici dei due regimi, pur implementandosi quello italiano della ferale introduzione nell’ordinamento giuridico delle famigerate leggi razziali del 1938, quelli che alla fine del conflitto saranno i residui frastagliati degli apparati dirigenti dei due partiti fattisi Stato, e quella che sarà la disomogenea scomposizione di un potere irriconoscibile, se paragonato alle premesse “rivoluzionarie” seguite alla Grande Guerra, a posteriori sono rinvenibili nella crisi apertasi già con le prime disfatte in nordafrica e nell’est russo.

L’interessante, lucida e molto meticolosa analisi di Klinkhammer si sofferma sullo spostamento del centro di potere unico ad una “policrazia” che in Italia è, senza dubbio, più facilmente evincibile rispetto al presunto monolitismo del regime hitleriano. Il “Führerprinzip” (“Principio del capo“) non è soltanto quello specialissimo diritto interno al NSDAP che impone il volere di Hitler come statuto incontestabile, mutevole a seconda degli umori del dittatore; è tradudicibile anche, e non solo sul piano linguistico, come “supremazia” assoluta.

I pieni poteri sono, del resto, una caratteristica dell’assolutismo dei regimi fascisti e nazisti; così come le sono i ricorsi alle leggi speciali che, molto più semplicemente, altro non sono se non l’estensione di regole senza alcun limite per parti dello Stato di frenarne l’uso e, quindi, di scadere nell’abuso costante, ripetuto che, a sua volta, diventa Legge oltre la Legge.

La crisi del fascismo pone, per la prima volta dall’inizio dell’alleanza, dalla stesura e dalla firma del “Patto d’acciaio“, il problema della comunicazione alla popolazione della marcescibilità di questi regimi che si erano costruiti la solida corazza dell’imperiturità e cuciti addosso tutti gli abiti possibili e immaginabili della finzione per apparire imbattibili, incensurabili, incontrastabili. Il crollo repentino e, per certi versi, anche molto lasciato all’avventurismo, al “sia quel che sia“, da parte della convulsa pattuglia di gerarchi che si oppongono al permanere di Mussolini alla guida del governo, rimescola completamente le carte.

In una notte, quella del 25 luglio 1943, l’Italia passa dall’essere fascista a qualcosa di ancora molto poco comprensibile. Ma il regime crolla come un castello di carta e non c’è più nessunissima certezza: la gente è disorientata, inebriata per l’accaduto, illusa che la guerra possa finire o che, addirittura, sia già finita. Il proclama radiofonico di Badoglio farà ricredere tutti gli italiani: la guerra continua al fianco dell’alleato tedesco.

Ma Hitler, come sappiamo, già mesi prima aveva pianificato minuziosissimamente ogni intervento militare nella Penisola per evitare che cadesse in mano agli Alleati senza colpo ferire. Nel momento in cui, l’8 settembre, si rende noto l’armistizio firmato giorni prima a Cassibile, la macchina bellica del Terzo Reich scende dal Brennero e, senza incontrare resistenza, occupa praticamente tutta l’Italia fino oltre Napoli, fino a dove sono arrivate al momento le truppe angloamericane.

La situazione cambia nuovamente nel giro di pochissimi giorni: il Paese, che aveva sperato nella fine del conflitto, vi si ritrova immerso ben oltre il collo. La liberazione di Mussolini dal Gran Sasso e la costituzione del regime di Salò consegnano alla popolazione non solo la sensazione, ma l’oggettività di una condizione complessiva ancora più difficile di quella vissuta fino ad allora sotto i bombardamenti alleati, con le restrizioni alimentari, con un fascismo sempre più aggressivo, con una monarchia inetta e incapace di mettersi a capo della nazione.

L’occupazione tedesca durerà un anno e mezzo per l’Italia del Nord, leggermente meno per quella meridionale e centrale. Klinkhammer, a questo punto, passa in rassegna tutte le tribolazioni e gli eccidi perpetrati contro i paesi colpevoli di dare sostegno alle “bande dei ribelli“, ossia ai partigiani. Impressionante è il resoconto finale di un bilancio delle vittime che fa davvero spavento: duecentomila morti, di cui almeno centoventimila saranno civili. Gli ebrei deportati in Germania nei campi di concentramento e di sterminio saranno circa ottomila.

I soldati italiani trasferiti (leggasi letteralmente, anche qui, “deportati“) nel Terzo Reich ammonteranno alla esorbitante cifra di settecentomila e costituiranno gli “Internati Militari Italiani” (IMI) ridotti allo schiavistico lavoro per le industrie belliche tedesche, spesso circondario degli stessi lager. Mentre il nuovo regime repubblicano di Mussolini diviene il fantoccio del regime hitleriano in tutto e per tutto, la condizione della popolazione italiana peggiora sensibilmente.

Klinkhammer indaga, pagina per pagina, le complesse relazioni tra apparato di occupazione tedesco e quelle che dovrebbero essere le nuove autorità italiane. Di una Italia, a dire il vero, divisa a metà: al sud il legittimo governo di Badoglio che rappresenta il Regno d’Italia che ha firmato l’armistizio ed è in cobelligeranza con gli Alleati; al centro-nord la Repubblica Sociale Italiana, riconosciuta internazionalmente soltanto dall’Asse, dal Giappone e dai satelliti europei dell’Asse stesso.

Il proposito di Klinkhammer non è di riscrivere la storia dei rapporti di potere che intercorsero in quegli anni tra l’amministrazione militare tedesca e quella civile (e militare) italiana. Semmai, in questo saggio, che rappresenta davvero un diverso approccio nei confronti della narrazione fatta fino a poco tempo fa sulla perfezione della catena di comando nelle SS, nella Whermacht e nella reciprocità con l’improbabile ricostituito esercito fascista di Graziani o con le risorte camicie nere pavoliniane, apre nuovi interessanti spunti sulle particolarità di quel difficile periodo.

Il rischio di cadere nella semplificazione un po’ agiografica della tradizionale descrizione dell’obbedienza tedesca come virtù stessa di un potere che prescindeva dal nazismo stesso, si infrange nella modernissima complessità dei rapporti di potere e di interessi che ne derivano o che li informano. Interessi economici, sguardi oltre la guerra, su un futuro che, per gli italiani e i tedeschi è sinonimo di umiliazione, miseria, macerie, fame e disperazione. Per i gerarchi tanto di Berlino quanto di Salò è, da un lato la speranza di venire a patti con gli Alleati, dall’altro di fuggire e rifarsi una vita sotto mentite spoglie.

Mentre la guerra si aggrava ed entra nella sua cruciale fase finale, praticamente in tutto il 1944 e nei primi mesi del 1945, il regime fascista si consuma dal suo interno: le rivalità tra i gerarchi, un tempo tenute a bada e gestite direttamente da Mussolini, oggi prevalgono su una figura dittatoriale alla mercé tanto degli eventi che sopravanzano e scavalcano ogni mascellare esposizione propagandistica, quanto del pochissimo margine che a Mussolini lasciano i tedeschi nell’azione di governo.

La partita, scrive Klinkhammer, si gioca in particolare nell’intrecciarsi delle decisioni che vengono prese e smentite tra i diversi ministeri che stanno pigramente seduti sulle rive del lago di Garda. I tedeschi brutalizzano la popolazione, esacerbano le atrocità dei fascisti, li autorizzano a qualunque repressione possibile. Non c’è nessuna legge che protegga i civili. C’è l’arbitrio più totale in una condizione di gestione della macchina amministrativa dello Stato che pare più un ibridazione di sé stessa, un surrogato di un fascismo che non c’è più e che, al Teatro Lirico di Milano tenta ancora l’ultima illusoria difesa della valle del Po.

La considerazione più interessante, nemmeno tanto in secondo piano, che si insinua tra le pagine di questo importante saggio sulla presenza delle truppe e dell’amministrazione del Terzo Reich nel periodo della Repubblica Sociale Italiana, poggia sulla constatazione che, nonostante l’adozione dei metodi di gestione di polizia, di burocratizzazione delle istituzioni e persino delle relazioni internazionali tipici della Germania nazista, l’Italia dell’epoca collaborò fino ad un certo punto con l’occupante.

Ci fu, indubbiamente, una larghissima fetta di apparato fascista che seguì la linea della continuità con il Ventennio per restaurare tanto gli ideali primi dei Fasci di combattimento nel nuovo fascismo repubblicano, così come pure una parte di popolazione che, intimorita dal nuovo terrore instauratosi dopo la calata della Whermacht dal Brennero, fu costretta ad una stanca obbedienza. E poi, ci fu una minoranza che prese la via delle montagne e delle colline e iniziò la Resistenza, il partigianato.

Quella minoranza sfuggì completamente al controllo tanto dello Stato fascista quanto del proconsolato germanico nell’Italia occupata. Quelle centinaia di migliaia di combattenti per la libertà divennero per la popolazione la speranza celata dentro animi che, pubblicamente, dovevano mostrarsi ancora fedeli ad un regime agonizzante e spettro di sé stesso. La consapevolezza dell’odio popolare nei confronti dei fascisti era per i tedeschi un dato di fatto, qualcosa di oggettivo. Ed anche per questo le carneficine furono molte, le azioni di rappresaglia tra le più spietate e la repressione condotta senza quartiere.

Klinkhammer sottolinea in particolare il rapporto tra occupazione e consenso: una dicotomia di un tempo in cui la guerra era perduta e, coloro che la stavano perdendo, non si rassegnavano nel nome di una superiorità tanto razziale da cui proveniva un certo culto laico per una intelligenza superiore, una capacità persino politica notevolmente più elevata rispetto a quella che consideravano la bassezza e la decadenza delle democrazie liberali.

Un saggio, dunque, che ci mette davanti le responsabilità politiche, sociali e storiche di una Italia che, divisa in due, dilaniata da un processo di incoscienza irrisolvibile se non con una assunzione collettiva e singolare di colpa, avrebbe dovuto fare i conti con tutto questo molto tempo fa. E’ un atto di contrizione e di autocritica che non si è ancora prodotto come traduzione valoriale concreta della Resistenza e della Costituzione in tutta la popolazione italiana moderna.

In questo senso, come ha recentemente scritto Luciano Canfora, il fascismo non è davvero mai veramente morto.

L’OCCUPAZIONE TEDESCA IN ITALIA. 1943-1945
LUTZ KLINKHAMMER
BOLLATI BORINGHIERI, 2016
€ 27,00

MARCO SFERINI

6 marzo 2024

foto: particolare della copertina del libro, le truppe tedesche rastrellano via Rasella dopo l’attacco dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) alle truppe germaniche del battaglione “Bozen”


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