Il Partito Radicale. Sessanta anni di lotte tra memoria e storia

Anche una leggera brezza, ma un tutt’altro che timido venticello, può sollevare molta polvere. E’ un detto, un po’ parafrasato, che si addice alla storia del Partito Radicale. Una...

Anche una leggera brezza, ma un tutt’altro che timido venticello, può sollevare molta polvere. E’ un detto, un po’ parafrasato, che si addice alla storia del Partito Radicale. Una straordinaria anomalia nel panorama politico dell’Italia del secondo dopoguerra. Una intuizione che nasce dalla congiuntura favorevole di quei tempi per una innovazione del tutto particolare nel raffronto tra vita quotidiana, politica di palazzo, idee ed ideologie.

Già partendo dalle concezioni rivoluzionarie di una politica liberale piuttosto innovatrice e moderna, dai tratti progressisti, nell’Italia di inizio Novecento, portati avanti da Felice Cavallotti e Agostino Bertani (che include il suffragio universale maschile e femminile, la laicità dello Stato, quindi anche della scuola pubblica, una diversa amministrazione con un certo grado di devoluzione dei poteri e delle rappresentanze, nonché la lotta per la riduzione dell’orario di lavoro ad otto ore), il radicalismo prende forma e sostanza.

Sarà con Ettore Sacchi che quei primordi di politica alternativa tanto al popolarismo quanto al socialismo prenderanno un gusto anche fortemente anticlericale, per cui il concetto di laicità appena citato si completerà del tutto e rimarrà un tratto nettamente distintivo con tutte le altre forze politiche: in senso di lontananza rispetto a quelle conservatrici e filocattoliche; in senso di vicinanza a quelle ovviamente di sinistra, socialiste, comuniste e persino anarchiche.

Il radicalismo italiano, per questa sua eterogeneità che si condensa in un pensiero multiforme e multistrato, disomogeneo eppure al tempo stesso così unificante, passa, nella sua storicizzazione nazionale come elemento politico non più secondario, nell’impegno antifascista dei fratelli Rosselli, di Ernesto Rossi, in una declinazione liberal-socialista che nell’indimenticato foglio “Non mollare” trova la sua voce che si diffonde. Soprattutto tra gli esuli antifascisti.

Il partito che siamo abituati a considerare noi, in quello che è stato l’odeon della politica italiana postbellica, nasce a metà degli anni ’50, quando la guerra è ormai superata ma restano tante, troppe macerie: materiali, morali, culturali e civili. La Costituzione della neonata Repubblica, figlia della grande esperienza resistenziale, è il frutto di un compromesso su vasta scala che, però, non accetta compromissioni di parte.

Gianfranco Spadaccia, recentemente scomparso, ha reso a quella che è stata la sua parte politica per una vita intera, un servizio ultimo che gli fa onore per coerenza che è sintomo di una profonda affezione ideale ed anche ideologica. Ha scritto un libro che è forse la prima, vera storia del radicalismo italiano a far data, appunto, dagli anni in cui la ricostruzione dell’Italia avveniva grazie anche ad una rimodulazione dei rapporti di forza nazionali ed internazionali, in una Europa che sarebbe stata il perno di un dibattito sempre aperto tra i radicali.

Il Partito Radicale. Sessanta anni di lotte tra memoria e storia” (Sellerio editore Palermo, 2021) è un viaggio molto particolareggiato, circostanziato e ricchissimo di note e di riferimenti anche personali, che in oltre settecento pagine ricostruisce la meravigliosa storia di quell’eccentricità socio-politico-culturale che fu il mondo dei radicali italiani. Una modesta forza elettorale per lotte che contribuirono alla fisionomia moderna dell’Italia che apprendeva come poter essere nuova e antica al tempo stesso, moderna e tradizionale, laica e religiosa, non senza scontri frontali, divisioni verticali e dibattiti veramente costituenti una vera identità nazionale.

Quella che Spadaccia definisce compiutamente come l'”alternativa radicale” si pone allora, a metà degli anni ’50 del Novecento, ma in particolare con la fondazione vera e propria del partito nel turbinio vorticoso dei mutamenti del decennio successivo, porta come corredo della propria serietà intellettuale e della propria devozione sociale nei confronti dei più diseredati, dei meno tutelati, tutta l’esperienza pannunziana de “Il Mondo“, attorno alla quale ruotarono la geniale ironia di Ennio Flaiano, il currenti calamo di Corrado Alvaro, le visioni artistiche di Mino Maccari.

All’origine del Partito Radicale in Italia c’è, dunque, una convergenza di visioni della società attraverso le scienze e le arti più disparate: giornalismo, letteratura, pittura e pure la drammaturgia di Vitaliano Brancati. Si impone, piano piano, una cultura laica che si inserisce nella contrapposizione ormai divenuta classica (e un po’ tanto stereotipata da giornali, satira, radio e cinema) tra cattolici e comunisti, tra centro e sinistra.

Il liberalismo di Pannunzio non è quello di destra che prenderà il sopravvento proprio a metà degli anni ’50 con la linea indicata da Malagodi. Gli “amici del Mondo” non si separano, tengono convegni, ma fanno oggettivamente scelte diverse mano a mano che la politica muta col mutare degli eventi. Soprattutto internazionali. Dalla scissione del PLI, dall’incontro con gli anticipatori del futuro radicalismo della storia repubblicana d’Italia, nasce il “Partito radicale dei democratici e dei liberali“.

Ne fanno parte nomi di grande spicco: da Leo Valiani ad Eugenio Scalfari, oltre ovviamente a Pannunzio, Rossi e un giovane che si fa notare per la sua capacità oratoria, la sua veemenza: si chiama Giacinto Pannella, ma tutti ormai lo chiamano Marco. E Marco rimarrà per sempre. Oggi, con una traduzione piuttosto azzeccata della sua personalità in un concetto unificante, diremmo che il futuro leader indiscusso dei radicali italiani era e diverrà una “figura iconica” della politica del Bel Paese. Lui rappresenta quella che viene definita la “sinistra radicale” e che, beninteso, nulla ha a che fare con l’interpretazione odierna del binomio.

Pannella prende in mano il Partito Radicale dopo la travagliata vicenda del “caso Piccardi“. Fu lo storico Renzo De Felice ad attribuire a Leopoldo Piccardi, che era entrato a far parte del Partito Radicale dopo l’infelice parentesi di “Unità Popolare“, una partecipazione, tra il 1938 e il 1939, ad alcuni convegni italo-tedeschi che sarebbero stati in pratica il punto di partenza per l’elaborazione teorica delle “leggi razziali” antiebraiche. La questione lacerò i radicali tra dimissioni ed abbandoni. Pannella e la sua sinistra radicale trovano spazio proprio in questo frangente.

Si può discutere ancora oggi se si trattò di un salvataggio del PR o se si trattò invece di una vera e propria rifondazione dello stesso. Sta di fatto che, con la guida di Pannella, i radicali entrano nel vivo della contestazione anticlericale, anticipa la sua sua lunghissima tradizionale politica referendaria cercando di abolire il Concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica. Non di meno lancia campagne antimilitariste, per la difesa del diritto all’obiezione di coscienza, per una società in cui il rispetto della peculiarità difensiva delle forze armate sia veramente tale.

Salvo poi, nel corso della sua storia, entrare in contraddizione con questi presupposti fondanti l’identità cultural-ideologica di movimento nonviolento e pacifista, ghandinamente transnazionale nel suo radicalismo (quasi ad avvicinarsi ad una sorta di idea internazionalista ma tutt’altro che socialisteggiante), nel sostegno alle politiche americane di “esportazione della democrazia”, dell’esilio per i dittatori come Saddam Hussein, del far sempre più combaciare libertarismo con liberalismo e quest’ultimo, poi, con la fase liberista ultima.

Spadaccia tenta la ricostruzione dei tanti, diversi mutamenti in parte subiti e in parte voluti dalle dirigenze del PR. Nel farlo nota la capacità resiliente del partito che, a torto o a ragione, si può interfacciare tanto con le critiche di manifesta incoerenza (basti pensare all’alleanza con Silvio Berlusconi nella seconda metà degli anni ’90 e del successivo ritorno nel campo ulivista, in alleanza con i socialisti rimasti ne “La Rosa nel Pugno“) quanto di una mai venuta meno eterogenesi dei fini riferita alla multiculturalità da cui nasce il secondo radicalismo italiano.

Pannella diverrà, per sua stessa ammissione, la quintessenza dell’anti-ideologismo. Né destra, né sinistra. Dopo le grandi lotte, che hanno dato anima e coscienza al Partito Radicale e, da questo, alla nuova identità civile, culturale e persino sociale del popolo italiano, con i referendum sull’aborto, sul divorzio, sull’antiproibizionismo in materia di droghe leggere e pesanti, contro quella “partitocrazia” che è la critica ante litteram del futuro anatema populista contro “la casta” per antonomasia, anche il radicalismo subisce la crisi della politica, della rappresentanza.

Radio Radicale rimarrà, nonostante tutto, un valore aggiunto nell’emittenza nazionale, un luogo di libertà di parola, una tribuna da cui nessuno verrà mai escluso. In questo, l’anti-ideologismo pannelliano riflette tutte le polemiche che gli arrivano da destra come da sinistra. Perché vengono trasmessi tanto i congressi del MSI quanto quelli di Rifondazione Comunista. Per i radicali non fa differenza. Per gli antifascisti una certa diversità esiste.

Ma, del resto, la straordinaria storia del Partito Radicale è, di per sé, la contraddizione per eccellenza: è questa la sua rivoluzione libertaria, liberale e liberista. Tre termini che non possono stare insieme, amoreggiando sapendo di tradirsi naturalmente e più spesso di quanto si possa immaginare. Le lotte dei radicali spaziano dai diritti sociali a quelli civili, a quelli umani. Libertà di scienza e di coscienza, contro ogni dogmatismo clericale sulla vita intesa come esclusivo dono di Dio. Libertà di decisione sul proprio corpo: dall’aborto al fine vita.

Libertà di dire NO alle armi, di rifiutare il militarismo, salvo poi, nel nome della realpolitik, sostenere le guerre in Kosovo e in Afghanistan. Pannella replicherà alle doverose e giuste osservazioni degli eredi di Aldo Capitini, che lui può definirsi un “nonviolento“, ma non un “pacifista ad oltranza“. Come anche i meno addentro ai fatti politici di quegli anni, soprattutto per non averli potuti vivere direttamente o indirettamente, possono rendersi conto, la storia dei radicali in Italia è quella di un partito che fino ad un certo punto della sua vita ha tentato di sbaragliare il potere.

Poi ha deciso di incontrarlo, di amoreggiarvi ogni tanto, per tenersi a galla, per non soffocare nella compressione bipolaristica tra centrodestra e centrosinistra. Il rischio, che Spadaccia non può confessare, e che rimane una nostra critica, è che i radicali, divenuti via via “Lista Marco Pannella“, “Lista Emma Bonino“, “Radicali italiani” e poi “+Europa“, abbiano abbandonato l’originalità dissacrante, scabrosa e irriverente delle loro lotte non perché queste siano col tempo state in gran parte vinte e, quindi, siano venute meno le ragioni di quella eccentricità rivoluzionaria.

Ma perché, invece, una mutazione è avvenuta dentro loro stessi, con cambiamenti anche generazionali che li hanno, anno dopo anno, resi sempre meno alternativi all’uniformità del potere stesso, delle istituzioni e del loro rapporto con il libertarismo popolare cui erano profondamente legati. Indubbiamente la rivoluzione di Tangentopoli ha rotto lo schema del vecchio mondo politico in cui anche il PR era nato e divenuto un “terzo polo” della rivoluzione. Non socialista, tanto meno comunista. Ma radicale, perché mancava una terzietà rispetto ai due grandi assi culturali presenti nel Paese.

Venuto meno il democristianesimo, così come il progressismo socialista e comunista, la stessa ragione d’essere del Partito Radicale ha cercato per qualche tempo di trovare scampo nelle lotte più civili ed umane rispetto a quelle sociali. Ed ha resistito più come comitato anti-etico, saldamente laico e ostinatamente libertario, ma si è lasciato sempre più andare ad un abbraccio incredibile con un liberismo sfrenato, con una esaltazione aprioristica dell’europeismo monetario e bancario come soluzione delle diseguaglianze di cui, invece, è uno dei principali artefici continentali.

La storia che ha scritto Spadaccia è un capitolo prezioso della storia d’Italia, delle vicende complicatissime della Repubblica: tra luci ed ombre in cui, senza dubbio, i radicali sono sempre stati dalla parte della democrazia e della difesa dei diritti costituzionali tutti quanti. Più difficile l’approccio culturale ed ideologico che si dovrebbe andare cercando. Quello finisce per l’essere una variabile dipendente dai tempi. Una smorfia di ruffianesimo che, fatto salvo tutto il resto, non può che essere biasimata.

IL PARTITO RADICALE
SESSANTA ANNI DI LOTTE TRA MEMORIA E STORIA
GIANFRANCO SPADACCIA
SELLERIO EDITORE PALERMO, 2021
€ 24,00

MARCO SFERINI

13 marzo 2024

foto: particolare della copertina del libro


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