Vita senza princìpi – La disobbedienza civile

Il miglior modo per leggere le opere di Henry David Thoreau è sedersi all’ombra di un bell’albero frondoso dove, ogni tanto, qualche raggio di sole penetra e vi lambisce...

Il miglior modo per leggere le opere di Henry David Thoreau è sedersi all’ombra di un bell’albero frondoso dove, ogni tanto, qualche raggio di sole penetra e vi lambisce il volto, vi accarezza i lineamenti fino al subdolo ma naturale tentativo di accecarvi per qualche istante.

Forse, però, il miglior modo per leggere Thoreau è pure quello di immischiarsi nella politica del proprio paese, del proprio popolo e parlarne, parlarne così tanto da sfinirsi, da assaporare il gusto primo di una passione che è poesia, che è arte e diviene, conferenza dopo conferenza, comizio dopo comizio, un affinamento delle capacità intellettuali di ogni individuo.

O forse ancora, il miglior modo per capire Thoreau è, prima ancora di leggerne gli scritti, avventurarsi nella storia degli Stati Uniti dell’800, dall’epopea colonizzatrice del West a quella di John Brown, dalle ricche città che diventano metropoli, come la sua Boston, al Texas schiavista che viene incorporato nell’Unione in quel 1846 quando scoppia la guerra tra il Messico e Washington.

Allora il poeta, scrittore, politico e mille volte libertario Henry David, figlio di un francese ugonotto e di una scozzese di fede congregazionista, si rifiutò di pagare le tasse per protesta proprio contro la guerra. Lo misero tra le quattro mura di un carcere e, come racconta in “Vita senza princìpi” (spesso associata a “La disobbedienza civile“, un altro bellissimo sfogo contro l’ingiustizia che diede spunto a molti ribelli – non solo del suo tempo – per disertare gli ordini dei governi e aprire nuove stagioni di lotte) gli parve che «…quei mattoni e quella malta fossero del tutto sprecati…».

Non si sentì in galera. Piuttosto avvertì la sensazione di essere stato “sprecato“, lui stesso, proprio come i mattoni e la malta che li teneva l’uno addossato all’altro, da quello Stato che di lui sapeva farne soltanto un carcerato e non utilizzarlo in un altro modo, per non aver pagato le tasse, per essersi ribellato ad una gabella che avrebbe finanziato senza ombra di dubbio quel conflitto ai confini del Rio Grande.

A chi gli andava ripetendo che lui era un anarchico individualista, Thoreau per tutta la sua vita ha risposto di essere semmai un uomo libero, di considerare prima di tutto sé stesso ma senza trascurare le relazioni col resto del mondo, del suo mondo: quello degli Stati Uniti il cui Congresso – a detta del nostro – era più interessato a tutelare i tagliatori delle foreste per farne legna da ardere o da pesare per essere venduta alle grandi industrie costruttrici, piuttosto che tutelare le foreste stesse.

«Ma quale città può vivere senza la sua foresta!», tuonava con disprezzo. Ma pochi capivano quel giovane che era stato allievo di Emerson, che ne aveva svolto anche le mansioni di cameriere e un poco tuttofare in casa sua e che poi, come spesso accade, aveva finito col rompere i rapporti con lui, tenendosi in eredità quel connubio trascendentalista che era stato il fulcro del lungo sodalizio intellettuale e amicale.

Spirito e corpo liberi e ribelli, Thoreau non smise mai di indignarsi per le classificazioni piccolo borghesi di una società che biasimava chi passeggiava in un bosco contemplando la natura, mentre applaudiva a chi tagliava gli alberi e abbatteva le frasche verdi che regalavano ombra e ossigeno all’intera umanità.

La bellezza del paesaggio naturale americano, in tutti i suoi molti e differenti aspetti, incanta lo scrittore che decide, nel biennio 1845-1847, di stabilirsi sulle rive del lago di Walden: un po’ come i nostri moderni avventurieri internettiani che pubblicano su You Tube le costruzioni di abitazioni per resistere alle asperità delle montagne e delle foreste pluviali, Thoreau decide di andare a vivere in un bosco. Ma non lo fa per esibirsi in questa forma di isolamento personale: schivo e lontano da ogni tentazione mondana, vuole veramente interagire con la naturalità del mondo e avvicinarsi anche alla propria.

Caso mai ve ne fossero stati altri sei, lui sarebbe potuto essere il settimo sapiente per una riaffermazione dell’apoftegma «γνῶϑι σεαυτόν» («Conosci te stesso»).

Le sue opere sono intrinsecamente legate alla natura, alle foreste, ai laghi, ai fiumi, al cielo e al mare. Alle nuvole e a tutto quello che è meravigliosamente inspiegabile, eppure è. Lì, accanto a lui, sotto i suoi occhi e non costa nulla, non pretende nulla, non impone nulla. Non c’è potere, Stato, denaro, contratto o commercio che valgano con la natura. C’è soltanto l’essenziale che, come la Volpe di Saint Exupery dirà rivolta al Piccolo Principe, è invisibile molto spesso agli occhi, perché è una traduzione quasi onirica delle emozioni, del cuore, di ciò di cui aneliamo senza esserne pienamente consci.

La società di Boston, quella tutta intenta a scoprire nuovi modi di fare profitti senza interessarsi ai metodi di misurazione degli acri o a quelli per la pesatura della legna che il geometra Thoreau inventa e propone, del tutto inascoltato, quella società non ha tempo per la contemplazione della natura ma solo per la sua depredazione.

Non ha tempo e non lo trova perché ogni istante è piegato alla logica del profitto e vive in funzione di una accumulazione di quei capitali che, anticipando un po’ l’analisi accurata di Marx, Henry David condanna all’inutilità: lavorare, lavorare, lavorare per lasciare ad altri ciò che sprecheranno in vite fatte di bagordi, senza ridare nulla alla comunità che li ha fatti diventare potenti e ricchi.

Nella notte che passa in carcere per non aver scientemente voluto pagare le tasse, Thoreau capisce che le vere mura che lo separano dalla società sono ben altre. Il suo anarchismo è insofferenza alle costrizioni, alla maggioranza che governa non in quanto detiene la ragione o la giustezza nella sue proposte sociali e politiche ma soltanto per un principio di forza, di preponderanza e, quindi, di prepotenza sulle minoranze.

Prende spunto dalla natura per affermare che gli uomini più diversi possono vivere altrettanto differentemente vicini, gli uni con gli altri, senza che questo pregiudichi la libertà dell’uno o dell’altro: la castagna e la ghianda – dice – se cadono su uno stesso terreno non restano inerti, ma seguono le leggi proprie, quelle naturali e si sviluppano, fanno crescere nuovi alberi che arricchiscono il bosco intero.

E’ una laicissima propensione escatologica a considerare universali le leggi di una uguaglianza che non deve, tuttavia, essere imposta ma venire di conseguenza, spontaneamente, sostenuta da lotte per la giustizia sociale, per l’affermazione dei diritti dei più deboli: a cominciare da quelli dei negri d’America che sono la più vistosa traduzione in pratica di una enorme iniquità, di tanti e tali pregiudizi contro cui si deve combattere. Come John Brown cui Thoreau dedicherà più di un’opera.

Dopo lui, la letteratura americana non sarà più la stessa, così come non lo fu dopo Emerson e così come non lo sarà dopo Whitman. La contemporaneità di questi tre grandi americani fa dell’800 un secolo cui si può guardare, dal punto di vista degli e sugli Stati Uniti, con minore pena, imbarazzo e disagio soprattutto se si considera l’espansione ad ovest, “coast to coast“, il genocidio degli indiani, la Guerra civile…

La bellezza dei boschi di Thoreau o delle “foglie d’erba” di Whitman, la passione e le emozioni che si allontanano per qualche istante dalla rigidità del razionalismo tutto conti e affari, tutto potere e convenzioni, restituiscono all’America del tempo una fisionomia più che umana. Quasi, per l’appunto, naturale. E mai come oggi, di questo ritorno alla natura si ha veramente molto, troppo bisogno.

VITA SENZA PRINCIPI – LA DISOBBEDIENZA CIVILE
HENRY DAVID THOREAU
DEMETRA EDIZIONI, COLLANA “AQUARELLI”
€ 8,90

MARCO SFERINI

23 febbraio 2022

foto: particolare della copertina del libro

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