Le condizioni sembravano esserci: un candidato civico e non diretta espressione dei partiti come Luciano D’Amico, l’onda lunga della vittoria di Alessandra Todde in Sardegna e il tour elettorale di Giuseppe Conte in lungo e in largo per l’Abruzzo, alla ricerca del consenso popolare che facesse la differenza tra il cosiddetto «campo larghissimo» e la destra.

Insomma, tutto lasciava pensare che il Movimento 5 Stelle non avrebbe dovuto appigliarsi anche in questo caso alla storica debolezza per le amministrative, anche perché qui alle regionali di cinque anni fa si presentava in solitaria e sfiorò il 20% dei consensi.

Ma era tutt’altra epoca: Conte era ancora lontano dal diventare leader e il governo con il Pd andava muovendo i primi passi. Va anche detto che l’ex presidente del consiglio ci ha tenuto anche questa volta a rimarcare il suo aplomb istituzionale, telefonando a Marco Marsilio quando ancora Elly Schlein non lo aveva fatto.

Il leader ammette che le cose non sono andate per il meglio: il contributo dei suoi alla coalizione di D’Amico è al di sotto delle aspettative. «Registriamo il risultato modesto del Movimento 5 Stelle – è la nota che lo staff di Conte detta alle agenzie e diffonde via social – Questo esito ci spinge a lavorare con sempre più forza sul nostro progetto di radicamento nei territori, per convincere a impegnarsi e a partecipare soprattutto i troppi cittadini che non votano più».

Eppure, trova il modo di tenere la barra dritta verso l’alleanza: «Dobbiamo farlo sulla scia della vittoria ottenuta in Sardegna, che ci ha portato qualche giorno fa ad eleggere la prima Presidente di Regione M5S della storia, Alessandra Todde. Un segnale da cui ripartire».

Sta tutto qui, il paradosso dell’Avvocato: ha bisogno di rivendicare la sua appartenenza a una coalizione che nelle settimane scorse ha dimostrato di poter vincere ma al tempo stresso registra che i 5 Stelle non riescono a recuperare quei voti che avrebbero potuto marcare la differenza.

E non è un caso che nei giorni scorsi avesse speso parole di afflato verso l’alleanza con il Pd praticamente inedite o che si vociferi sulle intenzioni di Nicola Zingaretti (sempre lui, che da segretario assegnò a Conte il ruolo di «federatore») di trascinare i 5 Stelle nel gruppo dei Socialisti e democratici al parlamento europeo. Persino Danilo Toninelli, membro del collegio dei probiviri e non esattamente vicino al Pd, semina dubbi sull’alleanza con i terzopolisti ma non mette in discussione gli accordi coi dem.

«Sulle ragioni della sconfitta ci sarà il tempo di riflettere – dice Pietro Smargiassi, ormai ex consigliere regionale pentastellato in Abruzzo – Sono stati fatti degli errori alcune zavorre andavano lasciate fuori dalla scialuppa. Altrettanto chiaro è che l’idea di una corsa in coalizione non paga, gli elettori mal digeriscono la nostra presenza accanto a certi simboli».

Poi Smargiassi registra la sua bocciatura ripercorre il tabellino delle ultime regionali (Sardegna a parte): «Molise, Lazio, Lombardia, Abruzzo. Ma questa è anche la linea che proviene da via Campo Marzio: «Per noi le ultime 24 ore sono state di ascolto dei territori – dicono dal quartiere generale – E ci pare evidente che, al netto della consapevolezza del fatto che non siamo autosufficienti, forse certe micro-sigle allontanano i nostri elettori».

Intanto, a proposito di radicamento territoriale e quadri locali, si è dimesso il coordinatore regionale del M5S in Abruzzo: si tratta di Gianluca Castaldi da Vasto. È uno di quelli che aveva risposto all’appello del leader: dopo aver esaurito i due mandati al Senato, ed essere stato anche sottosegretario ai rapporti con il parlamento nel Conte bis, si era messo a disposizione del nuovo corso. «Chiedo scusa per non aver fatto di più – dice ora Castaldi – Apro la mia personale riflessione sul ruolo da Coordinatore e la metto nelle mani di Conte».

GIULIANO SANTORO

da il manifesto.it

foto: screenshot You Tube