Don Camillo, mondo piccolo

La semplicità è il punto di forza del “Mondo piccolo” di Giovanni Guareschi. La semplicità si ritrova nel “Candido” umoristico fondato quando la guerra stava per lasciare il passo...

La semplicità è il punto di forza del “Mondo piccolo” di Giovanni Guareschi. La semplicità si ritrova nel “Candido” umoristico fondato quando la guerra stava per lasciare il passo ad una ricostruzione sociale, civile, morale ed economica di una Italia completamente in macerie, e la si ritrova a Brescello.

Nel piccolo paese di un mondo piccolo, là dove il grande fiume passava placido e ora rischia la siccità in tante sue anse, in buona parte della pianura, tutto sembra ridursi ad uno scontro continuo, bonario eppure anche ideologicamente pervaso dai sentimenti e dai costrutti dell’epoca. Comunisti e cattolici sono le anime di una politica delle passioni che si trasforma in identità precise, in comportamenti conseguenti.

Il rischio che “Don Camillo, mondo piccolo” (Rizzoli) diventasse una somma di novelline piene di stereotipi è stato superato da Guareschi con una abilità invidiabile che si può ricercare nell’introduzione di elementi di contrasto che si riflettono e si guardano in cagnesco, ma che, alla fine, si traducono in una narrazione bonariamente umana, trascendente l’agone della diatriba comunale che, per forza, riflette la politica nazionale.

Le tante storie che sono nella storia, anzi, per meglio dire nella “saga” di don Camillo, descrivono l’Emilia del dopoguerra con la genuinità di chi, senza troppo disincanto, ma con una giusta dose di romanticismo paesano, osserva quello che il conflitto ha risparmiato: la riconoscenza e la riconoscibilità della buona fede. Sia laica, sia religiosa.

Peppone e don Camillo, che non è possibile disgiungere dall’iconografia cinematografica che porta subito alla mente l’immagine di Gino Cervi e di Fernandel nell’atto di azzuffarsi, di superarsi in bicicletta, di restituirsi pan per focaccia, bastonate a suon di campane, sono l’epifenomeno, nemmeno tanto nascosto e nascondibile, di una contrapposizione dialettica forte, ridotta non a macchietta di sé stessi, ma semmai ricondotta ad un livello più ragionevole.

Proprio perché la grande città è lontana, con i suoi intrighi e i suoi artificiosi compromessi, la conservazione della ruralità diviene automaticamente preservazione di una solidarietà quasi a prescindere, che trascende i colori politici, pur non ignorandoli, e che è insita in una millenaria società attraversata da generazioni e generazioni di legami con una terra che dà i frutti e che, spesso riserva anche amare sorprese.

Ed infatti, nel mondo piccolo guareschiano, in mezzo ad elezioni politiche, processioni lungo l’argine del Po e cani ululanti che alimentano strane superstizioni e leggende di paura, manifesti – proclami scritti senza alcuna regola grammaticale e incendi di rovine fatte diventare delle Santa Barbara per la rivoluzione proletaria, c’è posto per i sentimenti prima di tutto.

Tutto quello che il fascismo aveva fatto dimenticare agli italiani, prima fra tutte una empatia e una comunanza di valori riguardanti l’eguaglianza vicendevole, molto banalmente estraibile da un contesto liberale come quello dell’Italia post-umbertina, e tutt’altro che socialisteggiante, Guareschi, che non è certo un progressista, lo ripropone al grande pubblico come ricordarglielo.

Come per dire: «Non dimenticatevi di essere stati ben altra cosa prima della guerra, prima della dittatura». I particolari delle storie di Brescello sono tutta vita quotidiana di provincia, una descrizione non lungamente tolstojana e nemmeno balzachiana, ma certamente interessante per conoscere modi di dire, rapporti personali, contesti familiari di una società che già allora si temeva sarebbe stata lentamente consunta dall’incedere di un capitalismo piuttosto totalizzante, vorace e che portava, con le truppe americane di stanza in Italia, nuove abiti, nuovi balli, tanta cioccolata e nuovi modi di pensare.

Il piccolo mondo della fetta di terra grassa e piatta, quella della pianura di tanto in tanto allagata dal grande fiume, è il simbolo di un momento storico che oggi si dà per trascorso e che, invece, ogni tanto ritorna in qualche frase, in qualche proponimento politico; perché, se è vero che i comunisti non sono più un “paese nel paese” come allora, e che, tutto sommato, hanno fatto una sorta di pace condivisa con i cattolici e con tutte le fedi religiose nel nome di obiettivi comuni, come la pace, il disarmo, la solidarietà internazionale, l’uguaglianza sociale, civile e morale, è altrettanto vero che le differenze rimangono.

La Chiesa rimane un potere, uno Stato, una monarchia elettiva ma assoluta. Mentre la sinistra e i comunisti sarebbero dovuti restare alfieri di una causa che riguarda la stragrande maggioranza degli oppressi. Un termine che si usa molto poco nell’epoca della cosiddetta “modernità“. Forse è più comprensibile la parola “sfruttati” se si parla di lavoro, di precarietà e di contratti sempre meno garantiti.

Giovanni Guareschi

Ma se si fa riferimento alla condizione tipica del lavoro in pianura, a quell’agricoltura vasta, che produceva riso nel vercellese e messi di grano da Valle Re ai Campi Rossi dei fratelli Cervi, ebbene il mondo della Brescello guareschiana non è poi così differente da oggi. Certo, oggi ci si curva meno la schiena nel mietere, ma lo sfruttamento esiste e gli agrari di un tempo sono diventati i padroni di oggi: quelli che impiegano figure di umani che in “Don Camillo” non si vedono: i migranti.

Nella saga cinematografica di americano compare solamente il carro armato nascosto e poi infossato da Peppone e dal prete d’assalto. Non dopo aver sparato per sbaglio un colpo che va diritto a colpire la colomba del Fronte della pace in un caldissimo mese elettorale, in un rovente aprile del 1948.

Amori, incomprensioni, vecchie ruggini si mescolano vorticosamente nei racconti di Guareschi, mentre il Cristo dell’altare maggiore dialoga con don Camillo: lo ascolta, gli suggerisce, lo rimbrotta se vuole malmenare Peppone con qualche bastonata per pareggiare i conti e, a suo modo, evangelizza senza volerlo direttamente fare. Ricorda che Iddio è ovunque e che tutti siamo uguali. Nella figliolanza con la divinità e anche nella reciprocità terrena.

L’opera guareschiana è uno spaccato dell’Italia del dopoguerra: è un affresco semiserio che non scade mai nella banalità. Nemmeno quando l’esagerazione è palese, quando il grottesco si avvicina al racconto per sovrapporsi al comico e all’irriverente. Non è dato sapere, ma è facile intuire proprio dalla lettura che Guareschi intese mettersi nei panni di entrambi: tanto di don Camillo quanto di Peppone. Per non squilibrare la storia e per renderle il più possibile giustizia nell’unire tratto realistico, commedia moderna e satira del tutto nuova.

Paradigmatica, quasi emblema di un difficile periodo di ricostruzione sociale e civile, la storia del prete partigiano dalle manacce larghe e pronte a fare a botte e del sindaco che non sapeva fare la “o” con un bicchiere è riproposta ogni anno dalle televisioni: prezioso cofanetto di spunti per capire le tensioni, le rivalità e la lotta di classe di una nuova epoca nella storia d’Italia.

Fa parte, ormai, nella letteratura leggera del Novecento italiano di un filone narrativo che merita un posto nelle antologie e studi più approfonditi. Perché quando un fenomeno diviene di massa, entra nella cultura comune e vi si fa riferimento spesso e volentieri, ciò significa che molti di noi vi si sono riconosciuti. I tratti empatici dei racconti di Guareschi emergono dalla ghiotta voglia che ogni lettore assaporerà quando volterà pagina dopo pagina.

E, magari, se si leggesse prima l’opera scritta e poi si vedesse la sua trasposizione cinematografica, forse si apprezzerebbe ancora di più sia l’una sia l’altra. Ma questo può essere, in fin dei conti, un dettaglio trascurabile, visto che vale la regola generale per cui un film difficilmente è fedelissimo ad un libro cui si ispira. Glielo impediscono le regole della Settima arte, fatte di adattamenti che rispondono ad una comunicazione obiettivamente molto diversa da quella testuale.

Nessuno avrebbe potuto interpretare meglio i personaggi di Guareschi se non Gino Cervi e Fernandel. Più si va avanti con la lettura e più uno se ne rende conto. Ed infatti, il grande successo dell’opera scritta è in larga parte dovuto all’essere stata portata sul grande schermo e poi in televisione. Ma, a onor del vero, nemmeno il cinema sarebbe stato in grado di creare un duo così senza la genialità guareschiana. Forse un poco improvvisata all’inizio, ma di sicuro affinata molto nel prosieguo.

La fortuna aiuta anche gli audaci, ma soprattutto arriva a sorreggere e innalzare i meritevoli: quelli che nella grande divisione culturale, sociale e civile dell’epoca tra cattolici e comunisti, tra ovest ed est non videro una draconiana separazione imperitura, ma un momento di passaggio da una grande tragedia mondiale alla speranza di un nuovo modo tutto da inventare.

Non ci è riusciti proprio bene, ma il mito della fratellanza universale, anche grazie a Peppone e a don Camillo, è sempre lì, esempio, monito e iconografia di una storia che ha sviluppato tratti sociologici ed anche antropologici nel tempo… Pronta per essere riportata dalle altezze degli dei alle nostre bassezze, da una umanità anche in aspra contrapposizione tra se e sé, ma capace di riconoscersi come unica nel suo genere, ad un livello di condivisione delle gioie e dei dolori.

Ciò che, alla fine, ci fa sentire uniti e solidali gli uni verso gli altri. Che lo si debba sperimentare sempre e soltanto nelle grandi disgrazie, come l’alluvione della Romagna, è ancora oggi piuttosto triste. Ma almeno è qualcosa.

DON CAMILLO, MONDO PICCOLO
GIOVANNI GUARESCHI
RIZZOLI
€ 16,00

MARCO SFERINI

7 giugno 2023

foto: particolare della copertina del libro / da Wikimedia Commons, pubblico dominio

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