Francia, due paesi e un convitato di pietra

Lo scontro televisivo tra Macron e Le Pen in vista del ballottaggio presidenziale. Con Mélenchon che spera nel «terzo turno». Tesi contrapposte con l’Ucraina sullo sfondo. Il leader di France Insoumise: «Fatemi premier»
Emmanuel Macron e Marine Le Pen nel confronto televisivo di TF1 e France 2

Due paesi si sono scontrati ieri sera, in tv, nel dibattito tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, a 4 giorni dal ballottaggio.

Di fronte alla descrizione di un paese «declassato», la canditata di estrema destra ha presentato delle proposte del «quotidiano», distorcendo lo slogan della France Insoumise «un’altra scelta è possibile». Per Emmanuel Macron la strada è la scelta dell’Europa, di fronte alla guerra e all’inflazione che ne è una delle conseguenze.

Il dibattito è iniziato nella calma, malgrado la tensione. Macron ha difeso il suo bilancio: un calo della disoccupazione e un aumento dei redditi, anche se ha ammesso che è stato in parte travolto dall’irruzione dell’inflazione.

Le Pen ha tirato la discussione verso il basso, «la vera vita», il costo della spesa, l’affitto ecc., mentre Macron ha cercato di uscire dalla trappola, per prendere un po’ d’aria, in fin dei conti un presidente «non decide la busta paga». L’obiettivo era convincere il 13% di indecisi e il 26% di astensioni annunciate.

Macron ha collezionato sostegni nelle ultime ore. Dall’estero, l’oppositore di Putin, Alexey Navalny, dal carcere russo, ha chiesto di votare per lui, mentre Volodymyr Zelensky si è rivolto a Marine Le Pen: «Se capisce che si è sbagliata su Putin, la nostra relazione potrà cambiare».

Potere d’acquisto, politica internazionale (la guerra e l’Europa), problemi ambientali, modello sociale (pensioni, ospedali), attrattività della Francia per l’economia, scuola, sicurezza e immigrazione è stata la sequenza dei temi – tirata a sorte di fronte a un notaio – del dibattito, che possono spostare dei voti o convincere degli astensionisti e smentire i sondaggi, che danno il presidente uscente vincente, intorno al 55-56% (cioè 10 punti in meno di 5 anni fa).

Il potere d’acquisto, tema centrale della campagna di Le Pen, è diventata la prima preoccupazione dei francesi (il 57% lo pone in testa), seguito dall’ecologia (ma non per gli elettori di Le Pen, è solo al 12%), mentre l’immigrazione resta una preoccupazione per il voto di estrema destra al 53%, ma scende all’11% per gli elettori di Macron.

È la messa in scena di due mondi che si contrappongono, come già cinque anni fa, ma la situazione non è più la stessa: non solo Macron ha oggi un bilancio, che rischia di pesare, ma al primo turno l’elettorato è risultato diviso in tre grossi gruppi.

Non più destra contro sinistra, come nel passato, quando arrivavano al ballottaggio i rappresentanti dei “partiti di governo” (neogollisti e socialisti), ma progressisti contro populisti, nella versione di Macron, mondialisti contro patrioti in quella di Le Pen, europeisti con un progetto d’avvenire per Macron che indica l’avversaria come la rappresentante dei nostalgici: a questa divisione si è aggiunto un terzo elemento, il voto per l’Union populaire di Jean-Luc Mélenchon, che spiazza anch’esso la tradizionale divisione destra-sinistra.

Mélenchon si è invitato al dibattito Macron-Le Pen come il convitato di pietra, che salta il ballottaggio e attende il «terzo turno», considerato determinante, cioè le legislative di giugno.

«Eleggetemi primo ministro» ha chiesto ieri ai francesi, indicando di voler essere il primo ministro di una «coabitazione», qualunque sia il vincitore domenica 24 aprile, «non voglio che Marine Le Pen prenda il paese e che Macron conservi il potere». In caso di vittoria alle legislative dell’Unione populaire, Mélenchon prevede di essere nominato primo ministro, «non per un favore di Macron o Le Pen, ma perché i francesi mi hanno eletto».

La france Insoumise ha già iniziato le manovre per raccogliere attorno a sé la sinistra uscita a pezzi dal primo turno delle presidenziali: ha scritto a Europa Ecologia, al Pcf e all’Npa, mentre con il Ps ufficialmente i rapporti sono spezzati, nell’attesa di allineamenti individuali.

L’obiettivo è di schierare tutti dietro il proprio programma, anche se un sondaggio Ifop conferma che la metà dei suffragi per Mélenchon sono stati in nome del “voto utile”, non per adesione. «Rifiutiamo il termine egemonia – risponde alle critiche il deputato Eric Coquerel – la questione è come rendere maggioritario il nostro programma per governare».

Gli alleati dovranno accettare il pacchetto: pensione a 60 anni per tutti, salario minimo a 1400 euro, pianificazione ecologica, VI Repubblica, Ric (referendum di iniziativa cittadina), rilancio dei servizi pubblici, un miliardo per la lotta alle violenze contro le donne, ritorno dell’Isf (patrimoniale), abolizione delle leggi sui separatismi, la sicurezza globale e il pass sanitario, disobbedienza alle regole europee se incompatibili con il programma di governo.

ANNA MARIA MERLO

da il manifesto.it

foto: screenshot

altri articoli