Enrico Berlinguer, un itinerario attraverso i suoi interventi

Gianfranco Nappi gli dedica un libro, edito dall’Associazione Infiniti Mondi. Nel libro sono raccolti alcuni efficaci testi composti negli anni Ottanta
Enrico Berlinguer

Gianfranco Nappi – ex segretario della Fgci napoletana e poi dirigente del partito partenopeo, ex parlamentare di Rifondazione comunista, ora responsabile dei progetti strategici della Città della scienza, direttore della rivista «Infiniti Mondi» e artefice della lista Bassolino presentata in dissenso col Pd alle ultime comunali di Napoli (un ragguardevole risultato di quasi il 9 %) – ha una biografia che rende particolarmente interessante il libro che ha scritto per l’anniversario della nascita di Enrico Berlinguer.

Perché il suo è il giudizio, piuttosto condiviso dai suoi coetanei, di una generazione il cui percorso politico si snoda in un tempo tempestoso a partire dal ’68. Si chiama Dedicato a Enrico Berlinguer, edito dall’Associazione Infiniti Mondi (euro 20), e ci parla di un Berlinguer inedito, largamente ignorato nelle già scarse commemorazioni ufficiali dedicate all’ex segretario del Pci da quello, il Pd, che qualcuno considera ancora suo erede. Non per caso, naturalmente.

Nappi riflette infatti soprattutto sul Berlinguer – più significativo – del post compromesso storico ,cui, coraggiosamente, in occasione dell’«illuminante» terremoto dell’Irpinia nel 1979, egli mise fine, rilanciando l’obbiettivo di una alternativa di sinistra.

Fu chiamata «seconda svolta di Salerno», in ricordo di quella a sua volta assai significativa compiuta da Togliatti nel ’44, al suo sbarco nella città campana, dopo l’esilio sovietico. E sono proprio gli scritti di Berlinguer di questo ultimo periodo – ’80 -’84 – che Nappi raccoglie nel libro.
Fu infatti in occasione del Comitato Centrale straordinario che si tenne allora che egli rimise in discussione l’esperienza del governo «delle larghe intese».

Nappi, in effetti, continua a difenderla, come quasi tutti i giovani che allora erano nel Pci mentre io, che già ne ero fuori, e appartenevo comunque ad una diversa generazione, continuo invece a ritenerla sbagliata (anche se forse in modo meno rigido di quando facemmo allora). Capisco infatti cosa aveva indotto Berlinguer a tentarla, e cioè la sacrosanta percezione di esser arrivati a una fase di crisi complessiva del sistema capitalista che avrebbe potuto esser assai pericolosa per la stessa democrazia se non veniva trovato un modo di sbloccare lo stallo cui si era arrivati per via del gran numero di voti conquistati dal Pci nel 1976 e contemporaneamente la sua perdurante esclusione dal governo.

L’errore, continuo a credere, fu nel ritenere la Dc capace di una scelta così ardita come la rottura dell’expeditio, un partito ormai assai peggiore della DC del dopoguerra, per il distacco che, a partire dal ’68, si era verificato fra quel partito e una parte significativa del mondo cattolico, non solo dei tanti militanti della nuova sinistra, Lc sopratutto, che erano stati direttamente coinvolti, ma anche di organizzazioni autorevoli come le Acli o la Cisl, spostate a sinistra anche per effetto dello straordinario Concilio Vaticano II voluto da un altro bravo papa oggi un po’ dimenticato, Giovanni XXIII.

All’origine c’è sempre quell’incomprensione della spinta impressa dal movimento operaio e non solo studentesco degli anni precedenti da parte di un’ala della leadership del Pci, di cui tuttavia Berlinguer non faceva parte perché isolato nella direzione del Lazio e poi della scuola di Frattocchie, sì da non prender parte in prima persona allo scontro che si aprì fra ingraiani e amendoliani con l’undicesimo congresso.

La ripubblicazione degli scritti di Berlinguer raccolti nel libro, spesso citati, ma sempre distorti, sono molto utili a comprendere il valore dell’apporto di Berlinguer, per la sua analisi lucidissima che invita a prender atto del profondo cambiamento della fase storica, il venir meno dell’illusione di un capitalismo in grado di estendere sempre più l’espansione, sia per motivi economici che ecologici, e quindi il venir meno dei margini che avevano offerto al relativo patto sociale stabilito nei primi trent’anni del dopoguerra; la denuncia della pericolosa crisi della democrazia, per via della trasformazione dei partiti in macchine di potere; il suo duro tentativo di correggere la linea del suo stesso partito, in cui sebbene segretario, era in minoranza, sul fronte delle lotte operaie. La sua famosa presenza fra i picchetti degli operai della Fiat in lotta divenne una leggenda.

E poi la pace: Berlinguer capì il rischio della militarizzazione dei rapporti internazionali e divenne un autorevole sostenitore del grande movimento pacifista che negli anni ’80 si sviluppò in Europa. Anche in questo caso non si trattava di rigurgiti moralisti, tanto meno di recupero di atteggiamenti passati, ma di una nuova strategia politica e culturale.

Non utopica, ma possibile, perché in quel tempo sostenuta anche da una leadership di sinistra di molti partiti socialdemocratici: Foot in Inghilterra, Palme in Svezia, Kreiski in Austria, Papandreu in Grecia, Brandt in Germania. Uno schieramento che consentì un primo vero rapporto politico fra un’ala socialdemocratica e il Pci, forse in grado di rendere reale lo slogan del movimento pacifista, Per un’Europa senza missili dall’Atlantico agli Urali, vale a dire un’Europa autonoma dai due blocchi. Il contrario di quanto fu scelto di fare alla caduta del Muro, le cui conseguenze sono visibili anche in questa guerra attuale.

Fu, questa del pacifismo, la stagione in cui una parte consistente della nuova sinistra e la Fgci si incontrarono, anni di salda pratica politica comune, attorno alla base di Comiso negli scontri con la polizia del neonato governo Craxi. Con Gianfranco Nappi, per me, una salda amicizia, rinsaldata nelle tante «peregrinazioni» degli anni successivi allo scioglimento del Pci.

Un ricordo personale che non posso non citare perché intimamente legato a quegli anni: quando, nel marzo dell’84, Berlinguer si presentò inatteso al nostro Congresso, quello del PdUp, e dopo la relazione di Magri andò da lui e disse: ma perché non tornate nel Pci ora che i nostri dissensi sono superati? Noi eravamo un piccolo partito, ma forte di qualche migliaio di bravi quadri che avrebbero potuto rendere meno isolato Berlinguer nel suo stesso partito. E infatti lo furono, come testimoniano i due anni di scontro nel Pci sulla proposta di Occhetto. La improvvisa morte di Enrico aveva del resto già spento molte speranze.

LUCIANA CASTELLINA

da il manifesto.it

foto: Wikipedia

categorie
Comunismo e comunisti

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