Draghi, tra applausi dei mercati e lacrime della democrazia

Draghi, basta il nome Da Francoforte a Roma. Andata e ritorno. E se il ritorno è anche solamente simile all’andata, c’è da rallegrarsi ben poco, sia per il discorso...
Mario Draghi

Draghi, basta il nome
Da Francoforte a Roma. Andata e ritorno. E se il ritorno è anche solamente simile all’andata, c’è da rallegrarsi ben poco, sia per il discorso accorato fatto dal Presidente della Repubblica in merito all’assunzione di responsabilità da parte delle forze politiche, sia per la scelta del probabile prossimo Presidente del Consiglio incaricato di formare un nuovo governo: Mario Draghi.

Un abile economista, un consumato banchiere tanto a Palazzo Koch quanto alla BCE, pienamente dentro le logiche del mercato e del grande capitalismo internazionale, capace persino di far cambiare opinione ai tedeschi soprattutto quando meno conveniva loro. Ed un abile politico anche, perché non si può essere fino in fondo un ottimo banchiere nel sistema capitalistico se non si ha anche un certo fiuto nelle relazioni tra gli Stati, in quel substrato di sovrastruttura diretta dall’economia dominante.

L’autorevolezza che Mattarella cerca, disarma, condanna e mette al palo una politica certamente non perfetta, anzi imprecisa, lacunosa e claudicante, ma pur sempre migliore di qualunque governo tecnico che estrometta la rappresentanza popolare da organi delegati alla gestione della cosa pubblica.

Il fine è la presa di decisioni dirimenti, atte alla tutela del bene supremo: quello comune. Ma se il ruolo politico rimane solamente nel Parlamento, pur sempre il fulcro su cui si regge l’impianto istituzionale della Repubblica, l’equilibrio democratico tra i poteri ne risente: l’esempio più lampante è il precedente del governo Monti. Dopo il “pacchetto Treu“, è probabilmente proprio il “decreto Salva-Italia” il più famigerato intervento antisociale degli ultimi decenni.

Per dirla con le parole del Capo dello Stato, un «esponente di alto profilo» necessita di un’ampia autonomia proprio dalla politique politicienne, per svolgere appieno il suo ruolo di difensore esclusivo del punto di vista delle classi dirigenti sul terreno di incontro e scontro tra imprenditori e lavoratori. La politica delegata dal voto popolare – si ripete – ha fallito questo compito e ora la palla passa ai tecnici, coloro in cui l’alta profilatura è certificata dal prestigio internazionale che hanno acquisito sedendo dieci anni ai vertici della Banca Centrale Europa.

Il curriculum di Mario Draghi, senza alcuna ombra di dubbio, è quello ideale per rassicurare i mercati, per tranquillizzare l’Europa già della Troika, quella non dei popoli ma della BCE che ci presterà i soldi (in larga parte da restituire) per affrontare la seconda fase della pandemia. Appena dal Colle s’è fatto il nome dell’ex governatore della Banca d’Italia, i differenziali tra Bund e Btp sono scesi a 100 punti. Un miracolo già questo. Basta il nome di Super Mario per riaggiustare i calcoli borsistici e gli investimenti sui nostri buoni del tesoro.

Ai lavoratori non ne viene in tasca nulla, si intende. Ma i grandi quotidiani celebrano tanto Mattarella quanto Draghi come “i costruttori“. Ci eravamo sbagliati: non erano quelli cercati da Conte per avere una esigua maggioranza in Parlamento. Il Capo dello Stato parlava, alla fine, di sé stesso e di quell’asso nella manica che teneva in serbo da tempo e aspettava di calare soltanto se la situazione di recupero della vecchia maggioranza fosse precipitata inesorabilmente.

La cocciutaggine dei “fatti
L'”alto profilo” cui si riferisce il Presidente della Repubblica è parlare a nuora perché suocera intenda: se oggi si ricerca una altezza tecnica, morale e civile nella composizione di un nuovo esecutivo, è evidente che il lascito ultimo degli esponenti di governo è alquanto demoralizzante. Il Quirinale non lo esprime con schiettezza, ma lo fa capire comunque benissimo: il livello politico è sceso in basso, così tanto da impedire di essere salvato con un ennesimo giro di consultazioni. La ricerca dei costruttori prima (peraltro auspicati dal Capo dello Stato stesso), il fallimento della formazione di un gruppo parlamentare sostitutivo di Italia Viva e l’avvitamento della crisi nello sforzo di recuperare i renziani all’ovile di governo, hanno mostrato uno scenario arrendevole della politica italiana nel corso dell’ultimo mese.

Ma le colpe del governo Conte bis non sono solamente legate alle ultime settimane di crisi, quelle più propriamente riconoscibili come l'”apertura della crisi” da parte di Renzi. Bisogna stare ai fatti. Questi ci parlano di un governo non certamente di sinistra, ma sicuramente non gradito a Confindustria. Sempre i fatti sono lì a dimostrarci che le contraddizioni interne alla maggioranza vertevano sull’asse PD-Italia Viva, mentre un certo consolidamento dell’alleanza PD-Cinquestelle-LeU  ha creato un disagio nelle classi dirigenti, nei grandi imprenditori, nei grandi gruppi che intendono investire anche in Italia (sfruttando proprio le occasioni regalate loro dal Covid-19) che iniziavano a temere una marginalizzazione delle istanze padronali a favore di un investimento nel sociale e nel pubblico.

La tragedia che si ripete in farsa sta tutta nella commedia degli equivoci di una pandemia che ha fatto sembrare sociali forze politiche invece liberiste e populiste, per il solo, semplice fatto di mostrare adesione al principio costituzionale della tutela della salute di tutti e non soltanto dei ricchi e dei prepotenti.

E’ fuori discussione che gli errori commessi dal governo siano stati tanti e le mancanze ancora peggiori, prima fra tutte la non istituzione di una patrimoniale sulle enormi ricchezze per pagare in parte il costo dell’emergenza sanitaria. Ma è pure vero che, sebbene sia semplice apparire “sociali” e “di sinistra” in un contesto da disastro epocale come quello in cui sopravviviamo, qualunque altro governo avrebbe devastato il Paese e sarebbe stato incapace di accreditarsi presso l’Europa dei mercati (mai diventata “democratica“, nonostante le apparenze suggerite dai primi mesi di presidenza di Ursula von der Leyen) per ottenere la fetta più grande del Recovery Fund da distribuire a partire dal corrente anno e fino al 2025.

La crisi del governo si apre come voragine verticale, abisso di cui non si vede il fondo, nell’esatto momento in cui si inizia a lavorare al piano di spartizione delle centinaia di miliardi che arriveranno da Bruxelles. La pretestuosa discussione sul MES è così evidente da suscitare indignazione persino nei liberali più accaniti e negli europeisti più convinti. Renzi ed Italia Viva rompono con la maggioranza perché cercano il protagonismo politico tipico di chi vuole accreditarsi come colui che qualcosa, in fin dei conti, ha fatto per salvare l’onore delle classi dirigenti pur stando in una coalizione invisa al padronato e alla grande finanza.

Il governo Conte bis non è stato un governo amico dei lavoratori. Ma non è nemmeno stato un governo così simpatico alla controparte confindustriale. Il blocco dei licenziamenti verrà messo in discussione e non dato per scontato d’ora in avanti. Così il Recovery Plan: la distribuzione dei soldi “a pioggia” faceva venire l’orticaria agli imprenditori. Se Draghi governerà, applicherà alla perfezione ogni misura possibile per tutelare le imprese – naturalmente nel nome del benessere del Paese! – e ridurrà al minimo il costo dei diritti sociali, del lavoro stesso, facendo leva sulla solita ricerca della “collaborazione” da parte di tutti.

Primo e secondo tempo
Dividendo il biennio pandemico in due fasi, si noterà come la prima (quella dello sviluppo del Covid-19 in Italia prima che altrove nel resto d’Europa, quella del ricorso ai DPCM, quella del “lockdown” e delle tinte caleidoscopiche regionali) abbia rappresentato chiaramente tutte le problematiche che via via si accavallavano. Un lavoro ingrato, che qualcuno doveva fare. Del resto, far cadere allora Conte sarebbe stato criminale. Oggi è solamente “incomprensibile“. Ma per l’appunto le tempistiche sono la chiave di volta per fare un po’ di chiarezza in tanto grigiore: il 2021 è un trampolino di lancio per la fine della legislatura, visto che inizia il semestre bianco e il Presidente della Repubblica non potrà sciogliere le Camere a partire da giugno e fino alla fine del suo mandato (febbraio 2022).

Se il governo tecnico di Draghi riuscirà a rimanere in sella fino al principio del prossimo anno (ammesso che abbia una maggioranza parlamentare quando si presenterà alle Camere), con il sostegno “morale” delle grandi cancellerie internazionali e dei grandi istituti di controllo del capitalismo (FMI, Banca Mondiale, OCSE, eccetera…) sull’onda lunga della ricalibratura sociale, economica e istituzionale, lascito della pandemia non del tutto estinta, potrebbe anche arrivare alla scadenza della legislatura.

Il governo Conte aveva cercato un compromesso tra interesse pubblico e interesse privato, con il nuovo esecutivo tecnico iperliberista l’asse di equilibrio sarà spostato a favore del secondo, imponendo alle fasce più indigenti della popolazione di spostarsi sull’altra parte dell’altalena per evitare che i capitalisti caschino col sedere a terra. Qualcuno doveva pur fare il guastatore: perché altrimenti non vi è alcuna spiegazione per l’aprirsi della crisi, il suo svolgersi e la sua conclusione con l’arrivo di Mario Draghi e la formazione di un gabinetto di “alto profilo“, tutto di tecnici (staremo a vedere…) e per niente riferibile al pure mutato contesto parlamentare nel raffronto con la realtà del Paese.

Giallo-verde, giallo-rosso e forse l’era di Draghi: dall’asse populista-sovranista a quello popolar-social-liberista, per finire nella gestione della seconda annata di pandemia da parte di un governo completamente liberista che però dovrà avere la fiducia del Parlamento. Perché si potrà anche affermare, con un pateticamente triste tono enfatico, che «La politica è morta», ma nessun esecutivo nasce se non ha la fiducia delle Camere. E queste, fino a prova contraria, sono ancora un’espressione politica, imprecisa e molto poco rappresentativa oggi, della volontà popolare espressasi nel 2018.

Se esiste una minaccia per la democrazia repubblicana oggi, questa prende la forma (e la sostanza anche) meno insidiosa del liberaldemocratico che viene a salvarci dalla miseria economica e dal pericolo sovranista. I mercati, Confindustria e i grandi investitori internazionali non avrebbero potuto sperare di meglio. Chissà se, alla fine di questa straordinaria storia della crisi di governo, riconosceranno a Renzi il ruolo di servitor cortese che si è voluto dare… Soprattutto chissà se se ne ricorderanno, dopo che Draghi avrà costruito una nuova classe dirigente, non certo fatta dei Di Maio e dei Casalino, arrivati a Palazzo Chigi sull’onda di una crisi sociali sfociata in una protesta elettorale ben presto mutata in un sostegno al salvinismo sovranista.

Temiamo la mutevolezza dell’elettorato: aver pugnalato a morte le ideologie ha prodotto mostri tutt’altro che sacri…

MARCO SFERINI

3 febbraio 2021

foto: screenshot

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