«Sessantotto», la plasticità della memoria del passato

Un volume a più voci curato da Donatella della Porta per Feltrinelli

Ad oggi la ricorrenza del Sessantotto si è rivelata piuttosto monotona. Al di là dell’uscita di alcuni contributi originali, segnalati anche dalle pagine di questo giornale, il dibattito pubblico ha seguito il copione dei decenni precedenti, sebbene con toni più dimessi, a dimostrazione di un disinteresse crescente. In questo contesto, il volume collettivo Sessantotto. Passato e presente dell’anno ribelle (Feltrinelli, pp. 300, euro 20), a cura di Donatella della Porta, sembra sfuggire felicemente ai consueti «schemi celebrativi».

I diversi saggi hanno come oggetto i meccanismi di riattivazione della memoria nelle «letture trasformative» dei movimenti sociali. L’«idea di fondo – si legge nell’introduzione – è che, benché in generale tenda a diminuire, la plasticità della memoria del passato tenda ad aumentare nei momenti di crisi, come è avvenuto alla memoria dei miti fondanti delle transizioni democratiche nelle proteste antiausterità dell’Europa meridionale».
A giudizio della curatrice, il Sessantotto «appare oggi, cinquant’anni dopo, più vicino a noi che nei precedenti anniversari». La prospettiva è quindi anche militante, come si comprende dal coinvolgimento nel libro di alcuni attori della politica contemporanea, come Pablo Iglesias, Jon Trickett, ministro ombra del Partito laburista, Emma Rees e Adam Klug di Momentum, e Costa Douzinas, filosofo eletto con Syriza. Ma soprattutto, il libro adotta una visione realmente internazionale e, in particolare, paneuropea: si spazia dallo studio della memoria del Maggio in Francia, al «ripensamento» di un «Sessantotto decentrato» in Grecia, Spagna e Portogallo, fino all’indagine delle «reazioni di destra» al Sessantotto polacco.

Uno dei fili rossi consiste nella messa in chiaro di quella che fu la componente politica e sociale del Sessantotto. I diversi contributi mostrano la diramazione di memorie politiche alternative a quella dominante, schiacciata su una visione «culturalista». Secondo della Porta, «per i sessantottini, così come per i giovani attivisti dei nostri anni, la dimensione generazionale si intrecciò a una dimensione di classe». Anche se può risultare fuorviante adottare un’interpretazione che rischia di rappresentare un Sessantotto quasi monodimensionale, è interessante la riflessione proposta dagli autori sulle continuità tra le proteste studentesche degli anni Sessanta e quelle più recenti: contro il restringimento delle opportunità formative, e contro le riforme del sistema scolastico volte a produrre forza lavoro precaria e dequalificata.

Nel suo saggio sulle narrazioni del Sessantotto nel movimento studentesco dell’«Onda Anomala» (2008-2011), Lorenzo Zamponi propone i risultati di un’ampia ricerca sul campo sui movimenti come «comunità mnemoniche». Emerge un ritratto sfaccettato della memoria della contestazione. «Il Sessantotto – scrive l’autore – dimostra di essere un ricordo ingombrante, ancora vivo nell’ambiente simbolico in cui agiscono gli studenti di oggi, ma con cui è difficile rapportarsi e identificarsi, per via delle narrazioni di eccezionalità che lo caratterizzano».

Ciononostante, Zamponi aggiunge che, malgrado il predominio dei mass media come «depositi della memoria», i movimenti sono stati capaci di un’appropriazione selettiva, riscontrabile soprattutto in un insieme di pratiche e di conoscenze.
Sembra opportuno aggiungere che la fine del Novecento si è consumata lentamente, soprattutto a sinistra, ma in maniera ormai definitiva per le ultime generazioni. Più in generale, come osserva nel suo saggio Colin Crouch, la stessa esperienza storica del Sessantotto, con la sua eredità tormentata, interroga gli studiosi sulle relazioni complesse tra la storia del movimento operaio, i movimenti civili, e la modernizzazione all’origine dell’odierno sistema neoliberista. Osserva il sociologo britannico: «non c’è quasi nulla che le imprese capitalistiche non possano imitare e produrre in serie, inclusa la stessa ribellione». Era vero già negli anni Sessanta e si è rivelato più chiaramente nei decenni successivi, quelli della crisi delle forze anticapitaliste.

E ancora: «Mezzo secolo dopo il Sessantotto, è l’impresa la forma di organizzazione che si è dimostrata più capace di assimilare le sue lezioni di flessibilità e adattabilità». Ecco allora che, pur senza sposare la tesi di un ’68 generatore del neoliberismo (Crouch non ci cade), si fa comunque fatica a sottoscrivere la tesi di un Sessantotto politicamente «vicino». Come emerge anche dai saggi raccolti in questo libro, lo studio della memoria della contestazione si conferma come un campo d’indagine ancora aperto e particolarmente fertile, tanto per tornare a riflettere sui «lunghi anni Sessanta», quanto per capire i movimenti sociali e decriptare i dispositivi culturali del tempo presente.

ALESSANDRO SANTAGATA

da il manifesto.it

foto tratta da Wikipedia

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