L’enigma di Rajoy, tra scontro e dialogo

Catalogna. A differenza di quello che pensava il premier, la «persecuzione» contro i separatisti fin dal tentato referendum dello scorso 1 ottobre ha finito per premiarli. Ma grazie all’oltranzismo separatista, si è creato un paradosso politico: Rajoy è debolissimo in Catalogna ma è fortissimo nel resto della Spagna
Barcellona

La regione più ricca della Spagna (7 milioni e mezzo di abitanti, 5 milioni di elettori) resta divisa a metà, seppure con una maggioranza indipendentista in seggi e non in percentuale. Nel voto del 21 dicembre in Catalogna hanno infatti prevalso i partiti separatisti.

Junts per Catalunya (nato dalle costole del moderatissimo Partito democratico europeo catalano, PdeCat) ed Esquerra republicana (Erc, di sinistra fondato nel 1931) hanno la maggioranza dei seggi. Sommando i due partiti si raggiunge il 43,1% e 66 scranni (4 in più rispetto al 2013).

La Cup (Candidatura d’Unitat Popular), il gruppo della sinistra anticapitalista, resta decisivo come nella scorsa legislatura – a meno di una benevola astensione: con i suoi 4 seggi (6 in meno rispetto al 2013) si raggiunge la maggioranza assoluta di 70. L’intesa politicamente innaturale tra PdeCat, Erc e Cup si fonda sull’obiettivo prioritario di ottenere l’indipendenza della Catalogna, dopo di che ognuno si riterrà libero di sfidarsi per il governo dell’eventuale nuova entità statale.

Il fronte pro-indipendenza ha ottenuto quindi la maggioranza di seggi: 70 su 135, però due in meno della scorsa legislatura. In percentuale non supera tuttavia il 47,5% dei voti, non ottenendo più del 50% – che sarebbe stata la piena legittimità politica dell’opzione secessionista. Gli «unionisti» (Socialisti, Popolari, Podemos, Ciudadanos) si sono fermati al 50,9%.

Causa un particolare meccanismo di ripartizione dei seggi, quella percentuale non si è tradotta in maggioranza. Il fronte indipendentista puntava invece alla doppia maggioranza: in seggi e in voti.

Il principale sconfitto è il Partito popolare del premier Mariano Rajoy, ridotto a soli 4 seggi nel parlamento di Barcellona (come quelli della Cup, 7 in meno della passata legislatura). I voti centristi e di destra sono andati a Ciudadanos, partito enigmatico (più di destra o più di centro?), capeggiato a Barcellona dall’aggressiva 36enne Inés Arrimadas, avvocato, braccio destro del leader Albert Rivera: ha ottenuto 36 seggi (11 in più). Il Partito socialista (Psc-Psoe) è sotto il 14% (17 seggi), con appena un 1,2 in più rispetto al 2015.

In flessione pure la sinistra di Podemos e di Ada Colau, sindaco di Barcellona, che con la posizione «né con il governo, né con gli indipendentisti» è rimasta penalizzata dalla polarizzazione politica: 3 seggi in meno e il 7,5% di voti.

Senza dimenticare il clima inedito e teso delle elezioni catalane: articolo 155 della Costituzione in vigore (ha privato Barcellona dei poteri regionali di autonomia legislativa e amministrativa), 18 dirigenti politici indagati dalla magistratura per «ribellione antistatale» e tre dirigenti dell’uscente governo catalano in carcere (Jordi Sànchez, Joaquim Forn e Oriol Junqueras, vicepresidente della giunta e leader di Esquerra Republicana), il presidente Carles Puigdemont in esilio volontario a Bruxelles. Con tutti i media spagnoli – salvo eccezioni – schierati contro l’indipendentismo.

A differenza di quello che pensava il premier Rajoy, la «persecuzione» contro i separatisti fin dal tentato referendum dello scorso 1 ottobre ha finito per premiarli portando alle urne l’81,94% degli elettori con il risultato finale pro indipendenza, almeno in seggi.

Il 21 dicembre le urne erano legali e il responso non può essere politicamente ignorato, pur se l’Ue ha subito fatto sapere che Bruxelles resta fermamente contraria alle velleità secessioniste. Federica Mogherini, Alto rappresentante per gli Affari esteri di Bruxelles, non ha tuttavia proposto alcuna mediazione e non è andata in missione conciliatrice né a Madrid, né a Barcellona. Il che aggrava l’impasse del progetto europeo.

Puigdemont, da Bruxelles, ha fatto dal canto suo la prima mossa post elettorale proponendo un incontro con il premier di Madrid «in territorio neutro per avviare un dialogo senza condizioni». Ipotesi subito rigettata con troppa fretta da Rajoy.

Puigdemont e Junteras intanto sono alle prese con problemi «tecnici» e politici: eletti nel parlamento catalano potranno assistere alle sue sedute o resteranno imputati in attesa di giudizio come altri deputati neoeletti? chi tra loro si candiderà alla presidenza regionale? Il problema inoltre sarà capire se cercheranno lo scontro frontale con Madrid, o se praticheranno una linea più morbida per tranquillizzare gli operatori economici che in oltre 3.000 hanno già abbandonato la Catalogna spostando la sede legale delle società.

Quanto a Rajoy, dovrà decidere il da farsi: continuare nel muro contro muro, come chiede Ciudadanos diventato partito concorrente dei Popolari, o – come gli consigliano socialisti e Podemos – cercare una soluzione politica al conflitto con Barcellona che passa come primo passo dalla messa in libertà degli arrestati e dalla sospensione degli effetti dell’entrata in vigore dell’articolo 155 della Costituzione.

Grazie all’oltranzismo separatista, si è intanto creato un paradosso politico: Rajoy è debolissimo in Catalogna ma è fortissimo nel resto della Spagna, dove è considerato il baluardo dell’unità territoriale del paese. Da qui, la tentazione di elezioni politiche anticipate che il re Filippo VI ha stemperato nel discorso di fine anno chiedendo il dialogo tra le parti.

ALDO GARZIA

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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EsteriEuropaSpagna e Portogallo
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